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292 - 09.01.06


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Dove la notizia diventa battaglia

Fabio Amato



Con l’assassinio di Gebran Tueni, vittima dell’agguato di una autobomba il 12 dicembre scorso, salgono a 58 i giornalisti uccisi nel corso del 2005. Tueni – direttore ed editore del quotidiano libanese Al-Nahar – era stato eletto deputato a giugno, all’inizio dello stesso mese in cui Samir Kassir era saltato in aria accendendo la propria automobile. Anche Kassir, professore universitario e collaboratore dello stesso giornale, era stato ucciso per aver manifestato contro la presenza siriana, durante la “primavera libanese” sbocciata dal sangue dell’ex primo ministro Rafiq Hariri.

L’ennesimo annus horribilis della libertà di stampa conta così 58 giornalisti e 5 assistenti uccisi, 115 giornalisti imprigionati e 70 cyber-dissidenti arrestati. Il luogo più pericoloso rimane l’Iraq, 24 morti in un solo anno, 73 dall’inizio del conflitto nel 2003; solo la seconda guerra mondiale ne aveva fatti di più. Seguono le Filippine, con sei; e poi Afghanistan, Azerbaijan, Congo, Haiti, Pakistan, Russia, Somalia con due morti ciascuno. Il numero dei giornalisti uccisi è più che raddoppiato in quattro anni: 25 nel 2002, 40 nel 2003, 53 l’anno passato. Il perché la statistica non può dirlo, ma è chiaro tra le righe. Là dove c’è conflitto il giornalista è inviso ai governi, ma è anche merce di scambio, come spiegano i rapimenti iracheni prima, e i più recenti inediti rapimenti palestinesi, poi.

Ben oltre il conteggio delle vittime, è possibile ricostruire una geografia dei luoghi in cui la libera espressione è a rischio.
Due miliardi e 800 milioni – dati dell’associazione americana Freedom house, fondata più di sessant’anni fa da Eleanor Roosevelt – le persone che vivono in luoghi totalmente privi di stampa libera; 2 miliardi e 400 milioni quelli soggetti ad una libertà parziale, tra cui la contestata presenza dell’Italia, segnalata anche da Reporters sans frontieres.
Solo un miliardo e 100 milioni, appena il 17% della popolazione mondiale, può completamente godere della libertà di informare e essere informata. Pur non esente da condizionamenti, questa minoranza è prevalentemente collocata nel Nord del mondo: Europa (Finlandia, Svezia, Islanda e Norvegia in testa), Canada, Stati Uniti, le democrazie orientali come la Corea del Sud e il Giappone, ma anche alcuni stati africani, come il Ghana, la Namibia e il Mali. Simboli questi ultimi, secondo Rsf, di come la ricchezza economica non sia l’unico prerequisito per la libertà, ma anche delle contraddizioni in seno ad interi continenti come l’Africa, il Sud America e l’Asia, dove permangono situazioni altamente rischiose per l’esercizio della professione.

Emblema di questa condizione è la Tunisia, recente teatro del Summit mondiale sulla società dell’informazione, duramente condannata per l’atteggiamento repressivo del suo presidente Ben Ali nei confronti del dissenso. Allo stesso modo l’Algeria o la Libia, in cui, nonostante la recente riabilitazione politica, il regime di Gheddafi continua ad essere il peggior nemico della libertà d’informazione.

Meritano un capitolo a parte la Cina e la Russia, prime responsabili per numero di abitanti delle statistiche sul degrado della libertà di stampa.
La prima per la costante evoluzione tecnologica e la conseguente diffusione dell’utilizzo di Internet – 103 milioni gli utenti censiti dal ministero dell’Informazione e dell’Industria – cui tuttavia la libera circolazione delle informazioni continua a fare scarso seguito. Note sono le perplessità sugli accordi fra multinazionali del software e Pechino per la fornitura di sistemi in grado di filtrare le informazioni. Meno i dati reali sul numero di coloro che sono reclusi nelle carceri cinesi per i più diversi reati: ufficialmente 32 giornalisti e una settantina di cyber-dissidenti.

Diverso discorso vale per la Russia, in cui formalmente esiste una libera stampa privata. Nei fatti, Rsf contesta al presidente Putin un forte controllo sul mezzo televisivo e una serie di indebite pressioni e minacce verso chiunque si occupi della questione cecena. Una recente prova di questo atteggiamento, pur se non indirizzata esplicitamente alla stampa, è l’approvazione da parte della Duma (la camera bassa del Parlamento russo) di una legge che impedisce di fatto la presenza di Ong straniere sul suolo russo, e ridimensiona il margine operativo di quelle locali.

Altri luoghi meritano un accenno. Al di là dell’Atlantico sono la Colombia e il Messico i Paesi più a rischio. Non solo per l’ingerenza dei governi, quanto per il conflitto costante con i cartelli del narcotraffico. E poi Cuba, dove la stampa “al servizio dei lavoratori” – 23 i giornalisti incarcerati – merita da anni il fondo della classifica tanto di Rsf che di Freedom house assieme agli altri regimi del pianeta: Arabia Saudita, Bangladesh, Bielorussia, Burma, Corea del Nord, Sudan, Turkmenistan e Yemen.


 

 

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