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289 - 25.11.05


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Egalité, ma non per tutti

Catherine de Wenden
con Luca Sebastiani


Da giorni il mondo intero guarda perplesso quello che sta succedendo in Francia. Dalla periferia parigina un’ondata di violenza si è diffusa per contagio a tutti i sobborghi delle città francesi. Saccheggi, devastazioni, auto bruciate, edifici pubblici dati alle fiamme. I giovani delle periferie, poveri, disoccupati, spesso figli dell’immigrazione, sfogano la propria rabbia verso lo Stato francese senza avanzare alcuna rivendicazione. Una situazione che ha indotto il primo ministro Dominique de Villepin, d’accordo col presidente della Repubblica Jacques Chirac, a decretare lo stato d’emergenza nelle zone sensibili. Misura, quest’ultima, conosciuta ai tempi della Guerra d’Algeria, uno dei momenti peggiori della recente storia repubblicana.

Questione sociale? Fallimento del modello francese d’integrazione? Prima della sua partenza per New York, dove presenterà alla Columbia University il suo ultimo lavoro, Atlante delle migrazioni, ne abbiamo parlato con Catherine de Wenden, direttrice di ricerca al Cnrs e all’Istituto di studi politici di Parigi, che da vent’anni lavora sui differenti temi legati all’immigrazione.

Professoressa, nel recente passato altri avvenimenti erano serviti d’avvertimento, ma la violenza di questi giorni ha rivelato al mondo, e forse anche ai francesi, una situazione esplosiva nelle banlieues. Era prevedibile un’esplosione di tale portata?

Non a questo livello. Ma ci sono vari fattori che hanno portato a questo punto e che andavano indagati meglio. Sono trent’anni che si parla del problema dei sobborghi.
Il primo fattore è il fallimento della cosiddetta “Politica della città” che è basata su interventi esclusivamente rivolti agli alloggi, alla ristrutturazione e al risanamento degli immobili. In questo modo ci si è dimenticati dell’individuo e non si sono prese misure necessarie, per esempio, alla lotta alla discriminazione o per permettere ai giovani di frequentare altre scuole che non quelle degradate delle banlieues.
Il secondo fattore da tenere in considerazione per capire quello che è successo è la tradizionale mobilitazione in Francia contro la violenza discriminatoria della polizia. Venticinque anni fa, dopo la morte dovuta alle forze dell’ordine di un giovane a Lione, ci fu un forte coinvolgimento nazionale. La mobilitazione si è poi ripetuta in anni più recenti dopo fatti simili a Marsiglia, a Tolosa e anche a Parigi.
Un’altra ragione è il fenomeno di “palestinizzazione” delle banlieues, che i giovani considerano appunto come loro territori da difendere attraverso la lotta contro l’occupazione dello Stato.

Gli imam delle banlieues hanno invitato alla calma e organizzato pattuglie nei quartieri per cercare di portare la pace. Quanto c’entra la questione etnico-religiosa e quanto invece quella sociale negli avvenimenti di queste notti?

La questione sociale è centrale, di gran lunga la più importante per spiegare quello che succede. La disoccupazione in certe banlieues arriva fino al trenta per cento, colpisce in maggioranza i figli, ma anche i padri e le famiglie in generale. Questo spiega il degrado degli immobili e del contesto abitativo, la povertà e l’esistenza della doppia economia della droga, della criminalità e della violenza. E’ il fallimento dalla “mixità” che conduce poi al fatto che nel banlieues abitino moltissimi stranieri. Negli alloggi sociali nel centro non ci sono loro.
La questione religiosa, invece, non è affatto centrale. Gli imam e le associazioni religiose hanno svolto un ruolo di pacificatori e di mediatori tra lo Stato e i giovani casseurs.

Ogni Paese ha il suo modello di coesistenza in relazione alla propria storia. Qual è la specificità del modello repubblicano d’integrazione?

Il modello repubblicano francese proclama l’uguaglianza dei diritti dei cittadini, ma questi avvenimenti mettono in discussione l’effettività di questo proclama. Il discorso dell’universalità della cittadinanza è, in un certo qual modo, fallito nel momento in cui ha avuto un’enorme difficoltà a vedere la discriminazione. Abbiamo vissuto nel mito dell’omogeneità della cittadinanza senza vedere la realtà di questi giovani francesi che sono sì francesi, ma francesi diversi.
Questa strumentazione inadeguata discende dal fatto che abbiamo pensato che l’immigrazione fosse un fatto congiunturale e non strutturale. Per questo sin dal ’74 si è deciso di praticare una politica del ritorno degli immigrati nei loro paesi; si è pensato, anche favoriti dalla presenza del Fronte nazionale, che era questo che gli immigrati volessero.

La stampa internazionale, soprattutto quella anglosassone, ha commentato le violenze dei giovani della banlieue come lo scacco del modello francese d’integrazione, che nega le identità imponendo il velo nelle scuole. Le cose stanno così o i principi repubblicani sono ancora in grado di raccogliere la sfida dell’immigrazione?

Credo che i principi repubblicani riescano a trovare una soluzione per i problemi legati all’immigrazione. Infatti, se è vero che per alcuni immigrati l’applicazione delle politiche francesi non funziona, è pur vero che per altri invece funziona e come. Esiste una parte d’immigrazione, che non si vede a occhio nudo ma che viene fuori bene dalla ricerca sul campo, che è integrata e cresce socialmente, da operai diventano classe media. Spesso dipende dalle comunità d’origine. I maghrebini, ad esempio, spesso fanno parte della classe media, frequentano le università, etc.

Dopo gli avvenimenti francesi e gli attentati di Londra, le bombe che sono state piazzate da inglesi figli d’immigrati, sembra che ancora nessun modello funzioni. Alain Touraine ha proposto di aprire la rigidità francese ad elementi di comunitarismo. Se il modello anglosassone produce comunità etniche, quello francese produce comunità economico-sociali degradate.

I modelli generalmente non sono puri e molto dipende dalla loro interazione con le diverse comunità. I maghrebini in Francia vivono lo spazio pubblico, mentre in Inghilterra ci sono comunità che vivono senza Stato, completamente autonome. Per contro là ci sono loro rappresentati in Parlamento, mentre qui in Francia no. I turchi che sono comunitaristi in Germania lo sono anche qui da noi. L’integrazione va seguita quotidianamente, segue dinamiche complesse che dipendono da molteplici variabili oltre che dal modello operante.

Intanto, per fronteggiare l’emergenza, De Villepin ha scelto la strada della fermezza e ha decretato lo stato d’urgenza. Una tale iniziativa era stata presa solo nel 1955 nel pieno della guerra d’Algeria. Quella storia coloniale è ancora viva in Francia se una stessa misura deve essere usata per i padri e poi per i figli e i nipoti?

Direi di sì, il colonialismo non è una questione risolta se il riflesso condizionato è sempre quello dell’emergenza.

I paesi del Europa meridionale, Italia e Spagna, alle prese con problematiche legate all’immigrazione clandestina, le “carrette del mare”, chiedono da tempo una politica unitaria a livello europeo per gestire un fenomeno che sta diventando dirompente. Quale deve essere la risposta europea?

Direi che la politica europea sull’immigrazione sia stata un fallimento. La diversità storica e geografica di ogni paese dell’Ue crea una disuguaglianza di interessi, mentre il sistema europeo presuppone un’omogeneità delle politiche. Ai Paesi del Nord interessa meno la gestione dei flussi dell’immigrazione clandestina perché sono lontani e intrattengono con l’immigrazione problemi di ordine differente.

 


 

 

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