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294 - 17.02.06


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La soluzione si
chiama Mahmoud Abbas

David Chemla con
Luca Sebastiani



David Chemla è il presidente di La Paix Maintenant, traduzione francese di Shalom Arshav (La pace ora). La sua associazione, proprio come l’omonimo movimento israeliano, si batte da anni per la cooperazione con i palestinesi e il sostegno di tutte le iniziative congiunte (come gli Accordi di Ginevra firmati nel 2003 da esponenti delle due popolazioni). Recentemente Chemla ha pubblicato un libro, Bâtisseurs de Paix (Costruttori di pace), per il quale ha intervistato militari, intellettuali, esponenti religiosi e politici palestinesi e israeliani che in quella terra stanno spendendosi, appunto, per una convivenza pacifica. Nel libro si raccontano le storie e il percorso di chi è riuscito a superare la propria posizione nel conflitto, per farsi carico anche di quella dell’altro. Lo abbiamo incontrato per provare a capire cosa ne sarà della speranza di pace in Medio Oriente dopo la vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi.

David Chemla, come spiega la vittoria di Hamas?

Non bisogna stupirsi, la vittoria di Hamas era prevedibile da molto tempo. L’analisi dei risultati ci permette d’altronde di capirne un po’ di più il senso. Le elezioni palestinesi sono composte da due voti: un voto proporzionale per liste in cui i candidati di Hamas hanno quasi pareggiato con Fatah (30 eletti contro 27), e un voto per circoscrizione in cui i candidati di Hamas hanno largamente dominato. Questa differenza tra i due voti mostra che la linea politica di Fatah – negoziato con Israele, almeno dagli accordi di Oslo – non è stata rigettata in blocco dalla popolazione palestinese. Il risultato testimonia semmai il rigetto della leadership di Fatah, associata ad un sistema corrotto e alla mancanza visibile di cambiamenti nel quotidiano in seguito agli accordi di Oslo. Durante questi ultimi cinque anni di Intifada, la situazione economica si è degradata e, in opposizione al comportamento dei dirigenti di Fatah, Hamas ha saputo rinforzare la sua immagine presso la popolazione, sviluppando tutte le sue azioni sociali. È certo, d’altronde, che le scelte politiche dei differenti governi israeliani non hanno aiutato la posizione di Fatah. Il ritiro da Gaza, che avrebbe potuto essere un premio alla linea politica di Mahmoud Abbas, essendosi svolto unilateralmente è stato invece interpretato come una vittoria delle azioni militari di Hamas.

Che prezzo sono disposti ad accettare israeliani e palestinesi, pur di arrivare alla pace?

I sondaggi mostrano ancora oggi che le due popolazioni accettano nella loro maggioranza la soluzione dei due Stati. Cinque anni di violenze, più una guerra e un’Intifada popolare, hanno mostrato agli occhi dei due campi che non ci sono soluzioni militari a questo conflitto. In Israele anche i più reticenti sono convinti della necessità di separarsi dai palestinesi. La barriera di sicurezza, percepita come un mezzo per proteggersi dagli attentati, prefigura la futura frontiera anche se i dirigenti non lo dicono apertamente. È per questo che i coloni si sono opposti, coscienti che essa porterà obbligatoriamente quelli di loro che si trovano nella parte Est della barriera a dover lasciare gli insediamenti. Sharon aveva compreso quest’aspettativa della maggioranza degli israeliani e, di fronte al costo umano ed economico dell’occupazione di Gaza e all’accoglienza favorevole ricevuta da iniziative come quella di Ginevra, ha deciso di realizzare il suo piano di ritiro. Anche nei Territori la popolazione è stanca della situazione. Lo spirito di riconciliazione che accompagnava il processo di Oslo oggi non è più lo stesso. L’obiettivo è di realizzare una separazione tra le due popolazioni e mettere fine all’occupazione. La riconciliazione verrà più tardi.

Nel suo statuto, che risale al 1988, Hamas prevede la cancellazione di Israele e la creazione di uno stato islamico. La legittimazione politica li costringerà a cambiare rotta e ad accettare Israele?

Non sarebbe la prima volta che un partito che si confronta con gli obblighi del potere cambi le sue posizioni. Il problema, con Hamas, è che segue una linea più teologica che ideologica. E se è possibile finire per intendersi con uomini politici, è più difficile farlo con uomini che si presentano come “uomini di Dio”, di un Dio rivendicato come esclusivo.

Da sempre l’Autorità palestinese si è identificata con Fatah. Ora sarà disposta a lasciare il potere in mano agli islamisti?

La molteplicità dei gruppi armati testimonia dell’anarchia esistente oggi nei territori. Molti di questi gruppi si proclamano di Fatah. Come reagiranno al cambiamento di potere? Quale sarà lo statuto di questi uomini armati? All’interno di Fatah l’opposizione tra vecchia e giovane guardia ha già condotto ad una molteplicità di liste alle elezioni, che si sono rivelate fondamentali per la sconfitta. Se si assisterà ad una mini guerra civile, questa rischierebbe di condurre a un affondamento di quello che resta dell’Autorità palestinese.

Prima delle elezioni, il premier il primo ministro israeliano Ehud Olmert ha dichiarato che “Israele non potrà accettare che Hamas, nella sua forma attuale, faccia parte dell’Autorità palestinese”. Non riconoscendo la legittimità di Fatah per anni Israele ha contribuito alla crescita del movimento islamista. A pochi mesi dalle elezioni, quali problemi si aprono ora per Israele, con Hamas al potere e un quadro politico interno ancora confuso?

Effettivamente, negli anni Ottanta, Israele rifiutava di negoziare con l’Olp diretta da Fatah, sperando di trovare in questo movimento religioso un contrappeso al partito nazionalista. È un esempio di quella cecità politica che s’è già vista altrove, per esempio con gli americani quando sostennero il regime dei Talebani o quello di Saddam. In politica bisogna a volte avere il coraggio di affrontare l’opinione pubblica per promuovere una strategia basata su una visione dei propri interessi sul lungo periodo. Non ci si sceglie l’avversario. E più lo si rifiuta più lo si rinforza. Lo si è visto con la vittoria di Hamas alle elezioni. Israele non ha saputo aiutare Fatah quando era al potere. Gli oppositori israeliani di questa politica, per esempio quelli che sono stati all’origine dell’Iniziativa di Ginevra, lo hanno detto più di una volta. Oggi è cosa fatta.
In questa situazione è probabile che Olmert, dopo le elezioni, continui sulla linea politica iniziata da Sharon e che avvii altri disimpegni unilaterali. Scelta che sarebbe il male minore. Porterà certamente a un’opposizione attiva dei coloni, più forte di quella avuta a Gaza. Bisogna ricordare infatti che, a differenza di Gaza, la Giudea e la Samaria sono il cuore del territorio sul quale è avvenuta una gran parte della storia biblica e sarà dunque più difficile abbandonarla. Olmert però si è impegnato con fermezza contro i coloni annunciando di voler smantellare le colonie selvagge. Penso che questa scelta sia motivata da considerazioni elettorali perché così si risponde all’aspettativa di una grande parte degli israeliani. Questi, infatti, si oppongono all’immobilismo dello Stato che è prevalso per anni e che ha indotto i coloni a imporre sul terreno la loro scelta a detrimento dell’interesse generale. Olmert vuole così guadagnare voti sui suoi avversari posizionati a sinistra del suo partito Kadima. Di fronte alla linea politica di Olmert sarà difficile, per l’opposizione di sinistra, continuare a promuovere una ripresa del negoziato con l’Autorità palestinese, adesso che Hamas è al potere. A mio avviso bisognerebbe approfittare della presenza di Mahmoud Abbas, che come presidente detiene il potere per tutto quello che riguarda la politica estera, per tentare di arrivare rapidamente ad una soluzione globale del conflitto basata sui due Stati. Se si arrivasse ad intendersi con lui è probabile che le due popolazioni sosterrebbero in maggioranza l’accordo.

Che problemi si aprono, invece, per gli Stati Uniti e l’Unione europea che hanno inserito Hamas nella lista nera delle organizzazioni terroristiche. I palestinesi che hanno votato per gli islamismi sono terroristi?

Non credo che tutti gli elettori di Hamas ne sostengano la linea politica. Si dovrà continuare a sostenere l’Autorità palestinese e fare pressione su Hamas perché cambi linea politica. L’Europa, più che gli Stati Uniti, può giocare un ruolo in questo senso.

La road map ha ancora futuro?

Tutti sanno che questo “Piano di pace” oggi non ha più alcuna consistenza, ma nessuno lo vuole abbandonare perché è il solo documento accettato dalle due parti. Da quasi quarant’anni i piani di pace si sono succeduti in Medio Oriente senza cambiare la realtà sul terreno. I soli cambiamenti concreti dal 1967 si sono dovuti a iniziative prese da uno dei due interlocutori, che siano gli accordi di Oslo che hanno condotto alla costituzione dell’Autorità palestinese o il piano di ritiro da Gaza. Nella fase attuale non vedo iniziative congiunte da mettere in campo. Penso che Israele continuerà nella sua politica unilaterale. Il ruolo di terzi come il quartetto (Ue, Onu, Usa, Russia) consisterà nel conservare un quadro di negoziati aperto ai palestinesi per preservare l’avvenire.

 


 

 

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