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289 - 25.11.05


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Brucia nelle banlieues
il modello francese?

Luca Sebastiani


Parigi in fiamme, guerra civile. La stampa internazionale usa parole forti e titoli impressionanti per rappresentare l’ondata di violenza urbana che da una decina di giorni sta mettendo a soqquadro le banlieues e il mondo politico francese.

Dagli Stati Uniti all’Australia, dall’Africa alla Svezia, le immagini di roghi e scontri si susseguono incessanti sugli schermi intramezzate da commenti che raccontano di rivolta e “intifada” (New York Post), di un clima generalizzato di paura. Tant’è è il ministero degli Esteri francese, attraverso il portavoce Jean-Baptiste Mattéi, ha voluto esprimere la propria “sorpresa” di fronte ad una copertura degli avvenimenti che sarebbe andata “un po’ al di là della realtà”. “Ci sono degli incidenti molto seri che devono essere presi come tali, ma siamo molto lontani da quello che potrebbero lasciar pensare certi commenti della stampa o certi reportage televisivi che si possono leggere o vedere all’estero”, ha detto il Mattéi.

Alcune reti televisive, come quelle statunitensi, hanno in effetti drammatizzato i fatti nei giorni scorsi: la Abc apriva con un “Parigi brucia”, mentre un giornalista della Cnn ha fatto riferimento ad una situazione cecena evocando rischi di “guerra civile”.

Ma al di là dell’enfasi messa sulla violenza e le devastazioni, il giudizio unanime degli editoriali della stampa internazionale, con differenze di toni a seconda della fonte, punta a mettere sotto accusa il modello d’integrazione alla francese e a stigmatizzare l’incapacità del governo – soprattutto del ministro degli Interni – ad intervenire nell’emergenza.

“Quelli che bruciano le auto e lanciano le pietre sono i figli degli immigrati arabi e africani, la maggior parte musulmani, che non sono mai stati integrati nella società francese – scrive il New York Times – Le immagini delle violenze dovrebbero ricordare ai francesi che hanno un enorme problema al quale dovrebbero dedicarsi urgentemente. La Francia s’attacca al suo approccio dell’immigrazione che consiste nel dichiarare che una volta che si è in Francia tutti sono ugualmente francesi. Ma la verità è che tutti non sono egualmente francesi, in particolare in un’epoca d’immigrazione crescente”. Il quotidiano della Grande Mela finisce criticando gli sforzi di “un’integrazione imposta” che vieta il velo a scuola.

Generalmente le critiche più accese al modello francese d’integrazione repubblicana sono arrivate dai paesi in cui s’è optato per la via comunitarista alla multiculturalità. Come negli Stati Uniti appunto, o come in Gran Bretagna, dove il Time scrive che “la tradizione in Francia d’insistere senza compromessi sull’identità francese ha reso la vita difficile alle minoranze. Queste, benché abbiano in teoria gli stessi diritti degli altri cittadini, soffrono in pratica di una discriminazione non ufficiale di fronte al lavoro e alla casa”.

Anche per El Pais le violenze si spiegano in quanto “conflitto d’integrazione” per la popolazione d’origine africana e maghrebina, spesso vittima di “discriminazione istituzionalizzata”, mentre in Germania il Tagesspiegel riassume così il ritratto dei rivoltosi: “Giovani, poveri, disoccupati… musulmani”. Il Frankfurter Allgemeine Zeitung considera che “il modello francese d’integrazione è entrato nella sua ultima fase d’esistenza. Il paese che ha conosciuto più minuziosamente la società multiculturale ha perduto il contatto con la realtà”.

The Guardian, da Londra, attacca il Governo per essersi perso dietro beghe e scontri interni invece di agire e accusa il ministro degli Interni Nicolas Sarkozy di usare un linguaggio a dir poco fuori luogo – “ripuliremo le banlieues della feccia”. Con un tale linguaggio, dice il quotidiano di sinistra, “come ci si può stupire che il razzismo in Francia sia più virulento che nel Regno Unito? Le condizioni nelle quali vivono i giovani delle minoranze etniche in Francia sono così cattive, se non peggio, che quelle che hanno conosciuto i neri a Detroit negli anni ’60 e a Brixton negli anni ’80”.
Mentre The Independent suggerisce ai francesi di ricavare qualche lezione dal multiculturalismo britannico che “vede le identità razziali come un arricchimento” (“Nelle scuole i bambini neri ballano al suono della musica irlandese e i piccoli bianchi suonano in un’orchestra giamaicana”), il Financial Times arriva a indicare delle ricette economiche: “Il miglior mezzo per affrontare la disoccupazione dei giovani e delle minoranze sarebbe di ridurre il salario minimo e i costi”.

Dopo le notti di violenze in Francia e gli attentati di luglio in Gran Bretagna (le bombe sono state piazzate da immigrati di seconda generazione) non c’è molto da rivaleggiare e, invece, bisognerebbe prendere atto, come fa il quotidiano Ceco Dnes, che un modello di “coesistenza che funzioni non esiste ancora”, e preoccuparsi, con lo spagnolo La Vanguardia, “che le burrasche dell’autunno francese non diventino il preludio a un inverno europeo”.

Dopo pochi giorni dall’inizio dei roghi parigini, il quotidiano algerino El Watan analizzando le politiche dell’integrazione delle periferie condotte in Francia, suggeriva di “riportare la problematica delle banlieues in quella più globale dell’immigrazione e della democrazia sociale, perché i poteri pubblici continuano a trattare il problema tecnicamente invece che con una visione più integrata… e più integrante”.

 

 

 


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