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287 - 28.10.05


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Turchia/Ue,
la gente che ne sa?

Yasemin Taskin


Questo testo è l’intervento tenuto al Convegno “La Turchia in Europa”, tenutosi il 5 ottobre 2005 presso la Libera Università degli Studi “S.Pio V”. Yasemin Taskin è corrispondente dall’Italia per il quotidiano turco “Sabah”.

Il 3 ottobre, con la decisione dell’Unione Europea di aprire i negoziati per l’adesione della Turchia è cominciato un nuovo periodo per il nostro paese, ed è iniziato un momento di transizione di lungo termine durante il quale l’opinione pubblica europea svolgerà il ruolo fondamentale di osservatore attento.

Il dibattito sulla possibile adesione turca all’Ue è iniziato circa quarantadue anni fa, e questo ne fa un argomento vivo nell’opinione pubblica del nostro paese. È stato più volte sottolineato che l’aspirazione a far parte dell’Unione europea rappresenta per la Turchia un progetto di modernizzazione e una scelta di civiltà che coinvolge attivamente il popolo turco il quale, negli ultimi decenni, non solo ha seguito le linee della politica lungo la traiettoria delle riforme, ma spesso ha trascinato i politici e il governo verso un futuro europeo.

Ma se fino a due anni fa i sondaggi segnavano il consenso a favore dell’adesione turca con percentuali molto alte che arrivavano fino all’80%, oggi la situazione è molto diversa. La fatica dimostrata dai negoziati, la loro lunghezza, la difficoltà incontrate da Ankara nelle diverse tappe di avvicinamento a Bruxelles, la contrarietà manifesta di molti leader europei verso l’adesione turca e lo scetticismo dimostrato dall’opinione pubblica dei paesi membri, tutto ciò ha costruito negli ultimi tempi un ostacolo nella popolarità dei negoziati e ha avuto un effetto negativo sull’opinione pubblica turca.

A tale proposito vorrei ricordare alcune cifre. Uno dei più recenti sondaggi svolti su questo tema ha coinvolto 11 mila persone appartenenti a dieci Paesi europei più la Turchia. Ne risulta un forte calo di pareri favorevoli all’entrata in Europa di Ankara sia tra i cittadini europei che tra i turchi. Solo un anno fa, ad esempio, il 73% della popolazione turca dichiarava di voler entrare a far parte dell’Ue, oggi la percentuale è scesa al 63%. Rilevante poi è il fatto che, nell’arco di un anno, il consenso all’entrata nella Comunità Europea della Turchia è calato dal 30% al 22%. Un altro dato da sottolineare: la gran parte degli europei, il 42%, si è mostrata indecisa nell’esprimere un parere; le cause di questa indecisione sono varie e fra queste possiamo immaginare certamente diverse fobie, tra le quali la paura del terrorismo di matrice islamica, l’islamofobia e l’incertezza economica, proprio come è accaduto alla Francia e all’Olanda nei confronti della Polonia in occasione dei referendum sulla costituzione: allora si parlò dell’idraulico polacco, domani si potrebbe parlare dell’idraulico turco…

La percentuale di indecisi potrebbe essere interpretata come un dato negativo, ma credo che non lo sia, e mi pare invece che si tratti di una cifra sulla quale iniziare a lavorare, un punto di partenza del quale i politici e la società civile potranno tener conto nel tentativo di indirizzare meglio il dibattito pubblico. È chiaro che, in ogni caso, un ruolo importante sarà giocato da quanto gli europei saranno messi nelle condizioni di conoscere la Turchia, la sua cultura e la sua società.

Viviamo un momento di delicato avvicinamento tra due civiltà, tra popoli diversi, sarebbe quindi opportuno introdurre una serie di iniziative che stimolino e coinvolgano diverse dimensioni della sfera pubblica europea sulla questione turca, sollecitando delle prese di posizione informate e competenti. Francia, Germania e Olanda, i paesi che ospitano le più ampie comunità europee di emigrati turchi, dimostrano una particolare freddezza nei confronti della Turchia.
In Germania, dove la “questione turca” assume un valore particolare negli equilibri interni della società civile, il sostegno per l’adesione della Turchia all’Ue è sceso del 15% nell’ultimo anno.
Dopo il Consiglio Europeo del 17 dicembre 2004, in Europa si è alzato una specie di vento paranoico contro la Turchia e spetta alla diplomazia e alla politica il compito di ricucire lo strappo tra le popolazioni europea e la turca.

Allo stesso tempo è vero che i negoziati per l’entrata nell’Ue hanno riacceso in Turchia focolai di discussione intorno a temi insoluti quali la questione armena, la situazione di Cipro e i diritti dei curdi, incidendo fortemente sull’idea che l’opinione pubblica del mio paese si era fatta dell’adesione europea e facendo scendere i consensi di quasi venti punti percentuali negli ultimi mesi.

Se guardiamo al panorama politico della Turchia notiamo una situazione estremamente eterogenea intorno alla questione europea.
Da una parte ci sono forze politiche di destra e frange estremiste, come i cosiddetti “Lupi grigi”, che rifiutano ogni idea di ingresso nell’Unione Europea e negano ogni riconoscimento al valore di questo processo; allo stesso tempo il partito conservatore di sostiene l’adesione, così come sono favorevoli i partiti di sinistra e il partito popolare repubblicano. Leggiamo sui giornali, anche quelli italiani, che quella compattezza di opinioni a favore dell’entrata della Turchia in Europa ora non c’è più, forse possiamo rintracciarla in zone periferiche come i territori dell’Anatolia, ma nelle grandi città moderne si avvertono un po’ di più i dubbi sulla riuscita dell’integrazione con l’Europea, dubbi che per altro nascono e si alimentano dei pregiudizi che si avvertono provenire dall’Unione Europea.
Anche io credo che il percorso che lega l’Unione europea e la Turchia sia lungo e difficile, che obbligherà i rappresentanti politici delle due parti a riflettere meglio su tutte le questioni sin qui affrontate. Prima di tutto credo che sarà fondamentale, al fine di risollevare le sorti di questo processo di negoziazione, aprire dei canali di comunicazione tra i due paesi, canali di scambio e di informazione tra culture. Canali la cui costruzione spetta, prima di ogni altra cosa, alla politica.

 

 

 

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