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291 - 26.12.05


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Luci e ombre
di una strategia

Franco Rizzi*



La Conferenza di Barcellona ha inaugurato una nuova fase, ma ha soprattutto segnato una svolta all’interno della politica comunitaria, ponendosi come obiettivo fondamentale quello di assicurare la pace e la stabilità nel Mediterraneo. Si è connotata come il punto di superamento di una politica “rinnovata” che non aveva avuto l’incidenza auspicata. Ha ampliato e approfondito le proposte presentate negli anni passati dai vari paesi mediterranei, come per esempio quelle avanzate dalla CSCM (Conference on Security and Cooperation in the Mediterranean), quali l’inviolabilità dei confini, il rispetto dell’integrità territoriale, la solidarietà economica e finanziaria, la tolleranza fra culture e religioni. L’incontro di Barcellona si è posto come uno spartiacque tra la politica degli interventi parziali e settoriali e la politica rivolta all’integrazione nello spazio europeo dei paesi della riva sud del Mediterraneo. Per la prima volta l’Europa comunitaria, attraverso Barcellona, ha affrontato il rapporto tra le due rive del Mediterraneo in maniera articolata, con riferimento allo squilibrio economico e sociale, e alla necessità di favorire il processo d’integrazione regionale tramite nuovi strumenti operativi in materia di cooperazione decentrata. Ai concetti tradizionali di aiuto e cooperazione ha sostituito quello di partenariato, capace di chiarire meglio il significato della nuova politica mediterranea. Sottolineando l’importanza strategica del Mediterraneo, Barcellona ha espresso la volontà di operare in un ambito multilaterale, fondato su uno spirito di partenariato nel rispetto delle caratteristiche, dei valori e delle specificità di ogni paese. Inoltre, è stato sottolineato dai vari partecipanti che tale iniziativa non si voleva sostituire alle altre azioni volte a ripristinare la stabilità e la pace nell’area: l’intento era quello di contribuire a questo obiettivo, in piena sintonia con il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e con i principi espressi nel corso della Conferenza di Madrid, dove era stata avanzata l’ipotesi dei “territori in cambio della pace”.

Se l’obiettivo principale era stato allora quello di rendere l’area mediterranea una “zona di dialogo, di scambi e di cooperazione che garantiscano la pace e la stabilità”, bisognava lavorare per la crescita della democrazia e della difesa dei diritti dell’uomo nel rispetto delle differenti culture. Barcellona si è dunque connotata come un progetto globale che per la prima volta ha riconosciuto pari dignità ai partner e ha posto l’accento sui reali squilibri tra Europa e paesi della riva sud del Mediterraneo, nel tentativo di superare, attraverso una trasformazione profonda della natura dei rapporti fino ad allora intercorsi e un’integrazione molteplice nel campo economico, sociale e culturale, i limiti dell’assistenzialismo e della nozione stessa della cooperazione.

Tuttavia questo progetto così ambizioso si è imbattuto in numerosi ostacoli: molte sono state le posizioni scettiche e pessimistiche nei confronti di una realizzazione positiva dalla quale potessero trarre beneficio i paesi mediterranei non comunitari. Innanzitutto è stato criticato il concetto stesso di partenariato euromediterraneo, il termine infatti avrebbe messo in relazione una regione, l’Europa per l’appunto, e un mare, il Mediterraneo. Questa critica sottendeva da parte di alcuni paesi arabi un timore: quello secondo il quale, attraverso l’instaurazione di un accordo, ovvero di un partenariato euromediterraneo, i rapporti diretti tra Europa e mondo arabo venissero ancora una volta accantonati. In tale prospettiva, soprattutto la Siria e il Libano hanno espresso il timore che la Conferenza di Barcellona diventasse un escamotage per dare vita a una sorta di “negoziazione multilaterale simulata” che avrebbe aggirato i problemi derivanti dalle questioni diplomatiche tra Israele e i paesi arabi. In seconda analisi, da parte araba è stato evidenziato il timore di fare parte di un meccanismo burocratico sempre meno governabile e funzionale, dove i responsabili e gli attori principali difficilmente sarebbero entrati in una stretta e fruttuosa collaborazione. La precarietà dei rapporti e l’opportunismo di cui l’Occidente aveva spesso dato prova, hanno fatto avanzare altri problemi, quali ad esempio quello posto dalla Lega araba, che si è considerata trattata ingiustamente perché alla Conferenza erano stati invitati a partecipare tutti i paesi dell’Ue, compresi quelli che non si affacciavano direttamente sul Mediterraneo, mentre non altrettanto era stato fatto per i membri non mediterranei della Lega. Anche la Giordania ha espresso le proprie riserve, nel timore che Barcellona offuscasse la portata di un altro importante evento realizzatosi all’interno del mondo arabo: la Conferenza economica tenutasi ad Amman nell’ottobre di quello stesso anno.

In questo panorama, allora e tuttora politicamente instabile, s’inserisce l’azione dell’Unione europea, che non poteva (e ancora non può) continuare ad assistere inerme agli avvenimenti degli Stati a essa prossimi e dai quali dipendeva e dipende il destino comune. L’Unione europea ha dovuto quindi inscrivere la propria politica in un quadro globale, capace di coinvolgere tutta l’area senza estromettere i paesi non strettamente confinanti con il bacino del Mediterraneo. È infatti necessario estendere piuttosto che limitare la partecipazione a tale partenariato, invitando i paesi del Golfo e della penisola arabica a intervenire, nonché coinvolgendo l’Ue nel suo insieme, e non solo i paesi mediterranei e latini che comunque hanno interessi strategici e tradizioni legate alla dimensione mediterranea. Questo perché, in confronto alla spinta data all’adesione dei paesi dell’Est europeo e alla solidarietà nei loro confronti ampiamente dimostrata anche dai paesi non direttamente favoriti dall’allargamento, un impegno serio dell’Unione europea nella riva sud non potrà prescindere da una collaborazione e da un avvallo politico-economico anche da parte degli Stati europei nordici, quali la Germania e l’Inghilterra, capaci di mobilitare risorse politiche ed economiche essenziali. Per essere efficace nella sua azione all’esterno, l’Unione europea ha bisogno di essere forte al suo interno e di elaborare una politica comunitaria capace di svolgere il suo ruolo con autorevolezza e convinzione per risolvere i problemi dell’area, primo fra tutti il conflitto israelo-palestinese.
I paesi dell’area devono infatti affrontare tutta una serie di problemi, quali l’urbanizzazione incontrollata, l’incapacità dei regimi politici di aprirsi alla società civile, il basso livello degli investimenti stranieri, il lento progresso tecnico, un flusso emigratorio troppo consistente, il boom demografico, una dipendenza dai paesi industrializzati, una crescita di violenza nei movimenti di opposizione, che richiedono, da parte dell’Ue, di essere fronteggiati con un approccio unitario e sistematico, non semplicemente con misure occasionali ed emergenziali.

Un altro aspetto criticato dell’approccio europeo nei confronti dei paesi mediterranei non comunitari è stato quello del concetto di sicurezza. Il mondo arabo ha ritenuto che per l’Europa fossero il timore di proteggersi da un’emigrazione incontrollata, così come il rischio di vedere in pericolo i numerosi approvvigionamenti di energia primaria (gas, fosfati, petrolio) a rappresentare la spinta decisiva alla realizzazione di una più stretta collaborazione da attuarsi attraverso la costituzione di un partenariato.
Tuttavia la critica all’eurocentrismo è intesa anche in senso più vasto, come “barriera invisibile” interposta tra Ue e paesi Ptm, creata da una diffidenza e da un rifiuto sostanziali verso l’Altro, il mondo islamico. Per quanto alcune ricostruzioni o percezioni dei paesi arabi della riva sud siano in un certo senso viziate anch’esse da un pregiudizio anti-occidentale, è impossibile non evidenziare che sussistono delle ottime ragioni di diffidenza nei confronti delle politiche Ue. Questo perché in più occasioni l’Unione europea nel suo complesso è sembrata guardare all’insieme dei Ptm più come a un “problema” da risolvere e a un “disturbo” da alleggerire, che in un’ottica effettivamente multilaterale.

Al di là delle critiche e delle considerazioni negative riguardo al nuovo approccio dell’Unione europea, che sicuramente hanno fornito indicazioni utili alla politica europea, le scelte fatte dai paesi che si sono riuniti a Barcellona apparivano necessarie poiché rappresentavano le linee fondamentali su cui costruire un nuovo tipo di rapporto fra le due rive del Mediterraneo, così da sostituire definitivamente i modelli ereditati dal colonialismo e dal postcolonialismo.
Il progetto di partenariato euromediterraneo è sicuramente difficile da realizzare, tuttavia l’Europa di Barcellona ha individuato quelli che potrebbero essere i cardini di un importante cambiamento, soprattutto attraverso il superamento della visione eurocentrica della “fortezza” da difendere.

 

*Tratto dal libro Un mediterraneo di conflitti. Storia di un dialogo mancato, di Franco Rizzi, Meltemi Editore.

 

 

 

 

 

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