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290 - 12.12.05


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Le città degli immigrati

Dionisia Russo Krauss



La rivolta nelle periferie francesi ha portato all’attenzione della cronaca i rapporti tra spazio ed etnicità; i diversi gruppi etnici non si distribuiscono a caso all’interno dello spazio urbano ma, al contrario, da una parte ne risultano in qualche modo condizionati, e dall’altra, avendo un differente retroterra culturale, ne fruiscono in modi diversi.
Se la crescita dell’immigrazione straniera in Italia rivela l’evoluzione verso una piena affermazione della multietnicità, possiamo osservare come siano le città a risentire i maggiori effetti di questo cambiamento demografico. È vero, del resto, che la storia di ogni grande città è la storia di apporti consecutivi, di ondate migratorie. Che, connesso all’esistenza stessa delle città, al divenire storico degli organismi urbani, è il fatto che esse – o almeno le maggiori, per dimensioni e funzioni – siano costituite da strati differenziati di popolazione che si rinnovano continuamente, in un processo che può determinare incomprensioni, conflitti e progressivi aggiustamenti dell’equilibrio sociale. Ecco perché, in questa ridefinizione delle identità, la presenza degli immigrati ha un ruolo fondamentale.

Mentre la città sperimenta un processo costante di immissione di nuovi apporti e nuove culture, al tempo stesso si ridefinisce nel suo modo di essere comunità locale e nella percezione che ha di sé. Essa, sempre più società e sempre meno comunità man mano che evolve nelle sue funzioni o che cresce di dimensioni, continua al tempo stesso ad avere al suo interno ambiti di comunità (culturale, religiosa, etnica) localizzata. È duplice, quindi, il processo evolutivo in corso, e si dirige contemporaneamente sia verso la localizzazione che verso una crescente mobilità e pluralizzazione. Pluralizzandosi, inoltre, la città diventa più complessa e vede delinearsi al suo interno sottosistemi e reti che molto spesso non riescono a comunicare tra di loro perché privi di un linguaggio comune. Da una parte, quindi, una progressiva perdita dei confini, dall’altra, ancora una volta, un continuo ridefinirsi degli stessi.

È unanimemente condiviso che l’organizzazione del territorio – e specialmente di quello urbano – rifletta i differenti periodi storici e le diverse esigenze economiche, oltre che le circostanze più o meno contingenti, ed è da tutti riconosciuta la stretta interrelazione tra trasformazioni economiche e trasformazioni demografiche. In alcuni casi i cambiamenti espansivi, le variazioni dell’assetto urbano sono avvenuti insieme alla nascita di nuove realtà produttive, che, fungendo da calamita, hanno attratto manodopera da zone più o meno lontane; la maggior parte delle volte, però, le modalità di intervento si sono ispirate ad una logica dell’emergenza, in base alla quale venivano predisposte inizialmente abitazioni di fortuna, cui in certi casi facevano seguito delle sistemazioni più stabili. Spesso le trasformazioni urbane sono state molto poco evidenti: si è rimaneggiato l’esistente, si è modificato l’uso di quanto era già disponibile; alcuni gruppi sociali hanno scelto determinati quartieri come proprio domicilio, certe zone sono divenute esclusivamente residenziali, altre hanno accentuato il loro carattere commerciale o di servizio. Altre volte ancora, anche in mancanza di un esplicito richiamo economico, si sono inserite nel tessuto urbano nuove presenze, che ne hanno modificato l’assetto: proprio questo è il caso delle attuali migrazioni, che, una volta raggiunta una certa consistenza, hanno iniziato ad incidere sull’assetto preesistente.

La percentuale di stranieri presenti nel nostro Paese è ancora relativamente contenuta rispetto agli altri principali Stati europei; eppure, la crescita del fenomeno ci ha reso consapevoli del fatto che l’incontro con questi individui è sempre più parte della nostra esperienza quotidiana. La presenza di immigrati non costituisce una caratteristica esclusiva delle città medio-grandi; al contrario, negli ultimi anni, soprattutto nell’Italia settentrionale, è cresciuto sensibilmente il numero degli stranieri in aree prive di poli urbani di rilevanti dimensioni: basti pensare alle province di Treviso, Vicenza, Brescia, realtà minori che hanno raggiunto quantitativi di stranieri residenti particolarmente rilevanti anche in termini assoluti. E se in passato le grandi aree industriali rappresentavano i principali poli di assorbimento dell’immigrazione, attualmente è in corso un processo di ridefinizione delle attività produttive e di parallela modificazione delle modalità insediative degli immigrati. La presenza straniera si allarga, in questo modo, alle diverse fasce urbane del Paese, pur restando i fattori di attrazione differenziati da un punto di vista geografico.

Ammesso che si può parlare di quartiere-ghetto solo in presenza di determinate condizioni (la costrizione, la costituzione di una micro-società con una struttura di diseguaglianza al suo interno, l’omogeneità rispetto ad almeno un criterio di differenziazione sociale), possiamo affermare che tali non sono generalmente i quartieri in cui si sono andati concentrando gli immigrati. Anche nelle aree periferiche, infatti, e in quelle più socialmente degradate, le famiglie immigrate rappresentano comunque la minoranza e persiste una forte eterogeneità per quanto riguarda la loro provenienza etnica. Le situazioni variano a seconda dei contesti regionali, dei modi in cui è avvenuto l’insediamento, dei progetti e dei modelli migratori. Nell’insieme, però, possiamo dire che in Italia l’insediamento urbano degli immigrati evidenzia modelli scarsamente concentrativi e che nessuna delle conseguenze negative che vengono attribuite alla concentrazione appare necessaria, automatica. Ovviamente ciò non vuol dire che l’insediamento risulti territorialmente indifferenziato o che non vi siano aree con una più forte presenza di immigrati o, ancora, aree etnicamente connotate, ma che, rispetto ad altre grandi città europee, si tratta di fenomeni ben più contenuti.

A questo punto, sarebbe riduttivo porre la questione della coabitazione tra gruppi diversi entro i due casi estremi del conflitto o dell’armonia: come non esiste un’omogeneità di stili di vita o di classe fra gli autoctoni, così non esiste uno stesso modello di integrazione che valga per tutte le comunità immigrate; molto dipende dal grado di accettazione dei valori della società di accoglienza, dalla diversa “anzianità” di residenza, dalla capacità di mobilitare risorse all’interno della comunità e di negoziare con le istituzioni i propri spazi di rappresentanza.

La fluidità e la complessità delle realtà etniche, il loro carattere situazionale – perché dipendente dai livelli, dai contesti e dai punti di vista adottati – renderebbe, secondo alcuni, teoricamente inconsistente l’idea di Stato multietnico, da tempo in auge nelle scienze sociali. L’assunzione di tale concetto avrebbe, infatti, alimentato la convinzione che, se oggi i Paesi europei stanno diventando multietnici, precedentemente essi fossero monoetnici. In realtà, una lettura anche solo superficiale della storia europea basterebbe a dimostrare il contrario. È vero allora che i processi di omologazione culturale indotti dalla modernizzazione tendono ad attenuare le differenze regionali, ma i flussi migratori degli ultimi decenni hanno portato all’interno degli Stati dell’Europa occidentale nuovi, ulteriori elementi di differenziazione laddove ne erano già presenti altri.

Le società multietniche, in altri termini, non costituiscono una novità di questi anni; oggi, però, questo genere di società è diventato non solo più diffuso, ma anche sempre più caratterizzato dalla presenza di un crescente numero di etnie e dalla maggiore consapevolezza di vivere in un contesto che si configura in questi termini.
Il territorio dell’“altro” è spesso per l’immigrato il luogo di un’esperienza contrassegnata da una duplice esclusione: innanzitutto rispetto ai valori che definiscono il territorio in quanto tale, e in secondo luogo rispetto alle opportunità che esso offre. L’immigrato non riesce allora a pensare il territorio come qualcosa di adeguato alle sue esigenze, né tanto meno alle sue aspirazioni. Anzi, il territorio assume le sembianze di un altrove che lo proietta in una condizione di incertezza e di estraneità segnata dalla consuetudine al disagio, da occupazioni precarie, tensioni, paure. Solo con un sistema di garanzie che gli permetta di riconoscere il territorio altrui come fonte di nuove opportunità l’immigrato potrà sentirsi in condizioni meno precarie e superare la sua iniziale diffidenza, cominciando a pensare al contatto con l’altrove come ad un’occasione di apertura all’alterità.


Questo articolo è tratto dall’intervento tenuto dall’autrice all’incontro “Roma come Parigi: periferie a rischio?”, organizzato dalla Società Geografica il 23 novembre 2005.

 

 

 

 

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