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294 - 17.02.06


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Chi soffia sul fuoco
del conflitto di civiltà?

Siegmund Ginzberg



Tratto dal quotidiano L'Unità

Se c’è un modo sicuro per soffiare sul fuoco del “conflitto di civiltà” è fare di ogni erba un fascio, c’è chi non aspetta altro (dopo i 5 anni che abbiamo avuto per riflettere sull’11 settembre ancora non riesco a trovare altra spiegazione logica). Ogni occasione, tragica, o piccola e insignificante è buona. Non è sempre possibile, forse non basta nemmeno non dargliene l’estro. Ma sarebbe già qualcosa.

La baraonda che si è scatenata sulle vignette di Maometto terrorista pubblicate da un giornale di Copenhagen (lo scorso settembre, anche se più recentemente riprese da un’altra pubblicazione). Il segretario (turco) dell’Organizzazione per la conferenza islamica che chiama in causa il Papa per la satira di questo giornale di un paese a prevalenza protestante. Pavarotti contestato in Turchia perché infedele. La musica “occidentale” proibita alla radio iraniana. Il più grande scrittore vivente in lingua araba, l’egiziano Nagib Mahfuz, sopravissuto ad una coltellata alla gola nel 1994 da parte di un fanatico di Al Jihad, che arriva a chiedere ai teologi islamici l’imprimatur su un suo libro condannato come blasfemo nel lontano 1959. La vittoria elettorale di Hamas in Palestina. La tentazione di mettere tutto questo nello stesso sacco – quello dell’impossibilità di “capirsi” con l’islam, tutto l’islam – è forte. Ma sono convinto che per non cadere nella trappola, quella che ci porterebbe dritti a “diventare come loro”, cioè perdere la partita, sia meglio distinguere, spaccare il capello in quattro se occorre, evitare i polveroni. Anche perché quel che ci fa più impressione potrebbe essere meno preoccupante di quello che invece appare invece rassicurante.

L’ultima è che il gruppo islamico danese che aveva scatenato il putiferio contro le caricature di Maometto pubblicate dal Jyllands-Posten ha accettato le scuse presentategli dal premier Rasmussuen, il quale, dopo aver fatto notare che nei paesi liberi non spetta ai governi censurare la stampa, ha dichiarato che a lui non sarebbe mai venuto in mente di “rappresentare Maometto, Gesù, o qualsiasi altra personalità religiosa in modo che possa offendere qualcuno”. Non è detto che basti a far rientrare la buriana, far fare marcia indietro su dichiarazioni indignate e passi diplomatici da tutto il mondo musulmano, richiami di ambasciatori, minacce di boicottaggio economico, e di terrorismo contro Danimarca ed Europa. Né a far cessare manifestazioni e incidenti, che a Gaza hanno visto persino l’occupazione da parte di uomini armati dell’ufficio di assistenza tecnica dell’Ue. Ma c’è da notare che le manifestazioni a Gaza non erano promosse da Hamas, la formazione ultrà vincitrice delle elezioni, ma dal gruppo della Jihad islamica, che non può vantare un successo analogo alle urne, e forse cerca di rifarsi su un altro terreno.

La risposta di Hamas appare più calma. Si sono limitati a promuovere il boicottaggio dei prodotti danesi. Successo democratico oblige, la priorità è ora togliersi lo stigma sanguinario. Agli occhi dell’Europa. Ma anche agli occhi degli americani. Il Washington Post ha pubblicato un intervento del loro numero due Musa Abu Marzuk, a prima vista un capolavoro di moderazione. Arriva a rivendicare, oltre alle “mani pulite” e alla trasparenza nel governare, il “pluralismo”, il riconoscimento delle “tradizioni giudaico-cristiane”, pari dignità in Terra santa per tutte e tre le religioni che si richiamano al patriarca Abramo. Parla di “tolleranza”, “reciproco rispetto”, “dialogo senza pregiudizi e precondizioni”. Invoca “il giorno in cui vivremo insieme, di nuovo gli uni accanto agli altri”. Magnifico, incomparabilmente meglio dell’esaltazione dei “martiri” suicidi. Ma anche le buone notizie hanno il rovescio della medaglia: il suo invito agli israeliani a “riflettere sulla pace che i nostri popoli godevano un tempo, e alla protezione che i musulmani hanno sempre fornito alla comunità ebraica” conferma che quello che ha in mente è ancora uno Stato islamico in tutta la Palestina, non due Stati, che in questa idea di convivenza non c’è posto per Israele.

A doppio taglio sono anche notizie minori. Fa certo impressione leggere che in una recente trasferta in pullman del Coro dell’orchestra della televisione turca qualcuno si sia preso la briga di far togliere un cd del “ghavur”, infedele Pavarotti per sostituirlo con un altro di musica popolare turca. Brutto segno, rompe con una tradizione laica. Ma il lato della medaglia che mi interessa di più è che la cosa si è risaputa e ha assunto proporzioni di scandalo nazionale perché i musicisti hanno protestato. Mi fa certo impressione che il nuovo primo ministro dell’Iran, Ahmadinejad, abbia recentemente pensato di rivangare una vecchia proibizione, che risale a Khomeini, della “musica occidentale” sulle trasmittenti pubbliche. Non è chiaro se riguardasse solo il rock e la musica che anche certi ultrà religiosi dalle nostre parti denunciano come “satanica”, o anche di Beethoven e Mozart. Khomeini disse una volta alla Fallaci che lo intervistava che della musica occidentale gli piacevano le marce e che Beethoven o Bach non sapeva chi fossero. L’ayatollah aveva anche pronunciato nel 1989 la fatwa di condanna a morte contro Salman Rushdie. Ma la cosa era caduta quando si era cominciato a parlare anche a Teheran di rapporti normali con gli Stati Uniti, anzi persino con Israele. Cosa ha fatto precipitare tutto indietro di un quarto di secolo? Comunque anche qui c’è un risvolto della medaglia: il fatto che radio e tv iraniane continuano a trasmettere imperterriti musica “occidentale” e che probabilmente nessuno è in grado di impedire ai giovani islamici iraniani di ascoltare la musica che piace ai loro coetanei nel resto del mondo.

La peggiore, o comunque la più triste, delle notizie che ho elencato all’inizio di questo articolo mi pare quella che riguarda Mahfuz. Il libro di cui lo scrittore ha chiesto la riabilitazione ai teologi dell’Università Al Azhar del Cairo (e per cui, secondo notizie da Londra, ora chiederebbe addirittura una prefazione dei Fratelli musulmani) era stato giudicato blasfemo perché nella storia del patriarca che caccia di casa e maledice i figli qualcuno aveva letto una metafora di Allah che maledice Maometto, Gesù, Mosè e la scienza. Si può capire che Mahfuz non voglia più essere accoltellato e non voglia che si brucino i suoi libri. Ma chi gliel’ha fatto fare alla sua età? Il vento maligno che tira o la speranza che i teologi islamici prendano le distanze dai fanatici? Far d’ogni erba islamica un fascio quale delle due ipotesi rischia di favorire?


 

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