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280 - 29.06.05


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Le parole della sconfitta
Elisabetta Ambrosi

“Giovani, lasciate l’Italia”: è questo il primo commento del dopo referendum rilasciato a caldo alla stampa dell’immunologo Fernando Aiuti, che definisce senza mezzi termini il nostro paese “il Medioevo della ricerca”, quella ricerca che ha come unico obiettivo la cura di “malattie tremende che colpiscono l’umanità”.

Il fronte referendario incassa una pesante sconfitta, ma non manca di individuare tutti i colpevoli: in primo luogo, coloro che hanno fatto un uso strumentale dell’astensione “sicuramente legittima sul piano individuale ma utilizzata per unire coloro che avversavano l’abrogazione della legge, coloro che erano del tutto disinteressati al problema a coloro che hanno operato l’astensione come scelta attiva” (Cgil); in secondo, come sottolinea Daniele Capezzone, segretario di Radicali Italiani, i mass media, specie la televisione, colpevole di mesi di “disinformazione”; infine, gli esponenti vaticani, e le ripetute dichiarazioni di Benedetto XVI e di Camillo Ruini. Se quest’ultimo, non senza una certa coerenza, ha commentato il voto dicendo: “non ho combattuto per vincere, non ho vinto”, ben altro tono soddisfatto ha invece la dichiarazione emessa dall’agenzia stampa dei Vescovi italiani, secondo cui “si registra un’ampia convergenza, una rinnovata unità del mondo cattolico italiano, che ha rotto gli schemi tradizionali”.

E mentre infuria la polemica in An, Fassino ribadisce che la battaglia per la modifica della legge continuerà in Parlamento, incassando, ben magra consolazione, anche la convergenza di alcuni componenti della Margherita. Renzo Lusetti, membro del comitato Scienza e Vita ha detto: “Nessun trionfalismo. Vogliamo comunque modificare la legge 40 in meglio, ma prima va sperimentata sino in fondo. Lo avevamo detto: questa legge si può cambiare. E soprattutto non vogliamo modificare la 194”.

In ogni caso, mentre i politici di entrambi gli schieramenti sono impegnati soprattutto a riflettere sulla valenza più o meno politica del voto e sulle conseguenze all’interno dei rapporto di forza delle rispettive coalizioni, i commentatori più acuti si trovano a convergere sulla tesi che vede nel risultato di questo referendum un risultato drammatico per tutti. Due sono le grandi sconfitte: in primo luogo, la politica, e la sua autonomia: “La politica è debole, condizionata, ricattata”, ha scritto Il Riformista. Consapevole di non rappresentare più il popolo, essa tuttavia non si accorge di essere entrata in una fase post-democrazia, “dove comandano le lobby e i media, ognuno padrone del suo feudo, e il Parlamento non è più il luogo della sovranità”. A ben poco serve dunque esultare per il voto, dicendo, come fa il ministro Matteoli, che “gli elettori hanno avuto capacità di analisi e hanno scelto di non votare”. La verità è, come mostrano sondaggisti eccellenti, che la gran massa delle persone non ha votato perché del tutto disinteressata, o perché, incapace di trovare nella politica un disegno culturale convincente, ha preferito seguire quella che Ezio Mauro ha definito sulle pagine di Repubblica la “grande agenzia di valori e tradizioni” che è divenuta ormai la Chiesa cattolica. “Chiesa e Vaticano”, ha scritto Mauro, “vedono l’Italia improvvisamente come un gregge senza guida e senza rotta, soprattutto senza più idee forti, incapace di tradurre la laicità dello Stato in uno spirito repubblicano libero e autonomo: il terreno ideale per sperimentare - ed è la prima volta in cinquant’anni - una sorta di ‘protettorato dei valori’, l’esercizio di un potere non più temporale ma culturale della Chiesa”.

La seconda sconfitta del referendum è, difficile non vederlo, la sinistra, e la sua unità. Invece di trovare convergenze forti, come il tema delicato avrebbe richiesto, e compattarsi per portare avanti una campagna comune in grado di recuperare, anche se parzialmente, la distanza tra politica e paese reale, essa si è frantumata in tre posizioni diverse, rinnegando la sua tradizione storica e dimostrandosi ormai incapace di incidere al di là della ristretta cerchia delle élites. La diessina Vittoria Franco, ricordando come la lotta referendaria sia stata impari “a causa dell’astensionismo fisiologico, della responsabilità di coloro che, pur rivestendo cariche istituzionali hanno invitato al non voto, e infine della data estiva scelta”, sostiene che è necessario che “la sinistra torni ad unirsi per le grandi battaglie sui diritti civili”. Criticando quella che lei definisce “la cabina di regia esterna” di questo voto, la cura vaticana, la Franco auspica tra l’altro che si riaffermi la priorità della politica e che la legge ritorni al parlamento sovrano, e rilancia la sua proposta di legge per alzare il numero dei firmatari necessari perché si faccia un referendum ad un milione, diminuendo però al contempo il quorum necessario.

Sull’incapacità del centrosinistra di portare avanti un coerente disegno valoriale, ha insistito invece Ezio Mauro, ricordando come alla guerra culturale ingaggiata dalle destre europee e d’oltreoceano la sinistra non può non rispondere se non dotandosi di un’identità di idee e convinzioni: “Non si può reggere una partita in cui la sinistra parla di sé, mentre la destra parla della vita e della morte”.
Nel frattempo l’Italia si ritrova una legge, la 40, che legifera sulla vita ma anche, visto il rapporto tra staminali e gravi malattie, sulla morte. Una legge che penalizza le donne, i malati e coloro che dedicano con passione la loro vita alla ricerca, una legge che, vista la remota possibilità di una sua modifica in tempi rapidi, continuerà a generare gravi ingiustizie e pesanti interferenze, alla faccia dei tanti “liberali” che l’hanno sostenuta, nella vita dei singoli e nelle loro possibilità di scegliere, appunto, liberamente della propria vita e della propria salute.

 

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