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290 - 12.12.05


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La Shoa negata e i fatti
raccontati al contrario

David Bidussa



Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano
Il Secolo XIX


L’arresto in Austria dello storico inglese David Irving ha riaperto la questione del confronto della Shoah. David Irving è stato fermato l’11 novembre in Stiria dalla polizia stradale in virtù di un mandato d’arresto lanciato contro di lui nel novembre 1989. Stava andando a una riunione di una confraternita di studenti, associazione di estrema destra e pangermanista. Attualmente è detenuto a Graz. Già condannato in Gran Bretagna e in Germania, rischia 20 anni di carcere. In Austria vige una legge per cui negare l’Olocausto significa fare apologia di sterminio. Probabilmente molti diranno che è un provvedimento esagerato, che occorre rispettare le opinioni di tutti; che le tesi di Irving sono deprecabili, ma che va difeso il suo diritto di parola. Forse. Ma prima vorrei soffermarmi sul profilo di ciò che Irving sostiene.

Nato a Londra nel 1938 dalla fine degli anni ’70 Irving definisce un falso storico quello che denominiamo Shoah, sterminio, in breve lo sterminio degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale. Nel suo linguaggio, più precisamente, Auschwitz non sarebbe che una realtà di carta del tutto inventata, un non-luogo dove sarebbe avvenuto un non fatto storico (lo sterminio, appunto). La guerra di Hitler (tradotto in Italia nel 2001 dalle edizioni Settimo Sigillo, nel 2001) è il testo in cui Irving ha esposto in forma sistematizzata le sue tesi.

Irving raggiunge la notorietà nel 1963 con il suo primo volume Apocalisse a Dresda (trad. it. Mondadori 1992), in cui denuncia i sistematici bombardamenti alleati del febbraio ’45 contro migliaia di civili inermi, e con cui ottiene notevoli riconoscimenti da parte di numerosi storici di livello internazionale.
Due le tematiche di fondo della sua visione storica.
La prima sottopone le dimensioni soprattutto numeriche della Shoah ad un drastico ridimensionamento, allo scopo di renderle sostanzialmente commensurabili ad altre stragi.
La seconda sposta le responsabilità dello scoppio della Seconda Guerra mondiale dalla Germania nazista alla Gran Bretagna, facendole gravare in particolar modo sulle spalle di Churchill, e sulle sue velleità di conservare la leadership mondiale della Gran Bretagna.
Tuttavia, il punto centrale su cui si poggia la sua critica alla storiografia sul nazismo, e che a suo parere scrive una parola definitiva sulla vera natura dell’Olocausto, è il fatto che non esiste nessuno scritto che documenti inequivocabilmente un ordine esplicito di Hitler riguardo alla cosiddetta “soluzione finale”, e che dunque dimostri l’esistenza di una volontà e di un programma di sterminio sistematico degli ebrei.
Sostenendo che lo sterminio degli ebrei nei territori occupati fu una soluzione creata ad hoc nel momento che tutte le altre possibilità erano sfumate (mentre l’ipotesi di Hitler sarebbe stata quella della deportazione di massa sull’isola del Madagascar, soluzione che avrebbe una volta per tutte impedito agli ebrei di ‘infastidire’ popoli vicini), Irving così finisce per ipotizzare la possibilità di una politica di sterminio decisa da “un gruppo di fanatici nei territori orientali che avevano interpretato con rozza brutalità la frase di Hitler ‘gli ebrei devono scomparire dall’Europa’”.

Come sia stato possibile che il Führer non sapesse o accettasse ciò che stava accadendo agli ebrei in tutta l’Europa dell’Est è spiegato dallo storico inglese laddove definisce Hitler “probabilmente il più debole capo che la Germania abbia conosciuto nel ventesimo secolo”, e la Germania stessa “una dittatura senza dittatore”.

Più volte in questi ultimi dieci anni Irving ha provato ad affermare la sua ricostruzione. In forma più eclatante l’ultimo tentativo risale al marzo 2000, quando lo storico inglese chiamò in tribunale Deborah Lipstadt e la Penguin Books con l’accusa di diffamazione. L’occasione era la pubblicazione del libro della Lipstadt (Denying the Holocaust, Penguin Boks 1993) e in cui Irving era qualificato come razzista e “Negatore dell’Olocausto” che era dedicato al tema del negazionsimo della Shoah in base alle sue stesse dichiarazioni secondo le quali Auschwitz non è che “una Disneyland per turisti” e non ha mai avuto camere a gas in funzione.

In quell’occasione per otto settimane le tesi di Irving, ritenuto uno dei massimi esperti di Adolf Hitler, sono state al centro di furiose udienze che hanno ruotato attorno ad un'unica, esplosiva questione: i nazisti tentarono davvero lo sterminio di tutti gli ebrei? Che ruolo ebbe il Führer? Ad Auschwitz erano o no in funzione camere a gas per la sistematica eliminazione dei reclusi?
Irving in quell’occasione difese il suo approccio “revisionista” e attaccò il libro della Lipstadt. Nel processo all'Alta Corte durato dall'11 gennaio alla prima metà di marzo Irving – che non ha ingaggiato un avvocato e si è difeso da solo – ha accusato la collega e la Penguin Books di diffamazione chiedendo un risarcimento. Quell'epiteto di “rinnegatore” – si è lamentato lo storico, che una volta ha provocatoriamente proposto la fondazione di un'associazione di “superstiti di Auschwitz, superstiti dell'Olocausto e altri bugiardi” – gli sarebbe costato l'emarginazione dalla comunità internazionale degli storici e la mancata diffusione delle sue opere in tutto il mondo.

Negli stessi giorni del 2000 la questione Irving tornò – in concomitanza del processo londinese – a far discutere gli storici in Italia. Hobsbawm, per esempio, in occasione della sua lectio magistralis all’Università degli Studi di Torino (era la fine di marzo 2000), sostenne che dare spazio a Irving costituiva uno stimolo alla discussione. Dello stesso parere lo storico Franco Cardini.
Ma il problema non è dare la patente di storico a Irving. La scrittura della storia è un mestiere che si può fare bene o meno, in forma efficace, convincente, o demagogica.
Il problema è il “fascino” della controstoria come rovesciamento ipotetico dei fatti. La scrittura di Irving è il sintomo di una dimensione culturale dell’Europa che non riesce a fare i conti con la sua stessa storia, come se la storia fosse spiegabile se si ammettono ipotesi audaci.

La contemporaneità, epoca dell’alfabetizzazione di massa, del feticismo della carta stampata produce eventi anche in assenza di documenti scritti. La paura, che non è un documento ma un sentimento, è per esempio un motore operativo potente della storia. Nell’Europa degli anni ’30 la paura è la dimensione che lo storico revisionista tedesco Ernst Nolte usa molto per spiegare lo sterminio nell’est-Europa e l’antisemitismo dei tedeschi come effetto della posizione politica degli ebrei nel movimento comunista internazionale. Sulla base della capacità mobilitante della paura, Nolte costruisce il complesso del suo ragionamento revisionista e alla fine giustificazionista della Shoah. Un sentimento che non è un documento, è una fonte che nessun storico seriamente attrezzato si sentirebbe di negare, ma che sicuramente leggerebbe in maniera molto diversa, sommandola ad altri documenti e fonti con cui incrociarla e verificarla.

Non sono i documenti scritti che fanno la storia, sono gli uomini con le loro ossessioni, con le loro emozioni e con le loro convinzioni. Dietro l’accusa di interdetto da parte di Irving torna invece, senza spiegarsi, la retorica della potenza occulta, argomentazione propria del complottismo, una retorica che ha molto a che fare con l’agire persecuzionista di chi prima racconta di essere minacciato e poi giustifica lo sterminio come replica a uno scampato pericolo. Alla fine nella rivolta di Irving rimane dunque lo stesso meccanismo che un secolo fa mise in corso la locomotiva delle intolleranze. Quella locomotiva e quei treni hanno percorso in molte direzioni l’Europa continentale, verso i campi della morte nel cuore dell’Europa e verso i territori artici della Russia stalinista. E questa convinzione a suo modo costituisce un documento. Che non lascia intravedere niente di buono.

 

 

 

 

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