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279 - 14.06.05


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Una domanda complessa:
che cos’è l’embrione?
Giorgio Tonini

Il testo che segue è un estratto del secondo capitolo del libro di Giorgio Tonini La ricerca e la coscienza. La procreazione assistita tra legge e referendum, uscito in allegato al quotidiano Il Riformista.

Sei tu che hai creato le mie viscere
e mi hai tessuto nel seno di mia madre.
Ti lodo perché mi hai fatto come un prodigio;
sono stupende le tue opere,
tu mi conosci fino in fondo.
(Salmo 139, 13-14)

 

Le nostre conoscenze scientifiche sono immensamente più vaste di quelle di cui disponeva il salmista. E tuttavia, la procreazione resta ancora un mistero, uno dei grandi misteri dell'esistenza umana. Quando inizia la vita di un essere umano? Quando sono cominciato io? Né dalla scienza, né dalla filosofia, è possibile ottenere una risposta conclusiva, tanto meno una risposta condivisa.
Paradossalmente, il mistero sull'origine della vita umana è apparso più fitto che mai, proprio quando la possibilità di intervenire artificialmente sulla procreazione si è fatta concreta, ossia da appena un quarto di secolo, quello che ci separa dalla nascita, nel 1978, della prima bambina concepita in vitro.
Fino ad allora, il problema dell'inizio della vita umana si era posto quasi esclusivamente in riferimento all'aborto, pratica antica quanto la specie umana e sulla quale ogni civiltà ha dettato le sue regole, anche avvalendosi, a supporto delle stesse, di una qualche teoria – più o meno evoluta, a seconda dei contesti – sull'origine della vita dell'essere umano e quindi sullo statuto ontologico del feto.
Con la disponibilità di embrioni fuori dal corpo materno, resa possibile dalle tecniche di fecondazione in vitro, si è posto il problema "bioetico" della liceità morale della loro produzione, manipolazione, alterazione, distruzione. Cosa è consentito, cosa non lo è? E perché?

La domanda sul "perché" rinvia necessariamente alla domanda su "che cos'è" l'embrione. Come dicono i filosofi, la questione circa lo statuto etico dell'embrione (come ci dobbiamo comportare con lui/esso) implica la questione circa lo statuto ontologico (che cosa pensiamo che sia) dell'embrione medesimo. A sua volta, la questione circa lo statuto ontologico dell'embrione (cosa dice di lui/esso la filosofia), si intreccia con quella circa il suo statuto biologico (cosa dice di lui/esso la scienza).
Si tratta di piani distinti, ma non separati. Il discorso che la scienza biologica fa sull'embrione si colloca su un piano diverso dal discorso filosofico-ontologico, il quale a sua volta si pone su un piano distinto rispetto al discorso filosofico-etico. Eppure, si tratta anche di piani interconnessi, che si influenzano reciprocamente: è difficile decidere, o anche solo discutere, come debba essere trattato l'embrione, senza decidere, o almeno discutere, cosa esso sia, vuoi sul piano filosofico (è una persona?), vuoi su quello scientifico (quali sono le tappe del suo sviluppo?). Viceversa, nell'effettuare ricerche, o magari sperimentazioni, sull'embrione, per conoscerne meglio lo sviluppo biologico, ci si imbatte in problemi etici che non possono essere elusi.
Si tratta quindi di una relazione circolare tra i diversi ambiti epistemologici, che certamente si condizionano a vicenda, anche se non possono essere semplicemente dedotti l'uno dall'altro. Come vedremo in queste pagine, l'esplorazione dei diversi livelli problematici della questione sull'embrione - e quindi sull'origine della vita umana individuale-personale - ci introdurrà in una "selva oscura", dalla quale usciremo con più consapevolezza, ma non necessariamente con più certezze.

Dal momento della fecondazione...

Uno degli esempi più eloquenti, oltre che autorevoli, dell'approccio multidimensionale e interdisciplinare alla riflessione sullo statuto dell'embrione, è il documento della cattolica Sacra congregazione per la dottrina della fede, Donum Vitae:

«Questa Congregazione conosce le discussioni attuali sull'inizio della vita umana, sull’individualità dell'essere umano e sull’identità della persona umana. Essa richiama gli insegnamenti contenuti nella Dichiarazione sull'aborto procurato: "Dal momento in cui l'ovulo è fecondato, si inaugura una nuova vita che non è quella del padre o della madre, ma di un nuovo essere umano che si sviluppa per proprio conto. Non sarà mai reso umano se non lo è stato fin da allora. A questa evidenza di sempre... la scienza genetica moderna fornisce preziose conferme. Essa ha mostrato come dal primo istante si trova fissato il programma di ciò che sarà questo vivente: un uomo, quest'uomo-individuo con le sue note caratteristiche già ben determinate. Fin dalla fecondazione è iniziata l’avventura di una vita umana, di cui ciascuna delle grandi capacità richiede tempo per impostarsi e per trovarsi pronta ad agire". Questa dottrina rimane valida e viene peraltro confermata, se ve ne fosse bisogno, dalle recenti acquisizioni della biologia umana la quale riconosce che nello zigote derivante dalla fecondazione si è già costituita l’identità biologica di un nuovo individuo umano».

Come si vede, la dottrina ufficiale cattolica si avvale, per elaborare e sostenere i suoi insegnamenti morali sull'origine della vita, delle "recenti acquisizioni della biologia umana", le quali (a suo dire) convergono nell'individuare nella fecondazione il "momento", il "primo istante" nel quale si inaugura una nuova vita; e nello zigote, che nasce dalla "fusione dei nuclei dei due gameti", lo stadio al quale viene costituita "l'identità biologica di un nuovo individuo umano".
Come scrive Angelo Serra, autorevole genetista dell'Università cattolica di Roma, "la conclusione a cui porta un'analisi scientifica e logica dello zigote" è che "lì inizia una nuova vita di un essere che non è anonimo; è, in realtà, l'inizio di un nuovo essere umano con la sua propria identità e individualità, cioè di un reale individuo umano".
La scienza sarebbe dunque in grado di fornire una risposta chiara, se non definitiva, alla domanda circa l'inizio della vita umana individuale; e quindi di guidare la filosofia a riconoscere dignità di persona a quell'individuo, posto che non può darsi individuo umano che non sia persona.
Questa convinzione, circa il carattere razionalmente cogente delle acquisizioni della ricerca scientifica, è stata da ultimo ribadita, da parte di un collega di Serra, Roberto Colombo, anch'egli genetista della Cattolica, ad un recente convegno di bioetica. A sostegno di questa tesi, Colombo ha citato quello che ha definito il più autorevole testo di embriologia del momento: Developmental biology, dell'americano Scott F. Gilbert, giunto nel 2003 alla settima edizione.
Il capitolo 7, ha detto Colombo, ha un titolo che si commenta da sé: Fertilization: beginning a new organism. Molti degli intervenuti al convegno hanno contestato il primato in autorevolezza di Gilbert, tentando di derubricarlo ad una delle tante voci della scienza, ma Colombo ha avuto buon gioco nel citare le metodologie valutative usate dalle università americane, per dimostrare che, almeno ad oggi, il libro di Gilbert è quello che "fa testo".

Ma la fecondazione non è un momento

E tuttavia, dalla lettura del libro di Gilbert e del capitolo 7 in particolare, emerge un quadro più complesso di quello dipinto da Serra e Colombo. Cominciamo a leggere:

«La fecondazione (fertilization) è il processo (process) attraverso il quale due cellule sessuali (gameti) si fondono insieme per creare un nuovo individuo con un genoma derivato da entrambi i genitori. La fecondazione realizza due risultati separati: la sessualità (la combinazione dei geni derivati dai due genitori) e la riproduzione (la creazione di un nuovo organismo). Così, la prima funzione della fecondazione è trasmettere i geni dal genitore alla prole e la seconda è di iniziare nel citoplasma dell'uovo quelle reazioni che permettano allo sviluppo di procedere».

Fin qui, Gilbert sembrerebbe confermare le tesi di Serra e Colombo. Si parla di un "nuovo individuo", creato dalla fecondazione. E tuttavia, per definire la fecondazione non si usa la parola "atto", o "momento", o "istante". Si usa la parola "processo". La fecondazione è un processo, non un atto, né un momento. In che senso la fecondazione è un processo? Risposta di Gilbert:

«Benché i dettagli della fecondazione varino da specie a specie, il concepimento generalmente consiste in quattro eventi principali: 1. Contatto e riconoscimento tra spermatozoo e uovo. Nella maggior parte dei casi, questo garantisce che i due gameti siano della stessa specie. 2. Regolazione dell'ingresso dello spermatozoo nell'uovo. Solo uno spermatozoo può alla fine fecondare l'uovo. Questo si ottiene usualmente consentendo ad un solo spermatozoo di entrare nell'uovo e impedendo a tutti gli altri di entrare. 3. Fusione del materiale genetico di spermatozoo e uovo. 4. Attivazione del metabolismo dell'uovo per avviare lo sviluppo».

Il concepimento non è quindi un fatto istantaneo, ma un'operazione complessa, che dura molte ore. Solo al termine di questo processo abbiamo lo zigote, ossia l'ovocita fecondato. Ciò significa che dire "dal momento del concepimento", o anche - come fa la Donum Vitae - "dal momento in cui l'ovulo è fecondato", equivale ad ammettere che esiste una fase, lunga quanto un giorno intero, nella quale il contatto tra i gameti è già avvenuto, ma il concepimento non è ancora compiuto e lo zigote, di cui parla la Donum Vitae, non c'è ancora.
In materia di aborto, il fatto che il concepimento sia un processo articolato e non un evento istantaneo può essere considerato come una sottigliezza "descrittiva", priva di apprezzabili conseguenze "prescrittive". In materia di Pma, si tratta invece di un'acquisizione dalle macroscopiche conseguenze pratiche. Basti pensare che, sulla base di questa acquisizione, si potrebbe sostenere la liceità, nell'ambito dei criteri affermati dalla cattolica Congregazione per la dottrina della fede, del congelamento del cosiddetto "ootide", ovvero l'ovocita in via di fecondazione, allo stadio successivo al contatto tra i gameti e all'ingresso dello spermatozoo (fasi 1 e 2 di Gilbert), ma precedente la fusione dei nuclei dei due gameti (fase 3). Allo stesso modo, sempre sulla base di questa visione, si dovrebbe poter intendere che l'affermazione dei "diritti del concepito", di cui parla l'articolo 1 della Legge 40 - la legge italiana in materia di Pma - non "copra" ciò che avviene in provetta nella prima giornata, quando cioè la fecondazione è in corso e quindi non c'è ancora nessun "concepito".

In ogni caso, si fatica a comprendere come Roberto Colombo possa ad un tempo dichiararsi contrario alla crioconservazione dell'ootide e fondare la sua visione bioetica sulla embriologia di Gilbert.
E tuttavia, come è una forzatura, da parte di Colombo, sostenere che l'embrione è un individuo umano sin dal momento del concepimento, basandosi sul lavoro di Gilbert, ugualmente improprio sarebbe portare Gilbert a sostegno di un'altra soluzione - etica, o addirittura legislativa - al problema di come dobbiamo trattare l'embrione.
Anche perché, al capitolo 21 di Developmental biology, si trova il rinvio ad un paper dello stesso Gilbert e di Emily Zackin, consultabile nella sezione di bioetica del sito web collegato al libro. Secondo il paper, "la letteratura scientifica contemporanea propone una varietà di risposte alla domanda di quando inizia la vita umana", ma "la scienza non è stata in grado di dare una risposta definitiva a questa domanda". L'etica non può quindi invocare la scienza a supporto delle proprie autonome decisioni.
Gilbert e Zackin giungono a questa conclusione dopo aver censito e passato in rassegna ben sei diverse visioni sull'inizio della vita umana individuale. Si tratta di visioni "bioetiche", quindi formulate nel dialogo multidisciplinare tra scienza e filosofia. Pur essendo tutte e sei sostenute da argomenti che poggiano su dati ricavati dalla ricerca scientifica, si presentano nettamente e talvolta polemicamente in contrasto tra loro.

Lo zigote è un individuo?

La prima è la visione "metabolica", secondo la quale non esiste un singolo momento che segna l'inizio della vita umana. Non solo lo sviluppo dell'embrione, ma perfino il passaggio dai gameti allo zigote, costituiscono un continuum, all'interno del quale biologi e medici distinguono varie fasi a mero scopo accademico. Questa posizione, osservano Gilbert e Zackin, "è supportata dalla ricerca recente, che ha rivelato che la stessa fecondazione non è un evento istantaneo, ma piuttosto un processo che impiega 20-22 ore".
La seconda è la visione "genetica", per la quale l'inizio della vita va collocato al momento nel quale si forma un individuo geneticamente unico. Questo evento è generalmente identificato con la fecondazione. In questa visione, la fecondazione segna l'inizio della vita umana e lo zigote è l'individuo umano al primo stadio. E in effetti, nessuno può negare che il genoma dello zigote sia diverso, sia da quello del padre che da quello della madre.
E tuttavia, commentano Gilbert e Zackin, "benché l'opinione che la vita comincia alla fecondazione sia la visione più popolare presso il pubblico, molti scienziati non sostengono più questa posizione, dal momento che un crescente numero di scoperte scientifiche sembra contraddirla". Non solo perché non c'è nessun "momento" della fecondazione, ma anche perché lo stesso incontro tra i due gameti non è un atto istantaneo, ma piuttosto "una complessa interazione attraverso la quale lo spermatozoo raggiunge la parte interna dell'ovulo".
L'altra obiezione alla visione genetica, ricordano Gilbert e Zackin, è il famoso "argomento dei gemelli": lo zigote, che pure ha un genoma diverso, sia da quello della madre che da quello del padre, non sarebbe ancora un individuo, perché nelle fasi successive può sì dar luogo a un embrione (e quindi a un individuo), ma anche a due o più (gemelli monozigoti), o anche a nessuno. Quest'ultimo è anzi il caso più frequente, se si considera l'elevatissima percentuale di embrioni che si perdono naturalmente, molti dei quali proprio in ragione di difetti genetici.
Sulla base di questa constatazione, il teologo cattolico Norman M. Ford (un salesiano australiano), sostiene che la vita umana nei primi giorni del suo sviluppo manchi di individualità ontologicamente permanente e non possa quindi essere definita con certezza come un "individuo". E se lo zigote non è un individuo umano, ma una cellula umana che può dare origine ad uno, nessuno o più individui, lo zigote manca del requisito fondamentale della persona, dunque non è persona. Ford attenua poi questa sua affermazione, scrivendo così a conclusione del suo libro When did I begin? Conception of the human individual in history:

«Finchè nella comunità persisterà il dubbio ragionevole che lo zigote abbia status personale, allo zigote va riconosciuto il beneficio del dubbio. Conseguentemente occorre trattarlo come persona umana. Se invece si arriverà ad ammettere che l'individuo non può essere già formato nello zigote, ma solo un po' più innanzi nel processo di sviluppo, si deve concludere che un individuo umano non può dirsi formato se non quando il processo generativo sia completo».

Meno dubbi di Ford sembra nutrire Giuseppe Benagiano, docente di ostetricia e ginecologia alla Sapienza di Roma ed ex-direttore dell'Istituto superiore di sanità. A partire dalla constatazione che un'altissima percentuale di tutte le uova fecondate interrompe il proprio sviluppo nelle prime due settimane dopo il concepimento, Benagiano osserva che "se accettiamo la tesi di coloro che sostengono l'esistenza di una persona nell'uovo fecondato e comunque nei primi 15 giorni di vita", dovremo concludere, innanzi tutto, che sono persone umane anche le uova fecondate che si perdono perché in esse non si forma nessun embrione; poi, che si deve dare importanza esclusiva al concepimento come unico "punto di partenza" del nuovo individuo: e ciò palesemente "in contrasto con l'opinione della maggioranza dei biologi che, pur considerando la fertilizzazione come tappa indispensabile del cammino verso un nuovo individuo, danno importanza preminente alla comparsa della linea (o stria) primitiva". In terzo luogo,

«se ne dovrebbe concludere che... la grande maggioranza degli individui concepiti nel corso della storia non ha avuto alcuna possibilità di espressione della propria potenzialità... teoria che a me sembra implicare un ben crudele destino».

A quanto sembra, l'opinione prevalente (anche se non esclusiva) nel mondo della ricerca scientifica è che la fecondazione è una condizione necessaria, ma non sufficiente perché si possa parlare di individuo umano. Come ha scritto il biologo Edoardo Boncinelli in un articolo per il Corriere della Sera,

«La vita di un particolare organismo comincia in condizioni normali con la fecondazione, cioè con l'unione del gamete paterno con quello materno. Non è un processo istantaneo per cui non ha senso chiedersi esattamente il momento di questa unione, ma certo questo cadrà all'interno delle ore della prima giornata. Lo zigote così ottenuto è un individuo? E, soprattutto, è un individuo la morula di otto o sedici cellule presente il giorno dopo, cioè il secondo giorno di gestazione, quando si può eseguire, volendo, una diagnosi preimpianto? E' certamente un progetto di individuo, ma lo diverrà effettivamente soltanto nel 15-20 per cento dei casi, perché la maggioranza delle morule non porterà, anche in condizioni normali, a nessun embrione e una percentuale non trascurabile di queste porteranno a due o più embrioni».

La maggior parte dei critici della visione "genetica" dell'inizio della vita umana individuale si riconosce in quella che Gilbert e Zackin definiscono visione "embriologica". Secondo questa terza visione, la vita umana individuale non inizia con la fecondazione, ma con la "gastrulazione", un processo che comincia alla terza settimana di gravidanza, quando l'embrione si impianta nell'utero della madre. A questo stadio di sviluppo dell'embrione, le cellule si differenziano in tre categorie, che daranno origine a tre diversi tipi di tessuto corporeo. "Dopo la gastrulazione - scrivono Gilbert e Zackin - lo zigote è destinato a formare non più di un solo essere umano".

Non c'è persona senza relazione

Oltre al criterio dell'indivisibilità, come conditio sine qua non dell'essere persona, la visione embriologica propone un altro argomento, formulato a partire dalla sostanziale coincidenza temporale della gastrulazione con l'annidamento nell'utero della madre. E' il criterio della "relazionalità", che per il "personalismo intersoggettivo" è almeno altrettanto importante del criterio della sostanzialità individuale. Significative, al riguardo, le riflessioni del filosofo Pietro Prini:

«La comunicazione che fa dell'uomo un essere distinto da tutte le altre specie animali è quella che istituisce la relazione del "Noi" inizialmente tra due soggetti, tra un "Io" e un "Tu". La persona umana è essenzialmente questa inter-soggettività, o forse più precisamente questa con-soggettività, come probabilmente avrebbe detto Antonio Rosmini, se avesse potuto prevedere un secolo di progressi della biologia genetica» (dal libro Lo scisma sommerso. Il messaggio cristiano, la società moderna e la Chiesa cattolica, Garzanti) .

Ebbene, scrive Prini, soltanto a partire dall'annidamento dello zigote nell'utero della donna, dunque con l'inizio della gestazione, si viene a stabilire la relazione "con-soggettiva" madre-figlio, la prima forma di relazione del nuovo essere umano, quella che gli è indispensabile a diventare persona. Prini fa suo un brano di un bioeticista cattolico, il belga-canadese Jean-François Malherbe:

«Se la vita organica dell'essere umano comincia con la fecondazione, la sua vita relazionale comincia con l'annidamento. A partire dal momento in cui lo zigote si converte in embrione (propriamente detto), da quando si individualizza ed entra in comunicazione con sua madre, la sua esistenza incomincia a dispiegarsi nella dimensione psichica. Da questo momento già si può parlare dell'embrione come una persona umana in potenza».

Con la visione "embriologica" di Prini concorda anche il teologo cattolico italiano Giannino Piana, secondo il quale, sulla base dei risultati della ricerca biogenetica, è fuori dubbio che si può e si deve parlare di "vita umana" fin dal momento del concepimento. Tuttavia, "la stessa ricerca ha reso trasparente la necessità di differenziare l'inizio della vita umana da quello della vita personale, spostando in avanti, oltre la fecondazione, la sua insorgenza" (Bioetica. Alla ricerca di nuovi modelli, Garzanti).
Mentre Piana considera priva di plausibilità quella che poi esamineremo come visione "neurologica" - la visione che data l'inizio della vita personale al momento in cui inizia il processo di cerebralizzazione - egli considera invece "sempre più scientificamente accreditata" la visione embriologica, per entrambe le ragioni che rendono invece arduo il riconoscimento della natura di persona allo zigote, il principio di individuazione e il principio di relazione:

«Pur essendo la persona, in virtù della sua costituzione ontologica, mai del tutto sperimentalmente verificabile, la determinazione del momento in cui essa ha inizio è legata al realizzarsi di alcune condizioni riguardanti la corporeità (il dato biologico); è cioè dipendente dalla presenza di infrastrutture senza le quali non può sussistere la stessa identità "spirituale". Il legame indissociabile di corporeità e di spirito nella costituzione dell'umano, con il recupero pieno (e non puramente strumentale) della corporeità come dimensione essenziale della soggettività e la definizione dell'essere personale nella prospettiva della relazionalità interpersonale (o intersoggettiva), sembrano dare buona probabilità antropologica alla tesi secondo la quale la vita personale avrebbe inizio soltanto dal momento dell'annidamento dello zigote».

Un'ulteriore variazione della visione embriologica è quella proposta da Giovanni Reale, forse il massimo studioso italiano di Aristotele, a lungo docente di filosofia all'Università cattolica di Milano. Sulla base delle categorie aristoteliche, Reale sostiene (in un’intervista rilasciata al settimanale Espresso) che l'embrione, allo stato di zigote, "non è ancora un uomo in atto, ma ha la potenzialità per diventarlo". Solo che, dice Reale, questo vale per l'embrione concepito nel corpo della madre, non per quello fecondato in vitro. In questo caso infatti, l'embrione si forma prima di essere collocato nell'utero della donna. Ma solo da quel momento avrà la potenzialità di crescere, di svilupparsi, non prima. "E' un tema molto delicato", ammette Reale. "Ma qualcuno dovrebbe spiegarmi come si può considerare persona, sia pure in potenza, un embrione che non si trova nel luogo giusto, cioè nel ventre materno".

Merito della variante relazionale della visione embriologica, al di là delle sue conclusioni etico-normative, è aver messo in luce, pur nella distinzione, l'intima connessione tra il destino dell'embrione e il "fiat" della donna-madre. Una connessione intrascendibile, che fa della gravidanza una dimensione esistenziale e, di conseguenza, una fattispecie etica e giuridica, irriducibilmente speciale: "sia dal punto di vista biologico, sia da quello morale, l'essere dentro il corpo di una donna, l'essere dentro quella specifica relazione, è una circostanza da cui non si può in alcun modo prescindere e che ha una intrinseca rilevanza morale", come sostiene Claudia Mancina ne suo Oltre il femminismo.
E' questa una delle principali acquisizioni culturali del dibattito sulla depenalizzazione-legalizzazione dell'aborto. Di essa si cominciano ad avvertire gli echi perfino nelle riflessioni degli esponenti più consapevoli del movimento pro-life. La crucialità della gravidanza fatica invece ad emergere nella discussione sulla Pma: quasi il rapporto tra il concepito, per quanto fecondato in vitro, e la donna che intende accoglierlo in grembo, fosse un accidente tecnico, un mero fatto, privo di implicazioni di valore, muto rispetto alla questione dello statuto - biologico, ontologico, etico e giuridico - dell'embrione. Come se la radicale dipendenza della vita (e quindi, in definitiva, dell'esistenza stessa) dell'embrione, dall'essere accolto dalla libera e responsabile decisione di una donna, potesse non retroagire sulla decisione pubblica riguardo al suo essere o non essere una persona.

 

 

 

 

 

 

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