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295 - 10.03.06


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Le nuove strade
dell’islam moderno

Rachid Benzine
con Luca Sebastiani



Iniziata in sordina mesi fa, la crisi delle caricature di Maometto è esplosa inaspettata solo nelle ultime settimane. Rappresentanze diplomatiche scandinave e europee attaccate e date alle fiamme in alcuni paesi arabo-musulmani, dichiarazioni oltranziste nei Paesi occidentali da parte di alcuni politici e intellettuali. Insomma, a dar retta ai media che l’hanno rappresentata, la crisi delle caricature non sarebbe nient’altro che l’ennesimo capitolo della saga dello “scontro di civiltà”.
Ma siamo davvero destinati a questo clash? Davvero siamo così irriducibili? Sono in molti a pensare e sperare il contrario, a credere che quello in corso sia più che altro uno scontro di inciviltà e ignoranze reciproche.
Ne abbiamo parlato con Rachid Benzine che, considerato un esponente della nuova generazione intellettuale musulmana, insegna Ermeneutica del testo coranico alla facoltà di Scienze politiche di Aix en Provence e ha da poco dato alle stampe I nuovi pensatori dell’Islam (pubblicato in Italia da Editrice Pisani).

Le caricature di Maometto hanno innescato la collera dei musulmani in alcuni paesi. Una reazione così violenta era prevedibile?

Credo che non si possa comprendere la collera di certi musulmani - una collera che si è espressa a volte con la violenza, con il sacco di ambasciate e di rappresentanze diplomatiche danesi e europee - senza introdurre una riflessione sul ruolo dell’immagine nella tradizione musulmana.
Questa considera in effetti tutte le figurazioni di un essere vivente come il tentativo di mimare il gesto del Dio Creatore. Contrariamente al cattolicesimo che vede nell’immagine una mediazione verso il divino, l’islam, come il protestantesimo o il giudaismo, è reticente alla rappresentazione pur non avendo mai pensato questo rifiuto. È un “non-pensato” di queste tradizioni, che perdura anche in un’epoca in cui le società sono sempre più modificate dall’impatto delle immagini. L’assenza della rappresentazione intende significare i limiti dell’umano il cui intendimento non è né di contenere, né di esprimere, né di svuotare totalmente il divino. In questo senso è una sorta di feticcio. È quindi molto probabile che la proiezione d’immagini del Profeta - per di più ridicolizzato - sia stata vista dai musulmani come una violenza che li ha spossessati.
La crisi che oggi stiamo conoscendo potrebbe però rivelarsi feconda, in quanto punta il dito su quell’impensato aprendo la possibilità per queste tradizioni religiose di avviare un lavoro etico e teologico sulla questione della rappresentazione.

Una reazione così violenta non rischia di legittimare la versione distorta che i caricaturisti hanno dell’islam?

Sarebbe così qualora si restasse a una visione molto semplificatrice degli avvenimenti, una visione che opponesse i difensori intransigenti della libertà d’espressione ai “devoti intolleranti” e oscurantisti. La situazione invece è molto più complessa e per comprenderla bisogna fare appello tanto ad elementi geopolitici e religiosi che filosofici ed epistemologici.

Qual è il rapporto tra sacro e violenza nell’islam di oggi?

Per risponderle mi richiamerò al triangolo antropologico definito da Mohamed Arkoun, quello fondato sui legami tra sacro, verità e violenza. Arkoun ricorda che tutte le società, nel corso del loro sviluppo, intraprendono dei processi di sacralizzazione che santificano certi principi, certi valori, certi interdetti che non si offrono più ad alcuna interrogazione. La libertà sacralizzata degli uni, che costituisce la loro verità storica, morale ed etica, si scontra alla figura sacralizzata di tutti gli altri. A questo punto la difesa intransigente non si fa senza violenza.
È perché in questa crisi si sono opposti due dogmatismi intransigenti, la libertà d’espressione da una parte e il rispetto delle credenze dall’altro, che ognuno non ha esitato ad usare la violenza, sia simbolica o reale, per difendere il proprio perimetro sacro.

In Occidente la libertà d’espressione è inquadrata dalla legge. Qual è il rapporto tra legge islamica e libertà d’espressione?

Mi sembra un errore porre la domanda così poiché la libertà d’espressione, nozione storicamente recente, non fa parte dell’agenda dell’islam. Non si possono trasportare nozioni acquisite attraverso lotte sociali recenti su una religione nata nel settimo secolo. Al contrario, se la libertà d’espressione è ancora largamente messa male in molti paesi detti arabo-musulmani, è perché essa può rappresentare una parola di contestazione e d’opposizione che minaccia per l’equilibrio e la legittimità delle forze al potere. Non bisogna quindi imputare al fattore religioso la limitazione e l’assenza di libertà d’espressione in certi paesi.

Sembra di aver visto ancora una volta, in questa crisi delle caricature, un confronto tra Occidente e islam, tra libertà d’espressione assoluta e ortodossia religiosa implacabile: siamo di fronte al tanto famigerato “scontro di civiltà”?

La maniera in cui le cose sono analizzate e spiegate tenderebbe effettivamente a portarci all’opposizione tra due entità culturali, due mondi irrimediabilmente irriducibili l’un l’altro. Quando uno assume la libertà d’espressione come diritto fondamentale, l’altro lo limita nel nome del rispetto delle credenze. Quando uno, laico o secolarizzato, non s’offende per le satire anti-religiose, l’altro s’incendia.
Ma pensare così vuol dire mettere di spalle due universi di senso, vuol dire considerare i due gruppi di società profondamente separati da una “non-condivisione” dei “valori fondamentali”. La differenza, invece, risiede forse “solamente” nel modo di gerarchizzare i valori della libertà d’espressione e del rispetto delle credenze religiose.
Bisogna ricordare che le società dette arabo-musulmane d’oggi non hanno conosciuto gli stessi percorsi storici del pensiero detto occidentale, in particolar modo sulla questione del sacro. Esse non possono pensare - in ogni modo non per il momento - la libertà d’espressione al di fuori di un quadro che non preservi la fede e questo tanto più oggi che la funzione identitaria della fede è stata alimentata dalle evoluzioni geopolitiche degli ultimi anni.

Si ha la sensazione che siano i dogmatismi di ogni genere ad approfittare di questo genere di situazioni. Come permettere alle voci moderate di farsi intendere in modo che il fossato tra islam e Occidente cessi di aumentare?

Esiste oggi nel mondo arabo-musulmano un certo numero di pensatori musulmani che, pur inscrivendosi nella umma, provano a rileggere il patrimonio tradizionale classico, che conoscono molto bene, mobilizzando le metodologie delle scienze umane. Il loro obiettivo non è di riformare l’islam e ancor meno di modernizzarlo: la loro sola ambizione è di permettere nuove letture dell’islam in modo che una modernità islamica per il momento in divenire, possa alla fine realizzarsi. Il problema è che l’Occidente è ansioso di individuare queste voci, che esse siano religiose o politiche, per far portare loro il peso dell’emancipazione dei propri popoli dalle oppressioni ideologiche di ogni genere. Ora, che l’Occidente sia l’intermediario dei loro lavori o che offra lo spazio di libertà d’espressione che manca loro è una cosa salutare, ma che riconosca in loro i degni discepoli dei “valori occidentali” ne è un’altra, perniciosa, perché li taglia definitivamente dai loro compatrioti, che li considerano a quel punto come seguaci di un Occidente screditato. Questi pensatori moderati, invece, devono prima convincere i loro propri compatrioti e bisogna dunque evitare di metterli in posizioni di rottura di dialogo con loro.

Qual è la lettura del Corano che legittima una tale violenza?

Il Corano è il solco d’identità religiosa dei musulmani. Per i suoi credenti racchiude la “Parola di Dio”, ipsima verba. La tradizione musulmana ha progressivamente fissato, sacralizzandole, tutte le interpretazioni del testo che poi hanno fondato la giurisprudenza, la filosofia, la mistica e la teologia musulmane. Questa sacralizzazione ha condotto ad una impasse e abolito tutta la distanza critica che è necessaria per affrontare con strumenti più appropriati un tale testo.
È per questo che ci si ritrova oggi con degli approcci fondamentalisti del Corano, approcci che limitano la capacità d’interpretazione a profitto di una lettura essenzialista e letteralista che può condurre alla violenza in nome di una verità ricevuta come sacra. Questo è tanto più vero oggi che i musulmani, nel contesto geopolitico attuale, hanno la sensazione d’essere al margine della storia, del progresso, e usano l’islam come un forte vettore identitario.

Lei sostiene la necessità di leggere il Corano con gli strumenti delle scienze umane, in modo da “modernizzare” l’interpretazione del testo sacro. Quali sono per lei le condizioni necessarie a svolgere questa operazione?

Preciso che per me non si tratta d’arrivare a una lettura moderna, né a una lettura riformista del Corano. Dire “riformare” o “modernizzare” vuol dire cadere in una trappola del linguaggio in quanto sembra che si voglia ingiungere alla tradizione musulmana di conformarsi a un certo numero di caratteristiche della modernità. Quando si dice “riformare” o “modernizzare” l’islam, si presuppone che ci sia un modello positivo al quale l’islam debba allinearsi. Questo stesso modello, peraltro, è il frutto di un’evoluzione epistemologica e di un’attitudine intellettuale che ne hanno preparato la realizzazione. Ora, quando si dice all’islam di riformarsi, si considera la riforma come un obiettivo mentre essa non è che una conseguenza possibile dello sviluppo intellettuale di una società a un momento dato. Mi sembra quindi semplicemente che il pensiero musulmano debba oggi aprirsi a nuove interrogazioni che gli permettano di riscoprirsi in altro modo e di trovare i suoi strumenti di dialogo con tutte le modernità.
Il rinnovamento dell’approccio ermeneutico al Corano deve basarsi su un dialogo con i metodi che la ragione critica ci offre e che sono altrettante vie verso un pensiero critico operativo. L’approccio storico, le analisi letterarie, sono strumenti esegetici dimenticati dalla tradizione musulmana a profitto della trasmissione di formule semplificate depositate nella coscienza musulmana collettiva. Bisogna, oggi, sottomettere queste concezioni a uno sguardo critico che permetta al pensiero musulmano d’arricchire le sue concezioni religiose grazie a interpretazioni infinite e rinnovate. È a questo che lavoro.

Che fare, secondo lei, per intrecciare il dialogo e la pace?

Perché l’uscita da questa crisi sia feconda, bisogna riflettere insieme per costruire un nuovo linguaggio comune, che tenga conto di tutti i “non-pensati” delle nostre società. Oggi i concetti hanno mostrato i loro limiti a farsi carico e a teorizzare i cambiamenti, e quindi a scongiurare le paure che questi ispirano. La realtà sociale si ritrova interamente riconfigurata da dei discorsi, principalmente mediatici, che erigono i soggetti in categorie essenzializzate. Persistere nell’ignorare gli immaginari e i sistemi di percezione che condizionano le attitudini dei soggetti, vuol dire continuare a nutrire la visione che il dialogo col mondo musulmano è al meglio difficile o al peggio impossibile.

 

 

 

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