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282 - 27.07.05


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Una lenta e inesorabile
crisi della religiosità

Fabio D’Andrea con
Paolo Ercolani


Fabio D’Andrea insegna sociologia all’Università di Perugia. E’ un uomo dalle dimensioni fisiche contenute, ma gli occhi vivacissimi sono lì a testimoniare una personalità decisa e accattivante, incontenibile nel modo di parlare e di esprimere le proprie idee. In questi giorni ha dato alle stampe L’uomo mediano. Religiosità e bildung nella cultura occidentale, per i tipi della Franco Angeli, in cui esprime delle tesi tanto documentate quanto controcorrente, che cerchiamo di chiarire insieme a lui.

Professor D’Andrea, quando nel suo libro parla di radici cristiane si riferisce al medesimo impianto culturale e valoriale di cui parlano le alte sfere vaticane, oppure si riferisce ad altro?

Non volevo e non voglio entrare nel merito della querelle sulla Carta costituzionale europea. Le radici cristiane possono trovarvi riferimento esplicito oppure no, ma è un dato di fatto che esse esistono, fanno parte del nostro Dna culturale. Il problema semmai è un altro. Il cristianesimo, inteso in senso lato, si è arreso all’iper-razionalismo e alla cultura materialistica e consumistica dell’Occidente. In questo senso, illuminismo, marxismo, ma anche il liberalismo, hanno subordinato l’uomo alla Ragione, che fosse una ragione teoretica, materiale od economica. Da questo non siamo sfuggiti e non sfugge neppure la religione cristiana.

Beh, questa è una delle tesi forti del suo libro. Può spiegarcela meglio?

Da quando il cristianesimo da espressione della religiosità più profonda (in quanto tramite tra l’uomo e il trascendente), si è completamente trasformato in religione istituzionalizzata, e questo secondo i miei studi risale almeno al VI secolo d.C., ha finito anch’esso con l’arrendersi alla Ragione. Ha cercato di farsi razionale, mondano, di costruire degli impianti culturali e valoriali (ma anche “militari”) per confliggere con la politica mondana, che fosse l’Imperatore, il Re o lo stato laico di oggi. Questa lenta ma inesorabile trasformazione ha comportato dei risultati non trascurabili: da una parte si è provato a “dimostrare” la veridicità degli assunti religiosi con l’uso della ragione; dall’altra la chiesa ha svilito il suo ruolo accettando più di un compromesso per lottare col potere temporale. Ma soprattutto, e questo è l’aspetto più importante, così facendo la chiesa e la religione cristiana hanno lasciato da solo il cristiano. Venendo meno alla sua funzione di tramite tra l’uomo e il trascendente, la chiesa ha lasciato solo proprio l’uomo, in balìa di una ricerca di senso il cui surrogato, di volta in volta, è stato rappresentato dalle grandi ideologie politiche, dall’idea di stato nazione, dalle fede nell’ideale del progresso.

Tutti aspetti che sono entrati in forte crisi con quella che viene chiamata l’epoca della post-modernità, o se vogliamo della globalizzazione.

E’ proprio così. L’eclisse dello stato nazione, la crisi delle grandi ideologie e anche la notevole crisi economica, hanno minato molte delle certezze dell’uomo contemporaneo. Non ci si riconosce più in una nazione, non più in un grande progetto politico. Fino a poco tempo fa tutto ciò veniva compensato dal consumismo: il benessere economico ci permetteva di cercare nell’acquisto la salvezza e il senso del nostro vivere. Ma oggi, un po’ la grande crisi economica e un po’ la grande velocità delle mutazioni commerciali (per cui un prodotto diventa superato nel giro di breve tempo), l’acquisto è diventato più che altro una “tossicodipendenza”, in cui gradualmente e inesorabilmente l’intensità dello stimolo tende sempre a superare di gran lunga il tempo della soddisfazione. Da qui la crisi dell’individuo, certo non compensata dall’insufficienza di una nuova identità europea fondata solo sull’economia. E’ il grande insegnamento che ci hanno lasciato autori come Dumont e Maffesoli, ma che abbiamo tranquillamente ignorato, salvo poi sorprenderci dell’indifferenza, quando non vera e propria opposizione dei cittadini rispetto al grande progetto europeo.

Chi è l’uomo mediano, che dà il titolo al suo libro?

E’ la tipologia, o se vuole semplificazione, dell’uomo contemporaneo. Un soggetto che è esposto ad un’oscillazione continua. L’uomo ha bisogno di religiosità, fa parte del suo stesso vivere, a prescindere da come poi intende viverla. Il problema è che oggi questa religiosità non trova rappresentanti alti, entità simboliche che se ne facciano carico. Per cui l’uomo di oggi si trova ad oscillare tra una religione istituzionalizzata (che entra in contrasto con lo stato senza più occuparsi della trascendenza) e forme di surrogati di religione (le cosiddette religioni fai da te, le pratiche pseudo orientali, il fenomeno Dan Brown etc.) che sovente lo espongono a rischi di strumentalizzazione o peggio di raggiro. L’evangelizzazione, l’idea di missione che comporta il dover spiegare con strumenti razionali, hanno fatto sì che l’istituzione preposta a rappresentare il bisogno di religiosità, abbassasse l’obiettivo, sminuisse il fine supremo.

Quindi, in sostanza, la crisi dell’Europa è figlia anch’essa della crisi della modernità?

In un certo senso sì. E’ figlia della crisi dell’individuo, cui sono venute meno le idee portanti degli ultimi secoli, è figlia anche di quell’idea di progresso che ci ha reso tutti più soli, atomi in mezzo alla grande folla, a un villaggio globale che non ci protegge dalla solitudine esistenziale.

C’è una soluzione, secondo lei, o paradossalmente dovremmo dire con Heidegger che “solo un Dio ci può salvare”?

Beh, sicuramente un Dio potrebbe salvarci, il problema che non possiamo essere sicuri che esista. Se già la religione tornasse ad accettare la propria a-razionalità e la chiesa rinunciasse a pretendere di spiegare troppo (per poi crederci solo essa, fino in fondo), potremmo compiere un bel passo avanti. Se non recuperiamo l’individuo solo e malato, che ha bisogno della propria religiosità, non potremo mai pensare di veder realizzato nessun grande progetto. Meno che mai politico. Meno che mai di grande difficoltà quale è quello di una grande Europa unita.

 

 

 

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