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295 - 10.03.06


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Debray: “Quell’intreccio
tra rispetto e libertà”

Luca Sebastiani



“Se esiste effettivamente un conflitto di doveri tra libertà d’espressione e rispetto altrui, bisogna dire allora che queste due nozioni non sono incompatibili, a condizione, però, di affrontare il problema con calma e in maniera storica”.

È Regis Debray, noto filosofo e mediologo, a prendere la parola per primo giovedì 9 febbraio, e ad impostare il problema sollevato dalla conferenza organizzata a Parigi da Reporters sans Frontieres sul tema del rapporto tra libertà d’espressione e rispetto delle varie sensibilità e identità.

Intorno al tavolo responsabili politici e religiosi, intellettuali e diplomatici aspettano di dire la loro per provare a vedere se al di là della violenza scatenata dalla pubblicazione delle caricature di Maometto, al di là del celebre scontro di civiltà evocato dalla postura sia dagli islamisti sia dagli oltranzisti della libertà, ci sia la possibilità di intrecciare un dialogo tra Occidente e Islam, tra laicità e religione su basi differenti.

Debray, come molti nella sala, ne è convinto, a condizione che si smetta di proiettare i codici occidentali sulle altre culture e si riesca a “salvaguardare una giusta proporzione tra le nostre rozzezze coloniali e il carattere inammissibile delle violenze che le hanno seguite. Bisogna, in altre parole, resistere all’intolleranza ma senza arroganza né incoscienza e nel rispetto di ciascuno”. D’altronde il rispetto è contenuto nel concetto stesso di libertà d’espressione fin dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, che nell’articolo 11 precisa che questa libertà è inquadrata dalla legge e si ferma là dove cominciano i diritti altrui.

Anche Mohamed Bechari, presidente della Federazione nazionale dei musulmani di Francia e vicepresidente del Consiglio francese del culto musulmano, è convinto che una reale coabitazione tra civiltà sia possibile attraverso la costruzione di un dialogo nello spazio comune offerto dalla laicità. Anzi, dice Bechari, il dialogo è indispensabile e urgente per impedire che quello stesso spazio sia occupato e preso in ostaggio dagli estremisti islamici e della laicità, che si rispondono solo con reciproche violenze. “Bisogna certamente condannare la crescita dei movimenti populisti nei paesi arabi e non stancarsi di spiegare che il diritto all’informazione è sacro, ma perché riprodurre quelle caricature che sono lette solo come una provocazione? Fermiamo le accuse gratuite e le lezioni impartite ai musulmani francesi ed europei che sono mobilitati contro il terrorismo e credono alla libertà di parola e d’opinione”. Altrimenti si rischia di schiacciarli a vantaggio di quelli che assaltano le ambasciate.

In una società complessa e stratificata come la nostra sono i media quelli a dover esercitare con il maggior senso di responsabilità. Un’immagine oggi viene esposta a sensibilità differenti e non più a un pubblico omogeneo e riconoscibile. Odon Vallet, storico delle religioni, fa l’esempio di Star Tv che, data l’enorme diffusione nel mondo, emette serie televisive in cui i protagonisti non mangiano né maiale né manzo, ma piuttosto pollo per non ferire la suscettibilità di musulmani e induisti. Non si tratta solo di praticare una sorta di autocensura, ma di rispetto. “Nessuna religione – dice Vallet – è completamente iconoclasta o iconolatra e le eccezioni al principio di non rappresentazione, interdizione che data solo dall’VIII secolo, sono numerose anche nell’Islam. Quello che è in causa in questo affare delle caricature è dunque il rispetto più che l’immagine e la figurazione”.

Anche Rachid Benzine, scrittore e islamologo, centra il suo discorso sulla necessità del rispetto e della conoscenza di quello che il sacro è per gli uni e per gli altri, perché solo così si possono scongiurare le reciproche condanne che non fanno avanzare il dibattito e il dialogo. “Quest’affare delle caricature è rivelatore di uno scontro di ignoranze più che di civiltà – dice Benzine – In nome del sacro si può diventare violenti e ci vuole molta attenzione e rispetto in un momento in cui la realtà va così veloce”.

L’islamologo ed ex mufti di Marsiglia, Soheib Bencheikh, si rivolge direttamente ai musulmani che hanno fatto delle caricature la scusa per scatenare il proprio dogmatismo e soprattutto la propria “ignoranza surrealista” sia nel campo della libertà d’espressione che in quello religioso. Infatti, è il Corano stesso che raccomanda di tralasciare le polemiche sterili, come possono essere quelle scatenate da certi settori in questa occasione, per volgersi verso il bene, cioè il dialogo. Inoltre “quelli che chiedono le scuse al governo danese conosco piuttosto male le regole essenziali”.

Ma questa crisi può diventare un fatto positivo. Rendendo patente un conflitto latente, può trasformarsi in una tappa decisiva verso l’avvicinamento e la comprensione reciproca. “Questa crisi – dice il ricercatore e scrittore Abbas Aroua – può condurre l’Occidente a comprendere meglio la sensibilità musulmana e il mondo musulmano a trovare le risorse per battersi nei propri Paesi per la libertà d’espressione”.

Essere vigili rispetto alle strumentalizzazioni, vengano da governi islamici o da sostenitori di una libertà guerriera. Intrecciare il dialogo per riconoscersi reciprocamente e costruire una società rispettosa di tutti e più libera, perché, oltre che nei Paesi musulmani, anche in Occidente la libertà di espressione deve compiere ancora notevoli passi in avanti.

Ad esempio: quelli che in Italia urlano indignati o stampano magliette con le caricature incriminate come gesto provocatorio in difesa della libertà, quando volgeranno lo sguardo entro i propri confini nazionali e condurranno con eguale passione una battaglia in favore di quella medesima libertà nel proprio Paese che dall’estero vedono abbastanza compromessa nei principi? Non “siamo tutti danesi”, come ci è stato chiesto di dichiarare. Noi, in particolar modo, “siamo tutti italiani”.
La libertà non è mai acquisita per sempre da nessuna parte.

 

 

 

 

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