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287 - 28.10.05


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Inizia così il
futuro dell’Unione
Elisabetta Ambrosi

«Clamoroso contropiede del centro-sinistra» (Michele Serra); «Un terremoto intelligente» (Ezio Mauro); «Oggi la democrazia è più forte» (Piero Fassino).
L’effetto liberatorio – come quello di una energia nascosta e repressa, che ha atteso per mesi e mesi uno sfogo, vivendo di piccole abreazioni (le primarie pugliesi), e che ora si manifesta con l’irruenza di più di quattro milioni di persone – è messo in evidenza, sulle pagine dei quotidiani, da tutti i commentatori politici. Quasi la fine di una paralisi, di un’inquietante sensazione di scollamento tra sentimenti e idee percepite come vere (un’Italia al collasso, una classe politica che ha raggiunto l’anno zero, il desiderio di un cambiamento radicale messo in atto da una coalizione unita e con una sola voce) e uno spazio pubblico e mass-mediologico in cui queste percezioni così elementari venivano relativizzate tanto da ridurle a voce di minoranza, a strane allucinazioni di una parte residuale dei cittadini.

«Quello che viene da chiedersi, ora», ha scritto Serra, «è perché non sia avvenuto prima. Perché, per lunghi anni, un progetto di democrazia diretta come le primarie abbia tardato tanto a prendere corpo». Eppure, archiviata la lista unitaria, assente ancora il programma, evidenti le radicale differenzi di posizioni su temi cruciali come quelli bioetici (altro che pluralismo di voci, come ha scritto tempo fa il pur quasi sempre ineccepibile Cacciari. Si tratta piuttosto di una cacofonia irritante e disperante, su questioni come quella dei Pacs – che all’estero sono state archiviate da anni come parti essenziali di una democrazia che riconosce a tutti i cittadini eguali diritti), c’è forse da rallegrarsi che le primarie ci siano state ora, e che il risultato sia quello che tutti hanno di fronte agli occhi.
Ma i problemi, invece che risolverli, le primarie li aprono. Perché mettono in luce, come ha scritto Massimo Franco, la stridente «assenza di una strategia di fronte alla novità del sistema proporzionale». «Il problema», continua Franco, «è di costruirgli intorno una coalizione e un consenso che tengano conto delle nuove regole del gioco, per quanto ritenute odiose e delegittimate per il modo in cui sono state approvate alla Camera».

Per fortuna, alcune indicazioni forti questo voto le ha date. Prima di tutto, ha scritto il direttore di “Repubblica”, «perché ha dato senza equivoci a Prodi quel mandato, quella forza e quella rappresentanza che non trovava nei partiti. Ma in più, ha fissato rapporti interni al di sopra di ogni ambiguità e di ogni strumentalizzazione, perché nessuno potrà dire che il 15 per cento di Bertinotti condiziona il 75 per cento di Prodi». Prodi leader, una volta per tutti. E non si tratta della scoperta dell’acqua calda, se si pensa all’estenuante dibattito pubblico all’interno del centro-sinistra dei mesi passati. Il secondo elemento – anche questo in teoria del tutto elementare, ovvio, banale, chiaro come il sole eppure non si sa bene perché trascurato e oscurato – è la richiesta di unità. Ha detto Fassino: «Prima di tutto, dobbiamo tener conto delle trappole della nuova legge elettorale e studiare con l’aiuto degli esperti come presentarsi alla Camera e al Senato in modo da non disperdere neppure un voto. Ma le scelte politiche non possono contraddire la domanda di unità».

Infatti. Agli elettori non gliene frega proprio nulla del coro delle voci, dell’abbondanza di posizioni, perché, di nuovo, quell’abbondanza non è sintomo di ricchezza di dibattito, feconda discussione, sobrio e razionale confronto, ma semplicemente di partitocrazia, frammentazione, arcaismi, prima repubblica, voglia di ritorno al vecchio, molto vecchio. Per questo il voto mette fine allo stantio interrogativo sul ritorno al centro così come al raffinato ma inutile dibattito tra politologi sulla questione se sia meglio mobilitare i propri ovvero cercare di attrarre il voto moderato («il voto strozza in culla ogni ipotesi esplicita e ogni tentazione di incubare un’esperienza centrista da far nascere alle prime difficoltà del governo», ha scritto Mauro). Perché non servono i sondaggi per capire una cosa elementare, e cioè che la gente vuole non moderazione ma – che è una cosa ben diversa – chiarezza di posizioni, aderenza alla realtà delle stesse, convinzione autentica dei politici che le propugnano, lealtà passione e dedizione alla causa. Quale causa? È semplice, il rilancio delle sorti di un paese allo sbando e la ripresa dello sviluppo. Che l’economia italiana, cioè, torni competitiva. Che nessun giovane debba soffrire dell’incubo della disoccupazione o vivacchiare anni e anni con lavori precari. Che le famiglie siano sostenute nel faticoso compito di allevare figli. Che l’istruzione sia accessibile a tutti fino ai suoi più alti gradi. Che nessun ricercatore debba lasciare il proprio paese. Che gli anziani possano avere una vecchiaia dignitosa. Che nessun immigrato debba morire nel disperato tentativo di fuggire alla fame. Che ci sia sicurezza e la giustizia sia efficace. Che le sacche di privilegi, di qualsiasi tipo, vengano aboliti, a favore della trasparenza e del pluralismo. Che i monopoli vengano abbattuti. Che la cultura possa tornare a fiorire.

E allora? La risposta non è che una sola. «Alla sinistra serve unità, certezza nel comando, chiarezza di linea, identità risolta». In altre parole, lista unitaria. «Se c’è una scelta coerente per il buon investimento del capitale politico di Prodi, a questo punto non può che essere la lista unitaria Ds-Margherita-Sdi. Il nucleo duro dell’Ulivo», ha scritto Massimo Giannini, invitando ad andare in fondo a questa strada, senza se e senza ma. E anche se in politica spesso il senza se e senza ma fa danni, questa volta non si può tollerare alcun ritardo, alcun veto, alcuna ambiguità. Tanto più che lo strumento non occorre inventarlo, perché c’è, ha scritto Mauro. È, ovviamente, l’Ulivo.

La lista unitaria, infine, dovrebbe guardare lontano, verso, quel moderno partito democratico che rimane il futuro del centro-sinistra. «La scelta di domenica sollecita un centrosinistra che si muova sulle orme tolleranti, occidentali, del partito democratico Usa, che sembravano accettate da tutti pochi anni fa, quando anche D’Alema dialogava con Blair e Clinton sulla terza via e che invece l’eterno ritorno del passato sembra rinnegare», ha scritto Gianni Riotta.

Già, l’eterno ritorno. E proprio come tanti commentatori di Nietzsche hanno sottolineato, il ritorno di un passato sempre identico è un’esperienza psicologicamente e esistenzialmente insostenibile. Eppure tutti gli elettori di centro-sinistra, e insieme ad essi tutti i cittadini italiani, la stanno vivendo ormai da quando il governo Prodi cadde per un maledetto cavillo.
Ora il risveglio è forse più vicino. Ma, ancora, nient’affatto scontato.

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