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Ma la paura poté
più della cronaca

Luca Sebastiani



Fuochi, incendi nella notte. Prima auto, poi edifici e bus. Fumo nero che si leva in quantità. Denso come quello delle Torri Gemelle. Squadre di poliziotti si proteggono con gli scudi da oggetti che arrivano da chissà dove. In lontananza alcune persone si muovono velocemente, si piegano indietro e lanciano qualcosa che scoppia in vampate di fiamme. Una voce animata parla di guerriglia urbana, rivolta, intifada, situazione cecena, guerra civile. Ma dove, dove siamo? Non sembra Ramallah, non pare Baghdad. Un logo in sovrimpressione, come quello della guerra in Iraq, dice: “Parigi in fiamme”. In Francia!

E’ più o meno così che hanno visto i fatti delle banlieues negli Stati Uniti. Almeno chi è stato spettatore della Cnn, delle sue sensazionalistico-drammatiche corrispondenze dai sobborghi in rivolta e delle sue mappe surreali, con Cannes ai piedi dei Pirenei e Tolosa sulla Alpi. Oltre ad aver segnato per sempre le cognizioni geografiche dei propri spettatori, la mitica Cnn ha permesso loro di farsi un’idea abbastanza vicina alla realtà dei fatti?

In Francia sono in pochi a crederlo. I francesi hanno guardato la Fox News, sugli schermi della quale campeggiava la scritta “Rivolte musulmane” su un tricolore sventolante. Hanno guardato preoccupati le altre emittenti americane, poi quelle del mondo intero e per un momento hanno vacillato: o la stampa nazionale sottovaluta gli avvenimenti in corso o quella straniera li sopravvaluta. A quel punto hanno gettato uno sguardo fuori dalla finestra, avuto un saggio diretto della realtà e tirato un sospiro di sollievo. I secondi erano decisamente “sopra le righe”.

“Quando si parla di una Francia a fuoco, si è molto lontani dai fatti”. Il governo francese non ha retto, ha convocato gli inviati esteri e ha mandato loro un portavoce per “correggere” l’immagine del Paese e spiegare “le cose quali sono, nella loro realtà, senza tabù e ugualmente senza esagerazioni”.

Ma qual è la giusta misura? Il governo, che prende provvedimenti misurati sull’entità della stessa realtà su cui i corrispondenti costruiscono i loro servizi, ha decretato lo stato d’urgenza, misura eccezionale che s’impone in occasioni eccezionali. E allora d’accordo: non drammatizzare, non esagerare, ma se “il Paese in fiamme non è la realtà, in tutto il Medioriente i telespettatori non comprendono come sia possibile che lo stato d’urgenza sia istaurato in un paese come la Francia”, ha eccepito Michel Kik, corrispondente di Al-Jazira.

Ha esagerato il governo o hanno esagerato i media? Oppure anche la politica fa parte della stessa rappresentazione della realtà, della famigerata società dello spettacolo?

Quel che è certo è che ognuno vede le cose a seconda della propria vista e delle proprie proiezioni. Che ognuno ha trasformato la Francia con le sue banlieues povere ed emarginate nel pieno di una rivolta nichilista, nello specchio in cui osservare le proprie paure: il terrorismo, l’islamismo che si infiltra ovunque, l’immigrazione minacciosa, il pericolo.

Questo per quanto riguarda le corrispondenze per i paesi lontani, ma dal di dentro, come hanno agito i media francesi? Per lo più, almeno le testate principali, hanno cercato di accompagnare il loro lavoro con un ragionamento sul modo più giusto e responsabile di avvicinare le violenze urbane. Responsabilità nei confronti dei lettori. Come rendere conto degli avvenimenti senza aggravare la situazione né minimizzare i fatti? Come rendere conto del punto di vista dei rivoltosi se questi identificano la figura del giornalista come un emissario dello Stato? Quali parole scegliere per definire gli attori sulla scena? Come sfuggire alle pressioni politiche? E’ necessario dare il bilancio quotidiano delle auto bruciate se questo può innescare un effetto di competizione tra i gruppi di incendiari?

Molti giornali hanno così deciso di mandare nelle banlieues giornalisti usciti dall’immigrazione. Della propria redazione, come ha fatto Tf1, o free lance, come ha fatto le Monde. A le Parisien, il direttore della redazione ha inviato una lettera a tutti i giornalisti per invitarli ad un surplus di oggettività e “dar prova d’un estremo rigore e di una grande umiltà di fronte ai fatti”. France 2 e France 3 hanno deciso di non annunciare più il bilancio dei danni per ogni banlieue “al fine di evitare un effetto hit-parade”. Il presidente di France Télévision, Patrick de Carolis, ha dato consegna ai canali di “trattare gli avvenimenti solo nei programmi d’informazione e non, quindi, nei programmi di divertimento o spettacolo”.

Insomma, alla fine a secondo del posto da dove si è guardato agli accadimenti, si sono avute idee differenti degli stessi. E non è stata solo la distanza dalle banlieues a determinare la correttezza delle corrispondenze. Hanno giocato le diverse concezioni e pratiche del giornalismo. Hanno giocato le diverse paure.

 

 

 

 

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