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286 - 14.10.05


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Ruini, gli amorini
e le torte in faccia

Guido Martinotti


Insomma adesso che devo fare? Visto che mi si rimprovera il relativismo (devo dire che delle tante, questa è la cosa più stupida che ho sentito dire di recente dai preti) che regola il mio atteggiamento nei confronti della religione dovrei forse riprendere l’anticlericalismo duro dei miei antesignani romagnoli? Devo ricominciare forse a bestemmiare e a cantare “Quando ghe more il prete...”? Devo cominciare a odiare preti e cattolici? Non so, mi dicano questi teorici dell’antirelativismo. Una cosa mi sento di raccomandarla: tenete i preti fuori della camera da letto. Non tanto per evitare che vadano a controllare se c’è il ritratto della Madonna, del tutto scomparso dai talami italiani, dove è stato sostituito da putti e amorini (“Dentro le case”, Abitare, 407, Giugno 2001, p. 107-109) ma proprio perché quel che avviene nella camera da letto dei cittadini italiani non li riguarda minimamente e se ci mettono becco faranno un sacco di guai per tutti.

Il clero è liberissimo di dire quel che vuole, ovviamente, quando si rivolge ai propri fedeli, ma non ha alcun diritto di rivolgersi ai “cittadini italiani”, soprattutto in materia di sesso, coniugio e filiazione in cui l’opinione di chi vive avendovi rinunciato è ovviamente distorta e non credibile. Forse la religione è un fatto pubblico, come è stato autorevolmente detto in questi giorni, ma il sesso è privato, privatissimo. In caso contrario diventa pornografia e voyeurismo, comportamenti che la Chiesa farebbe bene a lasciare alla televisione dell’era berlusconiana, dove si producono in quantità industriali. Se il clero si mette a parlare di queste faccende e dei diritti connessi, interviene come forza politica – e sarebbe un bel guaio, abbiamo già abbastanza dottori Lysenko in giro – ma allora si espone alle torte in faccia e tutto il can can su Ruini non è che disgustosa ipocrisia opportunistica espressione del chiagnifottismo magistrale dei berlusclones. “Libero fischio in libera piazza” diceva Sandro Pertini.



 

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