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295 - 10.03.06


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La crisi di Teheran
nelle mani dell’Europa

Terence Ward con
Daniele Castellani Perelli



“Stati Uniti e Gran Bretagna non hanno credibilità in Iran. La questione del nucleare di Teheran è nelle mani dell’Europa, che deve lavorare a stretto contatto con Cina e Russia, senza dimenticare che il nucleare è l’unico tema in grado di mettere d’accordo tutti in Iran”. Terence Ward è uno scrittore americano cresciuto in Arabia Saudita e in Iran. Cosmopolita e poliglotta, è consulente per aziende che operano nel mondo islamico. Alla sua vita di americano in Iran ha dedicato un romanzo di grande successo, applaudito dalla migliore stampa americana e prossimo ormai alla trasposizione cinematografica. In Alla ricerca di Hassan (Ponte alle Grazie 2003), Ward torna in Iran dopo 30 anni alla ricerca del suo vecchio educatore persiano, e l’occasione è ottima per raccontare come è cambiato il paese che forse egli ama di più. Lo abbiamo incontrato a Roma ad un convegno organizzato dal Centro studi americani, in cui ha preso la parola insieme a Giancarlo Bosetti e al grande scrittore israeliano Abraham Yehoshua. “Per noi occidentali la fantasia dei media è diventata realtà – ci dice Ward, molto severo verso la politica dei neocon di Bush – I nostri media descrivono la stessa immagine dell’Iran che vuole comunicare il regime di Teheran. E così pare che i nostri ayatollah lavorino insieme ai loro ayatollah”.

Come è cambiato l’Iran rispetto agli anni Sessanta, gli anni della sua infanzia a Teheran?

E’ cambiato molto, ma quello che vediamo in tv è esattamente l’opposto di quello che si può vedere vivendo in Iran. In questo clima di grande paura, i media occidentali scelgono di proiettare una particolare immagine dell’Iran, un’immagine che è diventato difficile discutere, perché la fantasia dei media è diventata realtà. Gli unici iraniani che vediamo in tv sono quel centinaio di persone che vengono pagate dal regime per manifestare contro l’Occidente, mentre non vedremo mai i dodici milioni di teheraniani che quel giorno rimangono a casa. Non vedremo mai gli Hassan (l’iraniano protagonista del romanzo dell’autore, ndr) che si svegliano la mattina, che studiano, che vanno al lavoro, che sognano un futuro per le proprie figlie. Il mio amico Hassan non è mai andato a scuola in vita sua. Ha cominciato a lavorare all’età di sei anni, mentre sua moglie a quattro anni già cuciva tappeti, eppure tutti i loro figli sono andati all’università e uno di loro ha anche conseguito un master in ingegneria elettronica. Questo è l’Iran che sui media occidentali non vedremo mai.

Un paese cambiato così tanto da essersi affidato all’ultraconservatore Ahmadinejad.

Una cosa fondamentale da capire sull’Iran è che l’attuale governo non rappresenta per nulla gli iraniani. I giovani sotto i 30 anni, che sono il 70% della popolazione, sono altamente istruiti. In fin dei conti non possono incolpare gli occidentali di nessuno dei loro problemi, ma solo chi li ha governati finora. Il paese cambierà, e tutti lo sanno. La questione è capire solo se l’Occidente cadrà nella trappola che gli stanno tendendo gli ultraconservatori.

Lei dice che il presidente Ahmadinejad non rappresenta per nulla il popolo iraniano. Però è stato il popolo a votarlo.

Ahmadinejad rappresentava gli iraniani in un messaggio chiaro che era riuscito a comunicare e a offrire: arricchire i poveri. Il paese, nonostante le sanzioni e i problemi, ha buoni standard di vita e infrastrutture molto avanzate. Ahmadinejad prometteva di rimediare agli squilibri sociali, ben sapendo di poter attingere alle ingenti entrate del petrolio e ben sapendo che la maggior parte della ricchezza è nelle mani di gruppi semiprivati governativi, che sono una sorta di cooperative controllate da certe fazioni dell’Ayatollah. Per questo è stato eletto, e non perché prometteva di isolare l’Iran, di attaccare verbalmente Israele o di impegnarsi nella questione del nucleare. Ed è stato eletto anche perché la sua controparte, Akbar Hashemi Rafsanjani, è visto come un uomo che si è arricchito grazie alla guerra in Iraq.

E ora la gente è delusa dal governo dell’ex sindaco di Teheran?

Ci sono moltissime persone che disapprovano il suo esecutivo. Non solo tra i pragmatici riformisti, ma anche tra i conservatori, perché Ahmadinejad dice che presto tornerà il Mahdi (il dodicesimo imam che, secondo gli sciiti, tornerà a salvare il mondo, ndr) ed è come se un cattolico annunciasse l’arrivo dell’apocalisse: non tutti i cattolici sarebbero d’accordo. In entrambi i casi si annuncia la fine del mondo, ed è uno scenario che mette a disagio molte persone. Tutto questo per dire che in Iran esistono oggi molti conflitti, e quello principale non è tra l’Iran e l’Occidente, ma tra l’Iran e se stesso. Gli ultraconservatori sperano nell’isolamento dell’Iran, perché questo permetterebbe loro di avere il controllo del paese per altri 5-10 anni.

La comunità internazionale è sempre più preoccupata. Ultimamente anche la Francia di Jacques Chirac sta alzando la voce. Cosa pensa della possibilità di sanzioni nei confronti di Teheran?

Tutte le esperienze passate ci dicono che non funzionano, non scalfiscono il regime, e anzi le sanzioni contro l’Iraq hanno rafforzato a suo tempo Saddam Hussein. Usa e Europa sono consapevoli del fatto che non si deve penalizzare il popolo iraniano, che è un grande popolo. Il problema è che tutti, in Iran, sostengono il diritto di perseguire attività nucleari, da quelli che sono per lo Scià ai democratici, dai liberali ai conservatori, e così il tema del nucleare è l’unico in grado di ricompattare i conservatori. Un mio amico iraniano mi ha detto: “Pare che i vostri ayatollah lavorino insieme ai nostri ayatollah”. E’ vero. Ahmadinejad e Bush sono entrambi anti-intellettuali, nascondono la propria ignoranza proclamandosi attori di una missione divina, sono patologicamente paranoici, attaccano tutti i moderati e i pacifisti come traditori, e pretendono che questa sia una battaglia tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre. Usano lo stesso linguaggio, operano la stessa politica della paura, spiano o stilano dossier sui propri oppositori. America e Iran hanno bisogno l’una dell’altra, si considerano nemici, e senza l’altra perderebbero parte della propria identità.

Le minacce verbali avanzate da Ahmadinejad nei confronti di Israele cambiano però il quadro, e rendono più delicata la questione del nucleare.

E’ vero. Ma ci vorranno altri sei anni prima che l’Iran possa dotarsi delle armi nucleari. Siamo sicuri che abbiamo bisogno di una guerra oggi? E qualche attacco aereo agli impianti nucleari risolverebbe la questione? Si stima che sarebbero necessari mille raid aerei, su 15-20 siti che circondano centri abitati. Non sento mai nessuno porsi la questione morale: sottoporre 3 milioni di persone a radiazioni pur di risolvere la questione. Significa che quei 3 milioni di iraniani sono sacrificabili? Mille raid non sono un attacco, sono una guerra. Ci sono vie per trattare? Rimpiazzando Mossadeq (il primo ministro iraniano rimosso nel 1953 dalla Cia e dalla Gran Bretagna, ndr) l’Occidente ha scoperto Khomeini. Non sostenendo e incentivando i riformisti di Khatami, ora ci ritroviamo Ahmadinejad.

E allora cosa dovrebbero fare i paesi occidentali, se le sanzioni non sono praticabili?

I paesi occidentali avrebbero dovuto fare molto negli 8 anni in cui Khatami è stato al potere. Avrebbero dovuto finanziare il più possibile quel governo. Io sono cresciuto nel Medio Oriente, e sono abituato a pensare in termini di causa-effetto. Negli Usa, che io chiamo gli “Stati Uniti d’Amnesia”, nessuno si è mai chiesto perché gli americani siano presenti in Medio Oriente.

Sì, ma cosa dovrebbe fare ora l’Occidente?

Oggi il problema è enorme. Condoleezza Rice ha appena annunciato lo stanziamento di 75 milioni di dollari per educare gli iraniani alla democrazia. Dove erano 7 anni fa? A cosa pensavano? Temo che ci troviamo di fronte a due gruppi terribilmente irresponsabili che capiscono solo il conflitto come strumento per rimanere al potere. Così ora la questione è nelle mani dell’Europa. Deve lavorare a stretto contatto con la Cina e la Russia. La Gran Bretagna, in Iran, è una potenza coloniale ed è malvista dalla popolazione. Come gli Stati Uniti, ha ben poca credibilità nel paese. Guardiamo cosa sta succedendo dall’altra parte del mondo. In Corea del Nord , un paese che possiede il nucleare, abbiamo sei potenze sedute al tavolo del negoziato, pronte ad offrire incentivi. Il governo di Washington ha interrotto per un anno le trattative. Ci si chiederà: sarà stato per un motivo grave e terribile? No, accusavano i nordcoreani di falsificare dollari. Ma allora gli americani dovrebbero rompere i rapporti anche con l’Italia e la Russia! Questa amministrazione vuole risolvere la situazione senza l’uso delle armi? Il mio sospetto è che siano solo dei cowboy, di cui non mi fido per niente. Che siano l’impero più isolato e provinciale di tutti i tempi, senza nessuna conoscenza del mondo.

Nel suo libro lei scrive che, quando era piccolo, in Iran la festa più amata dai bambini era quella delle Nazioni Unite. Quanto prestigio è rimasto oggi all’Onu, presso il popolo iraniano?

Per decenni l’Onu è stato visto come un forum presso cui l’Iran doveva acquisire credibilità e rispetto. Oggi però è visto come un’espressione dei suoi donatori, più che come un forum delle nazioni. L’ex presidente Khatami si è impegnato moltissimo per il dialogo tra le culture, in un’iniziativa che ha trovato il consenso dello stesso segretario generale Kofi Annan. Se l’Onu diventa espressione della volontà politica di Usa e Gran Bretagna, è difficile che continui ad essere rispettato dagli iraniani.

Nel suo romanzo sua madre ad un certo punto dice che “l’America è come un’isola, staccata dal resto del mondo. Molte persone non comprendono la realtà”. Leggendo il suo libro viene da pensare: Terence Ward non è molto fiero di essere americano.

Sono cresciuto con certi ideali, come democrazia, libertà, giustizia. Poi nel sud degli Stati Uniti vedi che invece c’è razzismo. Vedi il maccartismo, vedi che quei valori americani vengono traditi dalla politica, e ti chiedi se puoi accettare il tuo paese così com’è. L’America oggi è isolata, e può uscire dal suo isolamento solo attraverso la cultura, il lavoro, la responsabilità. Tutte cose che oggi non vengono comunicate. I media americani comunicano solo fantasia, evasione, superficialità. Niente fatti. La nostra, purtroppo, è la più grande società dell’intrattenimento e probabilmente la meno colta. Purtroppo anche in Italia la situazione è simile. Menzogne, superficialità del messaggio, un premier che vuole assomigliare a una velina e che tramite le sue televisioni è riuscito ad abbassare il livello dell’intelligenza e dei valori di questa nazione. La storia della tv italiana e di quella americana è parallela, con la differenza che in Italia il capo del governo possiede direttamente le televisioni. Questa non è democrazia. Noi sappiamo cosa potrebbero essere i nostri paesi, e ci spezza il cuore sapere in che direzione stiano andando. Il denaro non è l’unico valore del mondo, perché i veri valori sono il rispetto, la compassione, l’impegno sociale, l’arricchimento attraverso le culture. E’ possibile che in meno di dieci anni governanti ignoranti, ricchissimi e avidi di potere siano riusciti a stracciare questi valori?

Crede che verso il Medio Oriente l’Europa abbia una sensibilità diversa rispetto all’America?

Senza dubbio. Paesi come l’Italia, la Spagna e la Grecia, in virtù della loro sensibilità mediterranea e del fatto che non siano state potenze coloniali, possono fare da mediatori. Il mediatore, l’honest broker, è terribilmente importante nel Medio Oriente, e deve avere la fiducia di entrambe le parti, cosa che per motivi storici non possono vantare né Usa né Gran Bretagna, ma solo l’Unione Europea.

 

 

 

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