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289 - 25.11.05


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Diamo più visibilità ai
musulmani di buon senso

Khalid Chaouki con
Daniele Castellani Perelli


Sul Corriere della Sera Magdi Allam ha scritto che, quando diede la sua adesione alla manifestazione del 3 novembre indetta da Giuliano Ferrara contro le dichiarazioni antiisraeliane del presidente iraniano Ahmadinejad, c’era solo un altro musulmano insieme a lui, il “coraggioso e illuminato” Khalid Chaouki. Ex presidente dei Giovani musulmani d’Italia, nato a Casablanca 23 anni fa e cresciuto in Emilia-Romagna, Khalid è già molto noto al pubblico televisivo e se il cosiddetto “Islam moderato” cercasse dei volti, il suo potrebbe essere certamente, e a buon diritto, uno dei più giovani ma dalle idee che sembrano invece molto matrure. Khalid ci parla della manifestazione (“Un segnale importante, anche se è stata strumentalizzata”), della minaccia dell’Iran e dell’Islam italiano: “Sui media i ‘musulmani di buon senso’ sono sottorappresentati. Il dibattito è a un livello bassissimo e si preferisce lo stereotipo del musulmano radicale”. Sulle violenze nelle periferie francesi, infine, si è fatto un’opinione politicamente scorretta, per un musulmano come lui: “Purtroppo l’Islam radicale in quelle vicende ha un peso. Attraverso un’autovittimizzazione strumentalizza quella rabbia, quella emarginazione, in chiave antioccidentale”.

Khalid, cosa ti ha spinto ad aderire subito alla manifestazione in favore di Israele?

Noi abbiamo sempre combattuto chi vuole lo scontro di civiltà e chi vuole inasprire i rapporti tra i musulmani e il resto del mondo. Per questo ci è parso che le dichiarazioni di Ahmadinejad volessero riproporre questo modello di “Islam contro tutti”.

Quando dici “noi” a chi ti riferisci?

A tutti i musulmani di buon senso, che si sono trovati in disaccordo con gli attacchi del presidente iraniano.

Che bilancio fai della manifestazione? Un buon segnale per il dibattito italiano?

I punti di partenza erano ottimi. Era importante dare un segnale di compattezza, di unità tra le formazioni politiche e le persone di fede religiosa. È chiaro che poi, purtroppo, eventi di questo tipo possono essere strumentalizzate in diverse chiavi politiche. Ma il bilancio, dal mio punto di vista, è positivo, perché quella manifestazione, per la prima volta, ha dato ai musulmani la possibilità di dimostrare che anche loro rispettano Israele e vogliono dialogare con gli ebrei.

Credi tuttavia che la manifestazione sia stata strumentalizzata?

Sicuramente sì, non si può nascondere. Da un lato si è parlato poco del diritto dei palestinesi ad avere un proprio Stato, che è un diritto che spetta loro da 50 anni: non averne parlato abbastanza significa aver fatto apparire di parte quella manifestazione. Dall’altro non si è riconosciuto che questo scontro di civiltà è alimentato non solo da parte musulmana, ma anche da chi fomenta l’odio attraverso campagne denigranti o guerre ingiuste. Come la guerra in Iraq, che è il culmine di un’ideologia che sostiene un certo modello di civiltà e che invece dimentica che bisogna rispettare delle specificità, una gradualità di evoluzione democratica, e soprattutto il dialogo come unica forma di cambiamento delle cose che non ci piacciono.

Spesso, però, si ha l’impressione che voi “musulmani di buon senso” rappresentiate una minoranza nel mondo islamico.

Su questo concetto sono molto cauto. Il problema è della rappresentazione mediatica della realtà islamica italiana. Io sono musulmano praticante, frequento le moschee e mi sento cittadino italiano. E penso di rappresentare la volontà di molti musulmani italiani, che però, per diverse ragioni, non vediamo rappresentati sulla scena pubblica. Da una parte c’è la strumentalizzazione di alcune organizzazioni che si dicono islamiche e di alcuni luoghi, di alcune moschee, che sono dirette da personaggi che non hanno interesse ad aprirsi, e che anzi intendono solo mantenere il potere attraverso un’autoghettizzazione. Dall’altra c’è una difficoltà di approccio culturale da parte della società italiana.

Vuoi dire che l’Islam di cui ti senti parte, rispetto alla realtà, è sottorappresentato sia nei media sia nei centri culturali islamici?

Sì, c’è l’Islam della società civile, quello che incontriamo nelle strade e che non necessariamente è radicale. Che non corrisponde allo stereotipo dell’Homo islamicus. Direi che però la responsabilità è anche nostra, perché dobbiamo trovare nuovi strumenti di coinvolgimento di queste masse. È un errore distinguere tra i musulmani delle moschee e quelli che stanno fuori, i “religiosi” e i laici”. Non dobbiamo cadere in questo tranello. La realtà islamica è molto più complessa, e dobbiamo trovare altri canoni di rappresentazione. L’essere cittadini è un requisito più importante della frequenza con cui si va in moschea o dell’appartenenza a determinate organizzazioni.

Torniamo all’Iran. Come cittadino musulmano e europeo, quale ruolo pensi che potrebbe avere l’Ue nella crisi iraniana?

Un ruolo centrale. Il compito principale deve essere quello di tendere una mano al popolo iraniano, che è quello che ci interessa di più in questo momento. Si deve far capire al popolo iraniano che nessuno è contro l’Iran, nessuno è contro l’Islam, e c’è la necessità di aprire un dialogo e di confrontarsi con determinate regole. Questo manca oggi, e l’Ue ha la possibilità di instaurare questo dialogo dal punto di vista culturale, interreligioso, e coinvolgendo soprattutto i giovani. Questa è la sfida dell’Europa, e ci permetterebbe anche di differenziarci da un approccio fondato invece sulla minaccia.

Il rapporto tra Europa e mondo islamico rimane però sempre complicato. Credi che negli scontri alla periferia di Parigi c’entri anche l’elemento religioso?

Io sono forse uno dei pochi a sostenere che, purtroppo, in quella vicenda l’elemento religioso indirettamente ha un suo peso. Perché, una volta scoppiata la rivolta, la religione diventa elemento di sostegno a quelle rivendicazioni, in qualche modo contribuisce a far maturare una differenziazione rispetto alle società autoctone, un’autovittimizzazione, la visione di un complotto occidentale, e purtroppo le sinagoghe date al fuoco sono, a questo proposito, un segnale di allarme. Conosco molto bene la società francese, e per troppo tempo si è fatto finta di niente. In alcune realtà in cui lo spaccio di droga convive con l’Islam radicale, questa rabbia, questa emarginazione può essere certamente strumentalizzata da gruppi radicali in chiave violenta e antioccidentale.

Pensi che la stessa situazione possa riprodursi anche in Italia?

In Italia credo che sia troppo presto. Molti fanno la corsa a chi lo dice per primo, e primo stavolta è arrivato Prodi… In Italia già in passato ci sono stati degli episodi, come diverse azioni di vandalismo e microcriminalità a Torino. Occorre prevenire questa tendenza che rischia di essere non solo francese, ma europea. Le periferie italiane sono effettivamente dimenticate, e le realtà di provincia sono sottovalutate. Bisogna agire nella prevenzione e nel riconoscimento immediato dei diritti, ma all’interno di una logica di responsabilizzazione dei nuovi cittadini. In Francia si è parlato a lungo di assistenza, e poco di dovere, di impegno, di possibilità di avere successo in una società liberale e aperta a tutti.

Parli di doveri e diritti per i musulmani. Quali sono i diritti su cui, in Italia, si deve ancora lavorare?

Abbiamo una legislazione disastrosa sull’immigrazione. Per tanti anni si è associata l’immigrazione all’emergenza, ed è forse ora di considerarla una realtà, di cui parlare non solo in chiave polemica ma anche con dati alla mano. E i dati Istat dicono che il 31,4% della popolazione carceraria è straniera, che il tasso di insuccesso scolastico raggiunge in certe realtà il 15%. Il che significa che si deve ancora lavorare molto sulle pari opportunità, sull’informazione e soprattutto sulle politiche della cittadinanza e sull’educazione civile, ricordando che l’integrazione non significa assimilazione o disconoscimento delle appartenenze. Lo Stato e le istituzioni devono avere in mente un modello chiaro, e il dibattito in Italia è ancora a un livello bassissimo. Siamo ancora nelle logiche della campagna elettorale, e spero che un giorno non dovremo svegliarci con una situazione come quella delle banlieue parigine.

Come giudichi il livello dell’integrazione dei musulmani in Italia?

Gli individui lavorano e vivono felicemente nella società italiana. Nei rapporti tra Stato e minoranze religiose c’è ancora molto da fare. Negli ultimi anni anche su questo tema c’è stato molto silenzio. La Consulta del ministro Pisanu, ahimè, nonostante un decreto del governo non ha ancora visto la luce. Siamo di fronte al solito costume italiano: tante promesse, nessuna azione.

Un’azione, purtroppo, è stata quella dell’esenzione dell’Ici per gli immobili della Chiesa cattolica. Un chiaro segnale, in negativo, per l’Islam.

Rientra in logiche interne di propaganda. Il tema dell’Islam in Europa va affrontato con grande serietà e non bastano i gala e le cene con gli ambasciatori. Serve un confronto diretto con gli interessati, un dibattito pubblico che cerchi una risposta immediata. Altrimenti il prezzo di una mancata integrazione rischia di essere carissimo per tutta la società italiana.

 

 


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