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292 - 09.01.06


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Sulla strada della
democrazia partecipativa

Carla Pagani



Dove va la democrazia? Secondo Hilary Wainwright, che ha presentato a Roma il suo libro, Sulla strada della partecipazione. Dal Brasile alla Gran Bretagna, viaggio nelle esperienze di nuova democrazia (Ediesse), quella moderna deve essere una democrazia partecipativa in grado di aumentare il grado di coinvolgimento della cittadinanza nei processi decisionali. La pubblicazione in Italia di questo testo, “salutare diario di viaggio negli abissi della crisi della democrazia rappresentativa – come si legge nell’interessante prefazione di Alberto Magnaghi – è di grande utilità, in un paese in cui la crisi di quel modello ha i suoi prodromi nel divorzio tra sindacati e operai nei moti di piazza Statuto a Torino nel lontano 1961 arrivando fino ai forum sociali di Seattle, Genova e Firenze”.

Alla presentazione del libro della Wainwright, che si è tenuta all’Università degli Studi di Roma Tre il 14 dicembre, sono intervenuti Giovanni Allegretti, docente di Gestione Urbana all’Università di Firenze, Alessandro Giangrande, docente di Progettazione e Pianificazione sostenibile all’Università degli Studi di Roma Tre, Paolo Nerozzi, segretario confederale della Cgil, Massimiliano Smeriglio, Presidente del Municipio XI di Roma, e Tarcisio Tarquini, giornalista. Obiettivo della discussione, capire in che modo si misura la tensione tra politiche tecnocratiche e nuove forme partecipate di cittadinanza attiva.

Direttrice di Red Pepper e giornalista del Guardian, Hilary Wainwright riflette attorno a ciò che viene chiamato “potenziale creativo dormiente” ovvero la capacità di cambiamento di un gran numero di persone che opera costantemente mutamenti profondi nelle pratiche quotidiane. Secondo l’autrice, l’amministrazione di Vendola in Puglia dimostra chiaramente che esiste un modo per superare il clientelarismo del passato e che si può lavorare con i movimenti sociali e creare una base per poter con-dividere il potere: “l’organizzazione dei municipi a Bari costituisce indubbiamente una nuova strategia, vincente, un buon esempio di democrazia partecipativa. È per questo che l’Italia può essere considerata per molti versi la patria della democrazia partecipativa”.

L’esperienza del Regno Unito, di cui la Wainwright parla approfonditamente nel libro, conferma che la democrazia rappresentativa è in crisi perché gli eletti hanno sempre meno potere reale e riescono a incrociare sempre più raramente i bisogni della popolazione. “Allo stato attuale la conoscenza più importante è quella che detengono gli uomini politici che agiscono autonomamente secondo le proprie idee – prosegue l’autrice – Parlare di democrazia partecipativa significa, al contrario, parlare di una maggiore distribuzione della conoscenza e porre rimedio al forte scollamento tra i bisogni della cittadinanza e l’agire politico”.

Massimiliano Smeriglio individua nel rapporto tra trasformazioni urbanistiche e consenso della comunità uno degli elementi chiave del processo di costruzione della partecipazione: reti tra città, costruzione di un’etica del servizio pubblico, rottura dell’uguaglianza “pubblico uguale Stato” e costruzione di una nuova uguaglianza, “pubblico uguale cittadinanza locale”. “Oggi, di fatto – dice Smeriglio – la democrazia dei pochi viene addirittura teorizzata (la dottrina Bush ne è un chiaro esempio) e, proprio per questo, non può essere considerata una semplice patologia”.
“La protesta della Val di Susa – prosegue Smeriglio – ci indica una strada differente. Piccole città e piccoli sindaci hanno intercettato una questione centrale: ripensare le forme di sviluppo e di democrazia. Il governo locale non deve essere più sponda dei movimenti né luogo neutrale ma soggetto attivo chiamato a intervenire sulle questioni primarie della contemporaneità”.

Ma secondo il Professor Giangrande l’autonomia del processo partecipativo dal governo è una condizione molto difficile da raggiungere: “La necessità di essere autonomi rispetto agli organismi delle democrazia rappresentativa – sostiene Giangrande – è giustificata dall’autoreferenzialità che caratterizza quasi invariabilmente i comportamenti di tutte le amministrazioni, statali e locali”.
Siamo dunque di fronte a un problema di rappresentanza politica e un problema di rappresentanza sociale. Oggi, di fatto, assistiamo a una supremazia della rappresentanza politica, sebbene si professi spesso il contrario; bisogna invece riconoscere l’autonomia politica dei movimenti ridando spazio e forza alla rappresentanza sociale. Per farlo si devono mettere a punto strumenti efficaci, e quelli esistenti, spesso, non sono sufficienti, soprattutto quando non vengono rispettate le regole: “Anche le forme della partecipazione – conclude Paolo Nerozzi – hanno regole definite che devono essere controllate dai cittadini. Se ciò non accade si rischia di esaurire immediatamente la partecipazione dopo il soddisfacimento di certi bisogni. La partecipazione, al contrario, deve essere continuativa, prolungata, costante e controllata dalla cittadinanza”.

 

 

 

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