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293 - 03.02.06


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Sinistra antipatica o
una questione di stile?

Guido Martinotti



Caro Luca,
la faccenda della sinistra antipatica, che hai ripreso nella intervista al Corriere del 5 Gennaio mi convince poco. Da un certo punto di vista è constatazione ovvia, perché chi vuole cambiare le cose deve anche battersi contro l’ideologia (cioè la visione del mondo che fa comodo alle classi dominanti) e questa non può certo essere una “operazione simpatia”. La sinistra è sempre stata antipaticuzza, come, nel nostro mestiere, lo sono i metodologi, che devono sempre far le pulci agli altri per beruf. Chi vuole cambiare deve proporre una moralità diversa, forse non migliore, ma diversa (come è stato convincentemente dimostrato da Karl Mannheim, più di recente ripreso, con altri, anche da Paul Ricoeur) altrimenti che motivazione c’è? Mi sembra che, al contrario di quel che dici, la “sinistra di governo” dimostri scarsa diversità morale.

Ecco perché è particolarmente deprimente, e in questo concordo con una opinione diffusa che tu riprendi, che alcuni leaders dei Ds non siano riusciti a trovare uno stile di potere che li diversifichi dagli altri. E la riprova è che i loro sostenitori sono pubblicamente desolati della mancanza di specificità e differenza, mentre gli avversari ne gongolano in modo plateale, a cominciare da chi, con tutta probabilità, ha fatto diffondere le intercettazioni. Nessuno nega a Massimo D’Alema il “diritto” di comprarsi una barca, ma non è questione di diritti: è una questione di stile. Che diremmo se Blair, che pure non è un trappista, si presentasse un giorno con caschetto bianco, stivali, frustino e mazza da polo? C’era davvero bisogno di comperarsi una barca così? Ci sono molti modi di fare la vela, ma appare particolarmente stonato che chi proviene dal partito comunista scelga quello più vistoso e meno sportivo: regate che sono spesso solo delle passerelle del lusso. Forse io ho una concezione troppo austera della vela, di derivazione Glenaniera, ma ho sempre pensato che il vero velista è quello che le scotte se le cazza da sé, non quello che le fa cazzare da robusti giovinotti al macinacaffé, mentre lui è in posa alla ruota del timone. E poi la vela è un lusso che si misura rigorosamente in piedi, se non in pollici, e uno come D’Alema sarà sempre considerato un parvenu, senza il necessario numero di piedi.

Però la tua affermazione che gli intellettuali di sinistra non siano critici della propria parte è fattualmente infondata: da Fo, a Stajano, a Pardi, a Moretti, a Flores, a Deaglio, a Bosetti, a Furio Colombo. Andiamo, Luca: la lista è veramente lunga. In tutta questa faccenda mi sembra poi sorprendente che, sulla scia del tuo libro, tutti concordino entusiasticamente che sia la sinistra a peccare di righteousness moralistica proprio nel pieno di una offensiva della destra che si presenta come l’unica portatrice di “valori” – ovviamente i propri, perché quelli degli altri non contano. Ma dove guardate?
Il punto che più mi ha colpito della tua intervista al Corriere riguarda l’università e la scuola. Scrivi che “il ceto intellettuale ha fatto scena muta di fronte alla distruzione della scuola e dell’università di cui sono stati protagonisti due ministri di sinistra: Luigi Berlinguer e Tullio de Mauro.” A parte che un precisino come sei tu dovrebbe sapere che la riforma dell’università, cioè la legge 509, è stata attuata dal Ministro Zecchino (come ricorda sempre puntualmente, anche di recente su La Repubblica, Aldo Schiavone) la tua è una frase fatta. Per quanto mi risulta c’era ben poco da rovinare, ma forse anche se eravamo nella stessa università abbiamo visto due realtà diverse: tu eri un giovane ed entusiasta ricercatore, io un preside alquanto più critico. Comunque questa frase fatta viene ripetuta pedissequamente da molti, anche se non tutti la pensano così. Però, nel dirla, tu abbandoni del tutto la tua rigorosa posa metodologica e butti là una opinione soggettiva come verità accertata e condivisa, ma, allora, a che serve la tua competenza di ricercatore? La “scena muta del ceto intellettuale” poi è affermazione priva di un qualsivoglia riscontro empirico: scusa, ma dove hai vissuto in questi anni? Su queste riforme (scuola, università) c’è stato un dibattito accesissimo: prima, durante, dopo. Si sono pubblicati a favore e contro decine di libri e centinaia, a dir poco, di articoli. Di qualità variabile, lo ammetto, anche se un lettore che avesse un minimo di pazienza non ci metterebbe molto a separare il grano dal loglio. Ti sfido a trovarmi una riforma universitaria o una riforma tout court che sia stata più dibattuta di questa. E’ un dibattito che continua ancora oggi e chi ha una posizione critica verso la riforma lo grida dalle colonne dei principali quotidiani, esattamente come stai facendo tu. Ma sono spesso opinioni e affermazioni gratuite, come la tua, buttate lì, con molta alterigia e poca informazione aggiuntiva: argomentazioni e dati a sostegno se ne leggono veramente pochi.
Tuo, Guido Martinotti

 


 

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