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282 - 27.07.05


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Scopriamo i tesori
di Al Qaeda
Loretta Napoleoni
con Mauro Buonocore

Il terrorismo come fatto economico. O meglio, il terrorismo fondamentalista islamico come figlio di una economia che lotta per la conquistare il dominio del mondo musulmano.
La tesi è di Loretta Napoleoni, esperta di terrorismo e di economia, che ce la racconta al telefono dopo che averla scritta in un libro, tradotto in Italia nel 2004 da Marco Tropea, dal titolo La nuova economia del terrorismo, un’analisi del terrorismo islamico e della sua storia che ne rintraccia l’origine nella competizione di un intero sistema economico che si oppone al capitalismo occidentale. Ecco allora l’economia del terrore, movimenti finanziari, attività lecite e illecite che sfruttano il capitalismo occidentale per alimentare il proprio potere nel mondo arabo, con un giro di affari che l’autrice stima intorno ai 1.500 miliardi di dollari ogni anno.
Al Quaeda era stata un tempo, almeno fino all’11 settembre 2001, parte integrante di questa economia, ma da allora tutto è più complesso perché, ci dice Napoleoni, “la guerra in Iraq ha complicato molto di più la situazione, ha offerto al terrorismo la possibilità di reclutare militanti sulla base di un fatto reale, la guerra, che genera forti sentimenti anti-occidentali. Non si riuscirà mai a risolvere la questione del terrorismo, se non si troverà soluzione alla guerra irachena”.

Ma prima di ogni altra cosa vorremmo che lei ci spiegasse in che cosa consiste questo lo scontro tra due diversi tipi di economia che genera il terrorismo islamista.

Alla base del terrorismo fondamentalista islamico c’è l’intenzione di distruggere i regimi oligarchici che governano i paesi musulmani. Per raggiungere questo scopo il movimento jihadista utilizza due strategie: una diretta contro il nemico vicino, cioè ai governi dei paesi musulmani stessi; l’altra, invece, attacca e colpisce l’occidente, sede del potere economico che sostiene i regimi oligarchici del mondo islamico. Da qui la visione dello scontro tra due sistemi economici, da una parte l’economia del terrore, dall’altra il capitalismo occidentale del quale le élites di governo musulmane fanno parte perché appartenenti a un complesso intreccio di interessi.

Come si lega alla jihad il sistema economico di cui lei parla?

Il movimento jihadista ha rappresentato l’avanguardia di un movimento molto più vasto che viene finanziato da quella che potremmo descrivere come l’embrione della borghesia mussulmana, una parte di popolazione che vuole crescere economicamente, ma ci riesce solo fino a un certo punto perché i propri interessi si scontrano contro quelli delle oligarchie che governano i loro paesi, e, di conseguenza, contro il sistema capitalistico occidentale a quei paesi strettamente legato. In questa realtà si inserisce Bin Laden, il suo progetto di distruggere il mondo capitalista e il sistema economico americano: un sistema che, ai suoi occhi, sfrutta il popolo musulmano perché mantiene le oligarchie al potere nel mondo islamico.

E quindi, secondo lei, gli elementi culturali e religiosi sono fattori di secondo piano nell’analisi del terrorismo islamista?

La religione è uno strumento di reclutamento. I membri di Al Qaeda qualche anno fa venivano reclutati nelle moschee dove si cercavano i seguaci della nuova jihad globale, Al-Zarqawi è un esempio di come il reclutamento passasse attraverso il canale religioso.
Ora però, all’elemento religioso inteso come coagulante del movimento jihadista, si è sovrapposta la guerra in Iraq che viene vissuta da molti musulmani, non solo fondamentalisti ma anche moderati, come una umiliazione costante dei fratelli islamici. Ora, quindi, il reclutamento non si appoggia soltanto alla religione, ma può contare su eventi reali che danno grandissima propulsione all’ideologia jihadista.

Quando lei parla di uno scontro di due economie, parla di due sistemi completamente diversi e antagonisti. Ma l’economia capitalista occidentale e quella islamica non sono parte di uno stesso sistema globale?

No, il sistema economico islamico è molto diverso da quello occidentale, ad esempio manca completamente del concetto di interesse che è alla base del capitalismo. L’economia islamica rappresenta un sistema che, pur avendo legami con il mondo occidentale, è un sistema a sé che è cresciuto moltissimo dopo l’11 settembre. I soldi che fino a quel giorno erano stati investiti nelle borse occidentali sono rientrati quasi tutti nel mondo arabo; consideri, ad esempio, che da quella data la borsa saudita è stata quella che è cresciuta di più al mondo, il prezzo del petrolio è oggi di gran lunga più alto di quanto non sia allora, e da quel giorno si è creato un movimento di fondi della stessa dimensione di quello generato dal primo shock petrolifero degli anni ’73 e ’74.
Questi capitali non sono più tornati in occidente, sono stati investisti nelle banche arabe, riciclati in qualche modo, ma comunque sono rimasti nel mondo musulmano che ha visto crescere al suo interno un sistema economico alternativo al nostro.

E non esistono delle zone d’ombra, delle sovrapposizioni tra le due economie?

Ci sono delle interdipendenze pazzesche, ovviamente siamo in un sistema globale e quindi i movimenti di denaro sono legati tra loro, e poi esistono le attività illegali in cui sicuramente queste dinamiche economiche e finanziarie si sovrappongono. Però si tratta di uno sfruttamento da parte dell’economia araba verso il capitalismo, non c’è da parte loro una volontà di entrare nel sistema economico occidentale né di prenderne il sopravvento, ma lo utilizzano come uno strumento per finanziarsi e per attaccare il sistema occidentale.

All’interno dell’economia del terrore, quali sono le caratteristiche specifiche di Al Qaeda?

Al Quaeda non esiste più come era prima. Qualche anno fa la sua strategia non era molto diversa da quella che metteva in pratica un leader musulmano come Arafat il quale utilizzava il capitalismo occidentale per investire e per generare del denaro che poi utilizzava per aiutare il popolo palestinese e per comprarsi la fedeltà all’interno dei Territori Occupati. Al Qaeda ha fatto la stessa cosa, e infatti, come ho sottolineato nel libro, il modello di comportamento economico di Osama Bin Laden era proprio Arafat.

Però le cose sono radicalmente cambiate dopo l’11 settembre perché Al Qaeda si è frantumata in una miriade di cellule e noi non possiamo più rintracciare un vertice decisionale o una cupola finanziaria. Tutti i capitali che in passato finanziavano Al Qaeda, ora sono diretti in Iraq, perché è lì che servono i soldi per finanziare la guerra. I terroristi che vivono fuori dall’Iraq, e quindi anche coloro che hanno compiuto gli attentati di Londra e Madrid, ricorrono a forme di autofinanziamento, così come facevano le Brigate Rosse l’Eta e l’Ira, con attività legittime e illegittime tra cui una vera e propria raccolta di fondi tra amici, parenti, all’interno delle moschee informali, luoghi di preghiera organizzati nelle abitazioni o all’università.
Nell’ambito della globalizzazione del terrorismo, in sostanza, si è verificata una riprivatizzazione che ci mette, oggi, di fronte a due realtà: da una parte l’Iraq, dall’altra l’autofinanziamento dei singoli gruppi. Per questo ritengo che la situazione oggi sia molto più seria di quanto non fosse in passato, allora avevamo la possibilità di individuare i vertici delle organizzazioni, oggi, scomparsi i vertici, tutto è più difficile.

Non si può cercare di fermare il terrorismo cercando di fermare i capitali che lo alimentano?

Credo che al momento la pista del denaro è difficilissima da percorrere, bisognava farlo prima e abbiamo perso un’occasione unica. Ma adesso la vera pista dei movimenti finanziari sta nel mondo musulmano. Vendono il petrolio alle società occidentali, queste pagano la banca occidentale che trasferisce i fondi su una banca, ad esempio, a Rijad, a questo punto noi perdiamo le tracce di questi soldi perché su quella banca non abbiamo assolutamente giurisdizione, sono fuori dal nostro sistema bancario.
Allora sappiamo che un sacco di soldi vengono messi in valigette e portati in Iraq. Ma come li fermiamo? Sono fuori dal nostro sistema bancario tradizionale. L’unico modo possibile passa per la collaborazione dei paesi in cui finiscono i soldi, ma non è semplice chiedere e ottenere la collaborazione
di musulmani che vivono la guerra in Iraq come un’umiliazione verso la propria religione e il proprio popolo.

È possibile stabilire una connessione tra transazioni finanziarie e attentati terroristici? Prima degli attentati di Londra ad esempio, si è parlato di strane speculazioni in borsa, così come sembra sia successo anche per Madrid e l’11 settembre.

I terroristi fanno parte di una rete fatta di personali, all’interno della quale circolano voci e informazioni, è possibile allora che qualcuno venga a sapere della pianificazione di un attentato e, fra questi, finanziatori e persone che hanno accesso a Wall Street che mettono in atto una speculazione. È vero, esistono degli episodi che si possono connettere ai recenti attentati. Nel caso dell’11 settembre si è trattato dell’episodio forse più evidente, perché ci sono state speculazioni da insider trading – così le ha definite la Bundesbank – su titoli chiaramente legati all’attacco alle torri gemelle (tra i titoli oggetto di compravendita alla vigilia degli attentati, ad esempio, figurano quelli di due compagnie aeree direttamente coinvolte nella tragedia, American Airlines e United Airlines, oltre ad alcune società che avevano sede nel World Trade Center, NdR); nel caso di Madrid c’è stata, poco prima dell’11 marzo, una speculazione sull’euro. Ora, dieci giorni prima degli attentati londinesi del 7 luglio, c’è stato un aumento degli scambi legati all’oro che ne facevano improvvisamente impennare il prezzo. È difficile prevedere un evento terroristico da possibili speculazioni finanziarie, sono episodi difficili da legare agli attentati anche perché nei mercati si verificano a volte dei fenomeni inspiegabili, però sebbene sia impossibile legare direttamente speculazioni finanziarie, reali o supposte, agli attentati, possiamo notare nei tre episodi una casualità un po’ preoccupante.

Le istituzioni internazionali, i servizi di intelligence, nessuno ha mai fatto nulla per contrastare l’economia del terrore?

No, sul piano internazionale non è stato fatto nulla. Tenga presente che dall’11 settembre fino ad oggi sono stati congelati appena 125 milioni di dollari. Non c’è stata la volontà di toccare le interdipendenze economiche che esistono tra i paesi musulmani, i finanziatori dei terroristi e i jihadisti in occidente, quindi non si è fatto nulla.

E cosa si potrebbe fare?

Creare un centro di internazionale di coordinamento della lotta la terrorismo. Questa è una proposta che una commissione sulla lotta al terrorismo, da me presieduta, ha avanzato nell’ambito di una grande conferenza mondiale sul terrorismo organizzata dal Club de Madrid, un’associazione di ex capi di stato, e svoltasi nella capitale spagnola. Dalla conferenza è nata una serie di proposte tra le quali appunto quella di creare un fulcro di coordinamento internazionale per la lotta al terrorismo, per fare in modo che le forze nazionali collaborino.
Un’altra proposta che riguarda le connessioni tra economia e terrorismo è quella di introdurre nei mercati la formula looking compliance. Si tratta di controllare il flusso di capitali non solo sull’origine del denaro, come avviene ora, ma anche sulle destinazioni. Sarebbe molto importante questa forma di controllo, perché dopo che il denaro è arrivato a una banca di una paese arabo, noi dobbiamo sapere dove continua il suo percorso.
Sono strumenti che ci aiuterebbero ad avere una visione globale di tutto quello che succede e a vedere tutte le interdipendenze che sono intessute tra capitali e terrorismo.
Queste proposte hanno avuto una risonanza internazionale abbastanza ampia, se ne è discusso alla Comunità Europea, al Congresso americano, però la volontà politica di accettare questa nuova realtà e quindi di cooperare tutti insieme ancora non si vede.

 

 

 

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