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280 - 29.06.05


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Uscire dall’euro?
È economia da fantascienza
Tito Boeri con
Andrea Borghesi

“Uscire dall’Euro? È una follia, le conseguenze sarebbe disastrose. Siamo in Fantaeconomia” così Tito Boeri, docente di Economia del Lavoro presso l'Università Bocconi di Milano e animatore del sito La voce.info, vede la proposta della Lega di uscire dalla zona Euro e di tornare alla vecchia lira.

Quali sono stati gli effetti principali dell’introduzione dell’euro sulle economie europee e su quella italiana?

Innanzitutto l’euro ha creato più commercio dentro l’Unione, dove si sono sviluppati gli scambi interni, ed una maggiore stabilità di tutta l’economia continentale. Per quanto riguarda l’Italia l’effetto più importante è stato l’abbattimento dei tassi di interesse che ci ha permesso di ridurre considerevolmente il nostro deficit pubblico e di avere un processo di consolidamento e di riduzione del debito. Abbiamo ridotto i tassi che praticavamo sui titoli di Stato di circa 4/4,5 punti di Pil di spesa per interessi. Si tratta di un beneficio molto importante. L’euro ci ha dato poi molta più stabilità riducendo le fluttuazioni del tasso di cambio di fronte a shock internazionali ed interni come lo scandalo Parmalat ed altre crisi finanziarie. È difficile quantificare l’effetto della moneta unica, ma c’è stato ed è stato importante. D’altro canto, uno dei costi che ci sono stati imposti dall’euro è stato quello di non poter più effettuare delle svalutazioni competitive (del valore della moneta, ndr) che l’Italia ha largamente utilizzato durante gli anni Ottanta e i primi anni Novanta per creare maggiore appetibilità dei nostri prodotti all’estero. Ma le svalutazioni competitive erano un vantaggio di breve periodo perché nel lungo periodo si sono rivelate un freno per la nostra economia che non ha stimolato una modificazione della specializzazione produttiva.

Quali altre conseguenze avevano le svalutazioni?

Un aumento dell’inflazione che colpiva soprattutto i più poveri, che non avevano modo di proteggersi dall’aumento dei prezzi, e i percettori di redditi fissi.

Alcuni uomini politici italiani addebitano all’euro la mancata crescita delle economie europee. È vero secondo lei?

No, non credo che abbia avuto conseguenze negative. È vero, invece, che le economie che sono riuscite a cambiare la loro specializzazione produttiva sono riuscite anche ad espandere le esportazioni. Pensiamo al caso della Germania che è molto eloquente a questo proposito. Al cambio, infatti, si chiede soprattutto di dare una certa stabilità e di proteggere dagli shock esterni.

Anche lei pensa, quindi, che quella dell’Euro è una storia di successo come ha detto il presidente della Bce Trichet?

Sì, molti dei paesi che hanno adottato l’euro, sono cresciuti a tassi elevati, come l’Irlanda, la Finlandia, l’Olanda; da un po’ di tempo anche Francia e Germania hanno ripreso a crescere. E poi ci sono paesi fuori dalla moneta unica che spingono per entrare. Ed anche questo è un sintomo del fatto che stare nell’area euro ha una sua utilità.

In Italia, la Lega parla di uscire dall’Euro. È una proposta realizzabbile, secondo lei, e quali conseguenze comporterebbe?

Sarebbe una follia, ma in linea di principio non credo che il Trattato di Maastricht impedisca ad un Paese di uscire dalla moneta unica. Gli effetti sarebbe tantissimi. Innanzitutto, si avrebbe un peggioramento sul debito pubblico a causa dell’abbassamento del rating internazionale (il grado di affidabilità e solvibilità di un Paese stabilito da agenzie internazionali, ndr) e un aggravamento del deficit pubblico per via proprio dell’aumento degli interessi sul debito pubblico. In due anni perderemmo tutto il dividendo ottenuto su questa singola partita grazie all’introduzione dell’euro. Poi avremmo immediatamente un’inflazione più alta, perché la nostra moneta si svaluterebbe nei confronti dell’euro e, vista la nostra grande integrazione in termini di scambi commerciali con i paesi dell’area euro, questo comporterebbe un immediato aumento dei prezzi. Non mi ci faccia nemmeno pensare… per fortuna questa proposta appartiene alla Fantaeconomia.

Quali sono le ricette da mettere in campo in Italia allora per rilanciare un’economia che è in stagnazione, se non in recessione?

C’è un mix di politiche da attuare. Innanzitutto, bisogna fare alcune riforme strutturali, intervenendo sulla liberalizzazione del sistema dei servizi dove esistono mercati protetti e monopolistici, che impongono costi molto alti penalizzando la competitività delle imprese che esportano. Questa è veramente la palla al piede delle nostre esportazioni. Bisogna, poi, ridurre la spesa pubblica riducendo gli sprechi in molti settori, nella pubblica amministrazione e non solo, e rivedere il decentramento fiscale. Inoltre, sono necessari alcuni interventi nei mercati finanziari. È certo, infatti, che la mancata riforma del risparmio non ha aiutato a creare le condizioni perché le nostre imprese potessero modificare la loro specializzazione produttiva investendo in settori nuovi e di punta. Infine, va fatta una riforma degli ammortizzatori sociali che permetta alle persone di cambiare lavoro senza traumi, accompagnando la flessibilità del mercato del lavoro.

Sono tutte riforme a carattere nazionale. Non pensa però che anche all’interno dell’Europa, in particolare di quella a 25, esistano forme di concorrenza sleale tra paesi? Alcuni analisti parlano di un vero e proprio un dumping sociale e fiscale nel continente. Può essere questo un motivo che incoraggia la contrarietà all’Unione che si sta registrando in questi ultimi tempi?

Tutti i paesi della vecchia e della nuova Europa hanno sistemi sociali abbastanza sviluppati con volumi di spesa piuttosto alti, soprattutto in relazione al loro grado di sviluppo. Certo, i redditi mediamente più bassi percepiti nei nuovi dieci paesi possono creare situazioni di vantaggio competitivo nel breve periodo; si tratta però di situazioni piuttosto limitate perché sono paesi commercialmente integrati con flussi di capitali che già prima dell’allargamento si muovevano nelle due direzioni. Per quanto riguarda il dumping fiscale, i paesi dell’allargamento hanno fatto la scelta, comprensibile, di attrarre capitali con un’imposizione più bassa. Su questo c’è una proposta di Monti di cui si parla ormai da tanti anni, e cioè quella di trovare forme di armonizzazione delle tassazioni di capitali; penso che in questo quadro una forma di coordinamento fiscale sarebbe utile. Ma non è l’allargamento ad aver provocato, con le sue conseguenze, il voto negativo in Francia e in Olanda, mi lasci notare, tra l’altro, che i flussi migratori dai nuovi paesi membri sono stati più bassi di quanto avessimo previsto; mi pare che si sia trovato un capro espiatorio, l’Europa, per problemi che sono tutti di carattere interno. Forse un election day europeo sulla Costituzione avrebbe permesso un dibattito più ampio e non avrebbe sovrapposto situazioni nazionali a quella europea.

Edgar Morin parla di un’Europa che va intesa come comunità di destini, come costruzione di un futuro comune. Sono molti coloro che rimproverano all’Unione europea di aver prestato troppa attenzione agli aspetti economici e troppo poca alla realizzazione di una identità culturale europea. Non c’è in questa Europa troppa economia e poca politica?

È indubbio che l’integrazione europea sia andata molto più avanti a livello economico rispetto a quello politico. Bisognerebbe trovare delle sinergie tra queste due diverse dimensioni. Ad esempio, se l’agenda delle riforme strutturali, come quella di Lisbona, delineasse poche e vere priorità (come
la competizione dei mercati, la creazione di agenzie europee su difesa, ricerca, ecc.) e se su questo aspetto ci fosse un vero dibattito pubblico nei singoli paesi, forse si supererebbe la scissione che si registra tra quello che avviene a livello europeo e quello che avviene nei singoli paesi. Se i piani che devono essere elaborati a livello nazionale e poi concordati con Bruxelles, penso ad esempio a quello sull’occupazione, fossero oggetto almeno di discussione in Parlamento e non un affare interno al governo, forse i cittadini e non solo loro capirebbero davvero che cosa è l’Europa e si creerebbe col tempo una coscienza pubblica europea.


 

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