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290 - 12.12.05


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“Europa, I have a dream”

Incontro con Jeremy Rifkin
a cura di Giorgia Capoccia




Per Jeremy Rifkin quella degli studenti della Facoltà di Economia dell'Università di Roma Tre è una platea ideale: il suo ultimo libro, Il sogno europeo, è dedicato infatti proprio alla “Erasmus Generation”, quei giovani europei tra i venti e i trent'anni, di cultura universitaria, che per primi hanno avuto l'occasione di vivere l'Europa come un grande paese. Pronti a condividere con l'altro la propria cultura, secondo Rifkin sono il vero motore di quel sogno fatto di capacità e volontà di integrazione e solidarietà sociale che dà il titolo al libro. In occasione della lezione magistrale sui temi dell'economia sociale tenuta per gli studenti dei Master della Facoltà, Rifkin ha incontrato anche la stampa. A volte ironico (“siamo in Italia, non in Finlandia, mi aspetto che voi giornalisti parliate molto”) a volte enfatico, come quando si tratta di dare consigli alla Vecchia Europa – ma nel suo caso l'enfasi è un peccato veniale – a tratti con piglio quasi profetico, l'autore de L'economia all'idrogeno e La fine del lavoro ha parlato di Europa, di rivoluzione energetica e di nuove prospettive del lavoro: quello che segue è un estratto dell'incontro con i giornalisti.

Anche in Italia la pressione del caro-petrolio sta cambiando i parametri di giudizio sugli inviti a rivolgersi a fonti di energia alternative e rinnovabili. Pensando ai suoi ricorrenti richiami all'idrogeno, pensa che quello che sta succedendo possa cambiare complessivamente gli scenari?

Il surriscaldamento globale, la politica nel Medio Oriente, la drammatica realtà dei paesi del Terzo Mondo: sono tutti aspetti riconducibili alla questione petrolifera. Quando nel 2002 ho scritto L'economia all'idrogeno mi sono sentito chiamare allarmista: oggi l'Agenzia Mondiale per l'Energia conferma che, a causa della vicinanza del raggiungimento del picco – “picco” è il termine che usano i geologi per indicare il raggiungimento dello sfruttamento della metà delle riserve – nei prossimi venticinque anni il prezzo del petrolio non farà che salire. Anche gli economisti, tutti concordano e sono coscienti del fatto che l'intera economia globale sta per subire un forte rallentamento. Qual è la risposta alla crisi dell'era del petrolio? La risposta è che abbiamo bisogno di nuovi regimi energetici. Abbiamo bisogno di una strategia di uscita dall'economia basata sul petrolio, con una prima fase di risparmio energetico, tale da permettere di contenere l'aumento dei prezzi, accompagnata da una seconda fase di sviluppo per la produzione e lo storaggio di energie alternative in tutti i paesi del mondo.

Cosa risponde a chi obietta che percorrere questa strada significa ricorrere al nucleare, l'unica tecnologia che possa consentirne una produzione di idrogeno in grandi quantità?

Quando si parla di idrogeno molti, anche in Europa, dicono: se ci trovassimo a fronteggiare una grossa crisi energetica, perché non fare ricorso al nucleare e al carbone? Lasciatemi dire che passare al nucleare e al carbone significherebbe un disastro per le generazioni dei nostri figli. Significherebbe tornare indietro, non guardare avanti. Faccio degli esempi. Con l'utilizzo del carbone come alternativa al petrolio non vedremmo altro che un'impennata delle emissioni di CO2 nell'atmosfera e sappiamo che le emissioni di CO2 sono tra le principali cause del surriscaldamento globale. Alcuni dicono: dateci tempo e soldi e prima o poi troveremo un modo per seppellire tutte le emissioni pericolose giù nelle viscere della terra. Mi viene da ridere: ricordo perfettamente le promesse del nucleare di quando ero ragazzino. Dateci tempo, dateci soldi. Troveremo il modo di trasportare tutte le scorie e sotterrarle. Ho più di sessant'anni e nessuno ha ancora trovato il modo di trasportare le scorie in sicurezza e non si ha la più pallida idea di come sotterrarle senza danni irreparabili per l'ambiente. Anche l'energia nucleare è un errore e non solo per questioni ecologiche: prima di tutto non possiamo permettercelo, costerebbe tre mila miliardi di dollari soltanto rinuclearizzare gli Usa. C'è poi la questione della sicurezza: gli attacchi dell'11 settembre sono stati rivolti a luoghi simbolici come il Wtc e il Pentagono, quando vorranno fare sul serio i terroristi si rivolgeranno alle infrastrutture.
Abbiamo bisogno di rivolgerci a energie rinnovabili: l'energia eolica, solare, geotermica, le biomasse. Abbiamo bisogno di un futuro fatto di energie all'idrogeno verdi.

Nel suo ultimo libro, Il sogno europeo, lei elogia il modello sociale europeo a confronto con quello americano. Solidarietà, integrazione, rispetto dei diritti sono i suoi punti di forza. Quello che è successo nelle scorse settimane in Francia, a Parigi, sta infrangendo questo sogno?

Il sogno europeo è il primo sogno di un mondo globale: sarà debole, sarà illusorio, ma è la prima volta nella storia dell'umanità che c'è qualcosa del genere. Il sogno di un mondo globale è il sogno della generazione alla quale appartengono in giovani universitari di oggi, quella che io chiamo la “Generazione Erasmus”. Questa generazione crede seriamente in un mondo multiculturale basato sul rispetto reciproco e sul pluralismo. La cultura è un dono da condividere: per centinaia di anni è stata una posizione da difendere. Credono nell'inclusività, nel fatto che nessuno debba essere lasciato a se stesso in mano al mercato, che debba esistere una rete sociale di protezione, credono nella solidarietà ed essa è parte integrante del modello sociale europeo. In Europa credete che i diritti della persona, i diritti sociali siano altrettanto importanti dei diritti economici, la proprietà e i diritti civili: i giovani europei credono che si debba lavorare per vivere e non vivere per lavorare, credono nell'equilibrio e la visione europea è quella di uno sviluppo sostenibile. Naturalmente non sono un ingenuo, anche in Europa ci sono problemi da fronteggiare: tutto quello che voglio dire è che questa nuova generazione ci permette per la prima volta di poter sperare davvero in un mondo diverso.
Quello che sta accadendo in Francia è molto grave, ancora più grave del no alla costituzione europea. È un dejavu di quello che è successo in america negli anni 60. È di questo che dovete preoccuparvi. Martin Luther King disse: “ho un sogno, che un giorno giovani bianchi e neri vivano insieme”. In quegli anni cominciammo a sperimentare programmi per permettere che i giovani afroamericani potessero vivere anche loro il sogno americano. Discriminazione positiva nel lavoro, nella scuola. Abbiamo fatto molto, ma non abbiamo fatto abbastanza e soprattutto non lo abbiamo fatto abbastanza in fretta. Con la morte di Martin Luther King e l'inasprirsi dei conflitti e delle rivolte spontanee dei giovani afroamericani ci fermammo, mollammo i nostri progetti di riforma sociale. Il mio messaggio per la Francia è di imparare dall'esperienza americana e dai suoi errori: l'inizio della fine del sogno americano è stato proprio l'incapacità di integrare la popolazione afroamericana nel suo sogno. La buona notizia è che questi giovani mussulmani vogliono ancora essere francesi. Cosa dicono? Dicono: “ io ho la cittadinanza francese ma non sono trattato come gli altri francesi”. Vogliono ancora essere parte del sogno europeo. Bisognerà preoccuparsi davvero il giorno in cui non esprimeranno più questa volontà.

Lei è autore di un libro dal titolo La fine del lavoro: all'interno di un sistema economico globalizzato, quali saranno le figure professionali emergenti nel futuro? Quali, dunque, le prospettive dal punto di vista lavorativo per le giovani generazioni?

L'ultima grande rivoluzione nel mondo del lavoro c'è stata 200 anni fa: la fine della schiavitù. Le nuove tecnologie intelligenti del XXI secolo porteranno alla fine dell'era del lavoro di massa. Le tecnologie possono essere molto più efficienti ed economiche dei lavoratori. Anche in Cina, il più economico dei lavoratori non è altrettanto economico della macchina destinata a sostituirlo. Quando mi si chiede del futuro del lavoro, quello che vedo è la fine del lavoro salariato di massa e la nascita di piccole unità di lavoro specializzato. Dobbiamo ripensare quello che ne sarà degli esseri umani su questo pianeta. Il prossimo è destinato ad essere il secolo del terzo settore, delle ong, del no profit: il terzo settore, infatti, è quello più immune all'avanzata della robotizzazione. Per tre generazioni siamo stati bravissimi a giocare con le politiche fiscali per stimolare l'economia e il mercato del lavoro. Ora, le compagnie sono globali, non hanno bisogno di aiuti. Quello che dobbiamo fare è sederci intorno a un tavolo e cominciare a pensare a una politica fiscale che favorisca la crescita del capitale sociale, che stimoli il settore del no profit e che permetta di creare nuove possibilità di lavoro nel terzo settore. Dobbiamo spingerci verso una terza rivoluzione industriale e creare nuovi servizi e con essi nuovi lavori. Educhiamo i giovani e investiamo non solo in professionalità che riguardano il mercato ma anche la società civile, stabiliamo politiche fiscali che stimolino la crescita del capitale sociale e tutti quei lavori ad esso connessi.

Come cambieranno le relazioni sociali tra i diversi attori del panorama economico e lavorativo?

C'è un grande dibattito, non solo in Europa: quale sarà il modello migliore per assicurarsi prosperità e sviluppo? Vogliamo il modello sociale europeo o il modello americano, basato sul mercato e i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti? Un dibattito condotto su queste prospettive non farà altro che polarizzare le comunità: “socialisti” contro “capitalisti”. Dobbiamo guardare seriamente a entrambi modelli e chiederci: quali sono i loro punti di forza? Quali le loro debolezze? E usare la forza di uno contro le debolezze dell'altro. La forza del modello europeo è la solidarietà: nessuno è abbandonato a se stesso. La debolezza è in una sorta di paternalismo che lo affligge: molti pensano “c'è lo stato che mi protegge, il mio datore di lavoro mi i partiti che mi proteggono, la società che mi protegge”. In questo modo si rischia di perdere il senso dell'iniziativa individuale e la capacità di assumersi dei rischi. Il modello americano è una macchina costruita sull'individuo e sugli interessi individuali: si basa sull'iniziativa individuale e sulla capacità di assumersi rischi. E i difetti? Il difetto più grande è l'incapacità di ridistribuire la ricchezza. Il mio consiglio per l'Europa è questo: creare modi per stimolare la creatività e l'iniziativa individuale, insegnare ai giovani ad assumersi i rischi ma senza che venga meno la rete di solidarietà sociale che vi è propria. Cercate di creare una società che abbia un solo corpo ma due teste, sforzandovi di coniugare gli aspetti positivi di entrambi i modelli e usarli insieme.

 

 

 

 

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