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293 - 03.02.06


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Una lezione per
il nostro sistema

Paolo Branca



Questo articolo è tratto da Reset (n.93, gennaio-febbraio 2006)

La scuola araba che le recenti cronache milanesi hanno reso nota come la "scuola di via Quaranta" ha iniziato la sua attività circa 16 anni fa presso il centro di via Jenner per poi spostarsi nella nuova sede, dove si è ingrandita fino a poter contare circa 500 alunni. Già da qualche anno però, la preoccupazione di molti genitori che vedevano i propri figli crescere in una scuola senza alcuna possibilità di imparare l'italiano, ha condotto a una sperimentazione che, grazie alla Direzione Scolastica Regionale, al Comune di Milano, ad alcuni docenti dell'Università Cattolica e alla Fondazione Cariplo che l'ha finanziata, ha visto scuole italiane del distretto di via Quaranta offrire occasioni di avvicinamento alla nostra lingua e ai percorsi scolastici degli alunni italiani.
L'iniziativa ha incontrato l'apprezzamento totale dei genitori, ma una partecipazione con riserva da parte della direzione della scuola, che si trovava in una chiara condizione di conflitto di interessi, poiché suo primo obiettivo era ovviamente mantenere in piedi la propria struttura irregolare e non disperdersi nella scuola pubblica. In altre parole, la direzione di via Quaranta cercava prima di ogni altra cosa un sostegno assistenziale, senza dimostrarsi disponibile a discutere del cuore della questione, la natura giuridica e il rapporto con le istituzioni di questo carrozzone improvvisato che andava avanti da anni e si faceva forza della sua stessa esistenza.
Da parte nostra dobbiamo fare un po' di autocritica e riconoscere che distrazione, pigrizia e inerzia della società civile e delle istituzioni hanno incoraggiato l'errore di una minoranza (in via Quaranta andavano a scuola 500 alunni contro i 20.000 arabofoni inseriti nelle scuole pubbliche e private, comprese quelle di ispirazione cattolica) che si è fatta trasportare dall'idea secondo cui in Italia possa convenire non prendere sul serio le leggi e aggirarle coperti dal silenzio. Una prima lezione che possiamo trarre da questa esperienza negativa e dolorosa è che la democrazia è un sistema debole che, per sua stessa natura, non può contare troppo su strumenti repressivi e su divieti, ma deve fare affidamento sulla promozione dei comportamenti migliori. La democrazia sana non è quella che proibisce con durezza l'illegalità, ma è soprattutto un sistema che premia chi sceglie la strada migliore.
Nel momento in cui ci mettiamo nelle condizioni di subire il fenomeno dell'intercultura anziché gestirlo, ci troviamo alle prese con un problema enorme, perché se non prendiamo l'iniziativa siamo costretti a subire l'azione dei più bizzarri e sedicenti rappresentanti delle comunità islamiche, arabe o di qualunque altra provenienza esse siano.
La nostra società sembra a volte vivere tra due estremi ugualmente perniciosi: da una parte una specie di neotribalismo che enfatizza presunti e invalicabili confini identitari, dall'altra una sorta di assoluto relativismo che non prevede nessuna regola né condizione. In mezzo a questi due estremi si apre un vuoto spaventoso che può essere riempito in modo efficace solo se riusciamo a far capire agli immigrati che ciascuno ha diritto alla propria differenza, ma che mai ci potrà essere una differenza nel diritto, vale a dire un trattamento diverso per quanto attiene a diritti e doveri di tutti. L'uguaglianza davanti alla legge è la prima cosa della quale dovremmo convincere coloro che vengono a vivere nel nostro paese e che spesso arrivano da realtà in cui non hanno alcun tipo di rapporto con istituzioni assenti, prepotenti e corrotte.
Abbiamo l'occasione storica di far capire loro che in un sistema democratico le istituzioni sono al servizio dei cittadini e quindi chi si integra a contatto con esse ne viene avvantaggiato e premiato.
Sono reduce da un viaggio in Egitto dove, da Alessandria ad Assuan, ho potuto vedere con i miei occhi l'attività di molte scuole fondate e gestite da comboniani, salesiani, francescani o gesuiti, frequrntate da migliaia di ragazzi musulmani. Sono talmente apprezzate che il governo egiziano che ne ha prese alcune a modello per il proprio sistema educativo. Mi chiedo perché di fronte alla sfida dell'intercultura non siamo ancora stati capaci di valorizzare l'immenso patrimonio che da secoli, simili esperienze in atto nei paesi arabi e musulmani possono metterci a disposizione.
Al di là dell'esempio di queste scuole che per loro stessa ispirazione sanno rispettare e valorizzare l'identità religiosa altrui, dovremmo saper guardare anche più in là: all'università del Cairo, sempre per rimanere all'Egitto, centinaia di giovani studiano la lingua italiana, apprezzano la nostra cultura e non hanno alcuna prospettiva se non quella di fare i camerieri a Sharm el Sheik.
Mi chiedo se i migliori di questi studenti non possano venire in Italia, loro che sono i mediatori culturali ideali, che hanno già speso una parte della loro vita per apprendere la nostra lingua e la nostra cultura. Paradossalmente non abbiamo saputo trovare il modo di valorizzarli a sufficienza, mentre continuiamo a vivere in un sistema pieno di falle, in cui una prostituta nigeriana può ottenere un visto per volare fino in Italia, mentre un arabo laureato in lingua italiana e desideroso di fare il mediatore culturale nel nostro paese incontra innumerevoli difficoltà.
Credo sia un bene che la scuola di via Quaranta sia stata chiusa, non perché fosse una scuola islamica, ma perché non era affatto una scuola: gli insegnanti non avevano l'adeguata preparazione a svolgere il loro lavoro, non rappresentavano modelli di integrazione tanto che gli alunni sapevano parlare italiano molto meglio di loro, nelle aule erano vietate la musica e l'arte, il sistema educativo era prettamente mnemonico e antiquato...
Ma c'è di più: a Milano molti immigrati arabi sono cristiani copti, di religione cristiana quindi, ma noi non ci siamo presi carico nemmeno di coloro con cui condividiamo la stessa identità religiosa. Un'alternativa vincente potrebbe essere quella di iniziare a valorizzare la loro cultura, la loro lingua, e portare così nelle nostre scuole un tipo di integrazione che non sta nella creazione di spazi recintati nei quali le minoranze immigrate possono istruirsi in autonomia, ma nella realizzazione di luoghi in cui ripensare insieme programmi e percorsi in chiave mediterranea. La nostra vocazione verso il Mediterraneo è un buon argomento da riprendere in chiave retorica in occasione di convegni e conferenze internazionali. In realtà sappiamo ben poco della storia e della cultura dei paesi della sponda nord dell'Africa e dell'area mediorientale.
Anche per quanto riguarda la formazione degli imam, potremmo offrire loro la possibilità di fare studi religiosi superiori in Italia, che potrebbero sviluppare nelle nelle nostre università. Una leadership più matura e consapevole dei gruppi islamici organizzati non potrebbe che far bene tanto a loro quanto a noi stessi.



 

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