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285 - 28.09.05


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Lisbona 1755: una lezione
per ricostruire New Orleans

Siegmund Ginzberg



L’articolo che segue è stato pubblicato su Il Foglio

Una catastrofe naturale si trasforma in cataclisma politico. Scatena l’interesse frenetico dei “media”. Emoziona tutto l’Occidente, apre discussioni infinite. Ipnotizza il pubblico con storie d’orrore, ferocia della natura e bestialità degli uomini, fanatismo e superstizione. Diviene subito il disastro del secolo, anche se le notizie su quel che è successo davvero restano frammentarie, talvolta sono contraddittorie (ancora oggi si ha un’idea delle distruzioni, ma non si sa quante siano state le vittime: forse 15.000, forse non più di 5.000). Suscita polemiche furibonde tra gli opinion maker, gli specialisti, gli addetti ai lavori, e anche ogni sorta di “tuttologi”. Ciascuno ha la sua da dire, e non se ne lascia scappare l’occasione. Si discute del perché alcuni (i poveri) abbiano sofferto di più, e altri (i ricchi e potenti) se la siano tutto sommato cavata. Viene chiamato in causa il sistema politico del paese colpito dalla tragedia, si puntano gli indici contrapposti sulle responsabilità delle autorità (i politici), una parte accusa l’altra. Ma soprattutto se ne traggono “lezioni”, anch’esse ampiamente contrastanti, su questioni che trascendono il fatto e il luogo.

Succedeva esattamente 250 anni fa. Il terremoto che aveva colpito Lisbona la mattina del 1 novembre 1755 era durato appena 10 minuti. Il peggio era venuto dopo, col maremoto che aveva inondato l’intera città bassa e gli incendi. Non fu affatto uno dei disastri naturali più “assassini” dell’epoca, tanto meno di tutti i tempi. Terremoti in Cina, o in Giappone hanno fatto anche centinaia di volte più morti (e quello stesso terremoto fece probabilmente più morti sulla sponda africana del Mediterraneo che in Portogallo). Ma ebbe un’eco nemmeno lontanamente paragonabile agli altri disastri, epocale.

Lisbona, col suo porto, le sue favolose ricchezze, il suo ruolo nei commerci tra Mediterraneo e Inghilterra, era per l’Europa di allora quel che New Orleans, col suo porto che si stende per 200 chilometri sulle rive del Mississippi, è per l’economia degli Stati Uniti. La ricostruirono più bella di prima. Ma la discussione sui perché, violentissima, continuò per molti decenni, impegnando e infiammando le passioni di tutti i migliori cervelli d’Europa. Non riguardava le vittime – presto dimenticate – e nemmeno le distruzioni, non le disparità per censo nell’accanimento dell’evento naturale, non solo e non tanto le ripercussioni nella politica interna del Portogallo e quelle internazionali, non l’effetto serra o quale fosse il modo migliore di difendersi da calamità del genere, ma la questione della “Teodicea”, della “giustificazione” della “volontà di Dio”. Ciascuno dei protagonisti della polemica infinita tirava Dio dalla propria (i non credenti l’assenza di Dio quando ce ne sarebbe stato bisogno). Per fortuna oggigiorno quasi nessuno ragiona in termini di teodicea (tranne qualche eccezione, tipo i fanatici della jihad che sui loro siti internet hanno definito Katrina come una mano di Allah e Osama bin Laden, o i loro cugini Usa che vi hanno visto una punizione divina contro i peccati di una città troppo allegra).

Ma c’è anche chi ha visto una sorta di versione aggiornata e moderna della teodicea “qui all’opera nei modi in cui la reazione ad una catastrofe naturale diventa così prontamente politica”. Nel senso, osserva Edward Rothstein in un intervento sul New York Times, che ogni teodicea che si rispetti (e quindi anche quelle che non tirano direttamente in ballo Dio) “non rovescia quello in cui si crede, ma lo conferma. Così per alcuni commentatori l’inondazione (di New Orleans) e il suo seguito hanno confermato i dubbi che già avevano sull’amministrazione Bush”.

In un delizioso libro dal titolo The Lisbon Earthquake, scritto nel bicentenario della catastrofe (quindi ormai mezzo secolo fa), l’allora direttore della Biblioteca del British Museum, Sir Thomas Downing Kendrick, fornisce una dotta e impressionante rassegna dei resoconti e della raffica di opinioni e polemiche che si vennero accumulando sui “media” di allora. Non solo Voltaire, Rosseau, Kant, che prendevano spunto da Lisbona per parlare già d’altro. Ma una caterva di libri e pamphlet ormai dimenticati. Cose abbastanza di buon senso, come gli scritti di un dottore portoghese in Francia che dà consigli su come impedire le epidemie e, soprattutto, il panico, e disserta sul valore “sedativo” della musica. O come quelli dell’architetto che scrive un manuale sulla ricostruzione e sostiene, en passant, che “ci si dovrebbe abituare a pensare ai terremoti esattamente come si pensa agli uragani”. Altre che suonano come pure scempiaggini. Il tema che domina tutti gli altri – compresi quelli del cercare di capire cosa è successo davvero e del vedere come si possa aiutare i sopravvissuti – è quello dell’ “ira di Dio”. Che ciascuno degli intervenuti si preoccupa di volgere a sostegno della propria parte, con gli argomenti più disparati e curiosi. Che si fosse trattato di un castigo divino era un giudizio condiviso della Chiesa ufficiale e dalla maggioranza del clero. Uno stuolo di predicatori portò l’argomento all’estremo.

Tra questi si distingueva un gesuita, italiano di nascita, Gabriel Malagrida, già missionario in Brasile. Oratore formidabile, di quelli che si lanciano a testa bassa, uomo indubbiamente coraggioso, e anche in odore di santità. Ma forse, come tutti i fanatici, anche un po’ matto. “Sappi o Lisbona, che il distruttore delle nostre case, palazzi, chiese e conventi, la causa della morte di tanta gente e delle fiamme che hanno divorato così ricchi tesori, sono i tuoi abominevoli peccati, e non comete, stelle, vapori ed esalazioni, e simili fenomeni naturali. Lisbona è ora un cumulo di rovine. Magari fosse meno difficile pensare una qualche maniera di rimetterla in piedi; ma è stata abbandonata, e i profughi vivono nella disperazione. E quanto ai morti, quale messe di anime peccatrici mandano all’inferno disastri come questi! È scandaloso pretendere che il terremoto sia stato solo un evento naturale, perché se questo fosse vero, non ci sarebbe bisogno di pentirsi e cercare di evitare la collera di Dio… il caso di Lisbona è davvero disperato.. occorre dedicare tutti i nostri sforzi al pentimento… magari si vedesse tanto fervore e determinazione a questo esercizio necessario, quanta se ne vede nell’edificazione di nuovi edifici!”.

Non si trattava solo di una diversa valutazione delle “priorità”: fare innanzitutto “pace con Dio”, prima ancora di occuparsi dei sopravvissuti e mettersi anche solo a pensare alla ricostruzione. La cosa micidiale era che si accompagnava al fiorire di profezie (comprese quelle di chi aveva “previsto” la catastrofe, o aveva ricevuto da “alto loco” avvertimenti dettagliati), preannunci di altri e ancor più tremendi disastri, voci incontrollate di ogni risma, che finirono per creare un clima di panico permanente. Per mesi, forse per anni. L’interpretazione aveva un punto debole: la questione irrisolta del perché la collera divina si fosse abbattuta su una delle città più religiose e timorate di Dio d’Europa, e non, mettiamo, sugli infedeli che infestavano la riva opposta del Mediterraneo, o sugli eretici, o sulle “mondane” Parigi e Londra. La Lisbona colpita dal terremoto aveva una quarantina di grandi chiese e cattedrali, un numero ancora maggiore di chiese minori, una novantina di conventi, e proprio i luoghi di culto erano stati quelli che avevano subito le maggiori distruzioni. Molte delle vittime si erano avute nelle chiese, dove al momento della scossa si celebrava la messa di Ognissanti.

Qualcuno tirò in ballo la teoria che si trattava di “avvertimenti”, il Signore non avrebbe tardato a colpire ancora più duramente gli altri, gli infedeli musulmani, i miscredenti protestanti, gli atei. Altri, dalla sponda opposta, oggi diremmo più “liberal”, dello schieramento di religione in Europa, ne approfittarono per sostenere, con altrettanta sicurezza e veemenza, che la “punizione” era diretta contro lo snaturamento estremista e conservatore, contro la corruzione dei religiosi ultrà e contro l’eccesso di entusiasmo dei portoghesi nell’abbracciare i gesuiti e l’Inquisizione importata dalla Spagna. Il giansenista francese Laurent-Etienne Rondet scrisse un intero libro di oltre 700 pagine, Réflexions sur le Désastre de Lisbonne per dimostrare che per mezzo di Lisbona Dio lanciava un avvertimento all’intera Europa perché abbandonasse l’inquisizione e l’estremismo religioso e tornasse ad una maggiore tolleranza. Un portoghese esule, convertitosi protestante, il cavaliere de Oliveira, scrisse un libro dopo l’altro per denunciare la “diabolica, infernale e ridicola” adorazione delle immagini e delle reliquie, l’ “odioso tribunale” dell’Inquisizione, e il particolarmente brutale trattamento riservato in Portogallo agli ebrei (così controproducente anche dal punto di vista economico: “È così che vogliamo promuovere il commercio, o far fiorire arti e scienze?”). Si rivolgeva direttamente al Re per invitarlo a liberarsi dalla nefasta influenza dei gesuiti, parteggiare per “verità e ragione”, rompere l’isolamento “invitando teologi di altre nazioni, specialmente Francia e Germania”.

Non pare che questi argomenti, per così dire “progressisti”, abbiano avuto molto successo tra i portoghesi, che continuarono ad affidarsi alle loro reliquie sante e prestare orecchio alle profezie e apparizioni dei Santi e della Madonna. Ad almeno una ventina di crocifissi e rappresentazioni di Cristo vennero attribuiti miracoli, e di almeno un paio si disse che parlavano; erano attribuiti miracoli ad almeno una dozzina di celebri immagini della Vergine, e così a diverse centinaia di immagini di Sant’Antonio da Padova, patrono del natìo Portogallo; di una si dava per accertato che fosse saltata in un pozzo per recuperare offerte rubate, di altre che avessero pianto dopo il terremoto; si celebrarono immagini trovate miracolosamente illese nelle macerie. Ma al diffondersi di ogni nuovo allarme apocalittico e profezia, la gente ricominciava biblici esodi dalla città in lunghissime e caotiche processioni, santi in testa, finché non si dovette fare intervenire le truppe per bloccarli.
Non tutta Lisbona era stata colpita allo stesso modo. Anche se un terzo della città fu distrutta, il bilancio delle vittime fu secondo diverse fonti molto minore di quanto avevano fatto temere le prime catastrofiche notizie arrivate nelle capitali del resto d’Europa (le notizie viaggiavano a rilento, ci vollero mesi per avere un’idea). L’alluvione della Cidade Baixa in seguito al maremoto e allo straripamento del Tago, e gli incendi alimentati da un forte vento uccisero forse più persone dei crolli. Tra gli episodi più atroci quello di 400 pazienti bruciati vivi nell’Hospital Real (eppure pare che, a differenza dei poveri vecchietti annegati nell’ospizio di New Orleans, pare che almeno qualcuno avesse cercato di salvarli). Nelle settimane successive morirono molte più persone – forse il doppio o il triplo - che il giorno del terremoto. I benestanti abitavano in collina (Lisbona viene definita la città dei sette colli, come Roma). I più poveri nella “città bassa”. Uno dei problemi fu a quanto pare che molti si ostinavano a restare nelle loro case in rovina nella città bassa: “rifiutavano di abbandonare il quartiere che aveva ospitato le loro case e le loro botteghe, alcuni erano troppo poveri per permettersi di costruirsi una baracca nei campi suburbani”.

La tragedia aveva colpito tutti, senza distinzione di censo, ma alcuni li aveva colpiti più degli altri. Delle decine di migliaia di preti, monaci e suore, all’appello definitivo ne vennero a mancare meno di 200. La nutritissima comunità commerciale internazionale, forse la più numerosa e fiorente dell’Europa di allora, se la cavò con un numero basso di perdite in termini di vite umane: la presenza più numerosa era quella britannica, contarono appena 77 morti (tra cui 49 donne). La nobiltà e le altre “persone di distinzione”, meglio ancora: registrò meno di una ventina di vittime. Tra gli sfollati c’era anche il sovrano e la corte, ma gli costruirono una tendopoli. Molti “grandi”, come il marchese de Louriçal, avevano perso i palazzi, ma si fece costruire una magnifica magione di legno. Non passò molto tempo che nelle loro residenze di fortuna i signori ripresero la dolce vita di un tempo. Forse fin troppo ostentatamente allegra, se giusto un anno dopo la catastrofe il Patriarca di Lisbona, anche lui confortevolmente rialloggiato, si sentì in dovere di proibire alle signore l’ostentazione in chiesa di cappellini colorati al posto del velo nero.

Non molto diversamente dalle grandi famiglie di New Orleans, che stando a quanto leggiamo in un servizio del Wall Street Journal, hanno già recuperato l’uso, piscina compresa, delle loro magioni “uptown”, a ridosso dell’Audubon Park e “hanno grandi piani per il futuro”. Non sarebbe il primo caso in cui la vita continua anche dopo la più terrificante delle catastrofi. Non è forse così scontato che, come molti temono, New Orleans debba finire nel novero delle molte città “scomparse” della storia umana. Magari a prezzo di qualche pesante compromesso, tipo quello che segnò la ricostruzione di Noto dopo il terremoto del 1693, circa mezzo secolo prima di quello di Lisbona. I più ricchi si trasferirono in un’area più alta e ben protetta, i plebei in un’area più bassa e più a rischio, nel dedalo di vicoli che da un paio di secoli caratterizza in modo pressoché inalterato la città siciliana considerata una delle più belle espressioni del barocco. Una divisione di classe “impressa nella toponomastica delle strade”, sostiene uno dei massimi esperti di Noto, l’urbanista Stephen Tobriner, nel commentare recenti foto aeree. La conseguenza è che ogni volta che la terra trema (quattro-cinque volte per secolo), crollano le case dei più poveri e magari la splendida cattedrale, ma Noto è sempre lì, in bilico. Gli Asburgo spagnoli non avevano voglia di intervenire nelle dispute locali, né investire troppa energia e finanziamenti nel loro lontano possesso siciliano (a differenza dei Borboni napoletani, che nel ‘700 avrebbero addirittura inventato una città antisismica). Noto non ebbe un suo marchese di Pombal.

Ogni grande catastrofe (quelle naturali, ma anche quelle umane, si pensi alle due guerre mondiali) è a ben vedere definita dal dopo-catastrofe. Nel caso di Lisbona, il personaggio centrale è Sebastiao José de Carvalho y Mello, poi Conde de Oeiras, e infine Marchese di Pombal, il titolo conferitogli nel 1770 e con cui dà il nome alla principale piazza della città, e alla Lisbona di oggi (di cui si dice che è stata ricostruita in stile “pombaliano”, alla stessa stregua con cui il barone Haussmann viene associato alla Parigi dei grandi boulevard post rivoluzioni ottocentesche, e il sindaco “power-broker” Robert Moses alla New York che conosciamo). “Seppellire i morti e sfamare i vivi” è la frase lapidaria che gli viene attribuita in risposta al suo re (l’allora appena trentaseienne Don José) che, sgomento per le dimensioni della catastrofe, gli chiedeva che cosa si sarebbe dovuto fare. Mentre gli altri discutevano e recriminavano, l’Europa giudicava e filosofeggiava, predicatori e profeti annunciavano nuovi disastri, i teologi si dilaniavano sull’interpretazione della collera divina, tirando ciascuno Dio per la manica nelle propria parrocchia, i dignitari si palleggiavano le responsabilità, le cancellerie estere calcolavano i vantaggi e la maggiore influenza che gli avrebbero potuto portare gli aiuti, il modesto gentiluomo di campagna da poco divenuto ministro degli Esteri e della Guerra, prese in mano la situazione e si fece in pratica dittatore del Portogallo.

Non era facile né seppellire i morti né garantire la sopravvivenza ai vivi. La prima preoccupazione era impedire lo scoppio di epidemie e risolvere il problema dei cadaveri e delle carogne di animali che marcivano sotto le macerie e nelle pozze di acqua stagnante e putrida lasciate dall’alluvione. Il 2 novembre, a meno di 24 ore dal terremoto, propose al cardinale patriarca che il modo più efficace di risolvere il problema era raccogliere i cadaveri, caricarli su barconi e affondarli oltre la foce del Tago. Fu fatto con discrezione, cercando che la gente non se ne accorgesse. Ma gli valse da parte dei predicatori l’accusa di empietà. Fece requisire tutti i granai nei dintorni della città, e anche le provviste sulle navi ancorate in porto, tutti i trasporti, impose controlli severissimi sui prezzi, non si scordò di prestare particolare attenzione alle necessità di coloro che si trovavano negli ospedali, negli ospizi, e persino nelle prigioni. Prese immediate misure per mettere fine al caos, ai saccheggi, garantire sicurezza e ordine pubblico. Al terzo giorno, il 4 novembre, aveva già firmato l’autorizzazione all’esecuzione sommaria di chiunque fosse stato colto a rubare o in atti di sciacallaggio e fece erigere una forca in ciascun quartiere della città. Nel giro di pochi giorni furono impiccate 34 persone, 11 portoghesi, 10 spagnoli, 5 irlandesi, 3 savoiardi, un polacco, un fiammingo e un moro. Le forche rimasero in bella vista a monito per oltre un anno. Insomma, fece in poche ore, coi mezzi del XVIII secolo, quello per cui a New Orleans, nel XXI secolo, ci sarebbe voluta una settimana. Pretese che le transazioni commerciali e finanziarie non si interrompessero, e che gli addetti alle banche e agli scambi continuassero l’attività per quanto possibile. Riuscì persino a far sì che le tipografie tornassero subito a funzionare (gli servivano per stampare gli editti) e a far uscire regolarmente la Gazeta de Lisboa, settimanale, il 5 novembre, senza che slittasse nemmeno di un giorno la data di pubblicazione. Incoraggiò in ogni maniera gli sfollati a rientrare, e giunse ad inviare la forza pubblica nelle campagne a precettare gli artigiani e gli specialisti che gli occorrevano per la ricostruzione. I modi energici, sbrigativi e spietati, gli valsero odii profondi, l’opposizione dei maggiorenti e dei grandi nobili che si sentivano scavalcati. Deluse e irritò gli inglesi, che erano già padroni dell’economia del Portogallo, rifiutandogli gli ulteriori privilegi commerciali che speravano dagli aiuti. Ruppe con la Chiesa, che accusava di frenare la ricostruzione, espellendo i gesuiti. Gli ci volle un po’ più di tempo, qualche anno, per regolare i conti con il predicatore Malagrida, che tanto lo aveva infastidito coi suoi sermoni. Lo fece prima allontanare, poi arrestare e condannare come eretico. Tra le accuse: l’aver preso parte ad un complotto per assassinare il re (in realtà si era limitato a profetizzare un assassinio) e l’aver scritto “libri disgustosi” in cui si sarebbe addentrato nei dettagli della vita sessuale di Sant’Anna, della Vergine e persino di “Nostro Signore Gesù Cristo”, nonché di aver fatto false profezie pretendendo di conversare con gli spiriti. In un autodafè spettacolare il 21 settembre 1761, durato un intero giorno, il gesuita fu pubblicamente strangolato e poi bruciato di notte, al chiarore delle fiaccole. E tanto per non scontentare nessuno, sullo stesso rogo fu bruciato in effige il cavaliere de Oliveira, la bell’anima riformista in esilio. Quel rogo fece inorridire l’Europa benpensante, più ancora di quanto l’avesse fatta inorridire il terremoto. Voltaire lo riprese nel suo Candide, attribuendolo però all’Inquisizione, non al mangiapreti Pombal.

Il marchese de Pombal era come il George W. Bush del Portogallo di allora? Rovescerei la domanda: mi pare più pertinente chiedersi a questo punto se Bush è in grado, o riuscirà nel dopo-catastrofe ad esercitare una leadership tipo quella del marchese. Pombal non era eletto da nessuno, ma la sua “dittatura” durò 27 anni, per l’intero regno di José I. Tra i meriti che gli vengono attribuiti nelle agiografie contemporanee c’è l’aver “seppellito o morti, rialzato il morale, organizzato gli approvvigionamenti, usato bene l’esercito, protetto il paese dai pirati africani (i terroristi di allora), mantenuto una stretta disciplina militare, protetto le suore, soppresso i gesuiti, incoraggiato il commercio, ricostruito la città”. Il che non gli impedì comunque di finir male: la sua carriera finì con la morte del suo re, i molti nemici che si era fatto presero la loro rivincita, e morì in disgrazia, cacciato da Lisbona.


 

 

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