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288 - 13.11.05


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Le penultime ragioni
della democrazia

Mauro Buonocore


La religione sta rivendicando un ruolo sempre più attivo nella sfera pubblica dove fa sentire sempre più evidente la sua presenza, mentre meno visibile si fa la linea di separazione che la distingue dalla politica. Pensiamo al ruolo svolto dalla Chiesa italiana nel dibattito sulla fecondazione assistita, sui Pacs o i numerosi episodi che hanno visto il presidente della Conferenza episcopale intervenire energicamente nel dibattito pubblico. E non è solo una questione italiana, segnali di una forte presenza religiosa nelle discussioni politiche li troviamo anche fuori dai nostri confini. In Europa, per esempio, dove la questione sulle radici cristiane ha segnato la scrittura del testo del trattato costituzionale, o anche negli Usa, dove schieramenti religiosi hanno contribuito a far pesare dalla parte di Bush il piatto delle ultime presidenziali.

Di fronte all’evidenza di questa impennata religiosa, è lecito porsi delle domande chiare: dove possiamo tracciare il confine tra politica e religione? Dove possiamo tirare la linea che separa le indicazioni delle diverse chiese dalle decisioni che spettano alle istituzioni di uno stato democratico?

Per cercare le risposte a questi interrogativi, le riviste “Reset” e “Dissent” hanno invitato esperti americani ed europei a proporre punti di vista e analisi nell’ambito del seminario “Politica e Religione tra Europa e Stati Uniti” tenutosi nei locali del Centro Studi Americani di Roma. Michael Walzer e Giuliano Amato, Gilles Kepel e Alessandro Ferrara, lo studioso americano Michael Kazin e Paolo Pombeni, il sociologo tedesco Klaus Eder e Krzysztof Michalsky tra i nomi che si sono confrontati nella discussione introdotta dai direttori delle due riviste, Giancarlo Bosetti e Mitchell Cohen.

Il tema ha facce diverse sulle diverse sponde dell’Atlantico. Negli Usa, la religione ha un ruolo molto influente sulla politica e non ci si stupisce se nell’arena pubblica si fa sentire la voce della fede. “Gli Stati Uniti – spiega Giuliano Amato – non hanno mai conosciuto una religione di stato, quindi non hanno mai avuto bisogno di un processo di secolarizzazione della politica”. L’idea che la politica e la religione debbano essere nettamente distinte è, insomma, tutta europea perché è nel Vecchio Continente che è prevalsa la tesi secondo cui la fede è un fatto squisitamente privato e individuale e non deve entrare a far parte della vita pubblica. D’accordo, ma, se è vero che la politica si trova costantemente a fare i conti con la voce delle religioni, dall’affermazione dei principi della secolarizzazione le cose sono cambiate. Un cambiamento cui Klaus Eder dà il nome di società post-secolare e che Giancarlo Bosetti, riprendendo le parole del sociologo tedesco e tirando le conclusioni dell’incontro, sintetizza nel ritratto di una società, la nostra, che “lascia maggiore spazio, maggiore visibilità, alle religioni nell’ambito della vita pubblica”. Una visibilità, continua Bosetti, che “deriva dal sempre maggiore uso dei media da parte delle comunità e delle istituzioni religiose, da una richiesta esplicita da parte dell’opinione pubblica di temi religiosi e fio al concretizzarsi di una maggiore influenza di posizioni religiose nella discussione pubblica”.

“La risposta della politica di fronte a questa richiesta appare insufficiente”, sottolinea il direttore di Reset ricordando come alla base del post-secolarismo ci siano fenomeni importanti quali, da una parte, l’immigrazione che porta le nostre società a diretto contatto con una molteplicità di religioni che concorrono nello spazio pubblico e cercano ciascuno la propria visibilità, mentre il declino delle ideologie e dei grandi partiti di massa ha favorito la crescita di peso della religione nella vita pubblica e ha, con le parole di Giuliano Amato, “riaperto il coperchio della ricerca del senso della vita”, lo dimostra il grande successo di massa che hanno negli ultimi anni le manifestazioni che propongono dibattiti tra filosofi.

“Il vero problema che ci poniamo oggi – chiarisce Amato – è di capire se e in quali termini democrazia e religione sono compatibili”. Da una parte la democrazia, che pensiamo come il regno del relativismo in cui le opinioni trovano un accordo attraverso il dialogo, “il regno del conflitto che si compone attraverso le procedure democratiche”; dall’altra parte, invece, pensiamo le religioni, per definizione portatrici di verità assolute, e queste, proprio in quanto assolute, non possono far parte del dialogo democratico.
Posta in questi termini la strada sembra non avere uscite, e il dilemma pare insolubile. Ma una via di uscita la rintraccia ancora l’ex vicepresidente della Convenzione europea: da una parte anche la democrazia, come la religione, ha i suoi assoluti e sono “la libertà di pensiero, il rispetto della persona umana, la preferenza della pace rispetto alla guerra”, una volta che questi sono condivisi da tutti coloro che entrano nell’arena pubblica, allora ogni opinione si può comporre all’interno del dialogo democratico. “Non è che la democrazia non abbia bisogno dei principi ultimi – conclude Amato richiamando l’intervento in cui Alessandro Ferrara ha citato Rawls – ma ha bisogno che chi se ne fa portatore nel dibattito pubblico lo faccia attraverso le ragioni penultime”. In altre parole, la democrazia rimane tale e trova spazio legittimo autentico per ogni forma di pensiero, laica e religiosa, a patto che queste lascino fuori dalla sfera pubblica ogni assoluto ideologico o fideistico e vi portino invece idee ed espressioni con l’intento di condividerle e metterle in discussione.


 

 

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