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278 - 31.05.05


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“Tra assolutismo e nichilismo
propongo una terza via”
Carlo Sini con
Susanna Marietti

Una terza via tra assolutismo e nichilismo, una sfida filosofica di minoranza in questi tempi di forti contrasti. Carlo Sini, ordinario di filosofia teoretica all’Università di Milano, propone da sempre nei suoi scritti un atteggiamento filosofico consapevole della parzialità del nostro punto di vista, e tuttavia capace di non annullare ogni elaborazione con l’assunto riduttivo secondo il quale tutto è relativo e dunque niente è vero. Si parla di relativismo in molti ambiti, dall’epistemologia all’antropologia, dalla filosofia, all’etica e alla linguistica. Giovanni Paolo II e poi Benedetto XVI hanno identificato nel relativismo filosofico il nemico principale non solo della Chiesa cattolica ma anche della società occidentale nel suo complesso.

Professor Sini, ci vuol chiarire questa nozione di relativismo, per come viene attualmente dibattuta?

Circola da tempo nella cultura una nozione “debole” di relativismo. La sua formulazione sintetica potrebbe essere che ci sono solo verità relative. Nonostante le apparenze, questo modo di ragionare - del tutto inconsistente, come è stato giustamente notato - non supera affatto la nozione “assoluta” della verità. La condivide anzi profondamente. In sostanza dice che la verità dovrebbe essere assoluta, ma siccome purtroppo non la si è mai vista e non la si vede da nessuna parte e in nessun tempo, non c’è allora che ammettere verità unicamente relative, ovvero contingenti, provvisorie e, in sostanza, non vere. Questo tipo di relativista condivide dunque la superstizione dell’assolutista, che pensa la verità come una cosa o uno stato di cose, ovvero come un significato o il contenuto di un giudizio, il che è poi irresolubilmente problematico, e di qui la caduta nel relativismo.

Il relativismo culturale “sancisce la decadenza e la dissoluzione della ragione e dei principi della legge morale naturale”, scriveva Ratzinger quando era ancora cardinale. E Papa Giovanni Paolo II, nell’enciclica Fides et ratio, affermava che “la filosofia moderna, dimenticando di orientare la sua indagine sull’essere, ha concentrato la propria ricerca sulla conoscenza umana. Invece di far leva sulla capacità che l’uomo ha di conoscere la verità, ha preferito sottolinearne i limiti e i condizionamenti. Ne sono derivate varie forme di agnosticismo e di relativismo, che hanno portato la ricerca filosofica a smarrirsi nelle sabbie mobili di un generale scetticismo”. Che ne pensa, da filosofo, di affermazioni come queste?

L’enciclica Fides et ratio attribuisce gratuitamente e del tutto infondatamente a tutte le umanità di tutti i tempi una sorta di animus filosofico, sia pure inconsapevole ed embrionale. Il suo compimento si troverebbe poi rappresentato dall’unione di ragione e rivelazione promossa dalla Scolastica medievale, dal tomismo e dalle sue riprese moderne. Nella misura in cui questa può davvero definirsi la dottrina della Chiesa, pur con tutta la comprensione e il rispetto, non posso fare a meno di esprimere la mia personale delusione nei confronti della cosiddetta enciclica filosofica (peraltro rivolta, se ho bene inteso, alle maestranze ecclesiastiche). Come non credente non trovo nulla di genuinamente filosofico in essa. Per altro verso, il grandioso sforzo e le straordinarie conquiste della filosofia tra ‘800 e ‘900 sono completamente ignorati e fraintesi dalle ricorrenti critiche e accuse di nichilismo. Il nichilismo è il prodotto del dogmatismo e della volontà di potenza. La criticità della ragione è il suo contrario. Ma per queste cose, si sa, ci vuole pazienza. Ce ne volle tanta in passato. Ce ne vorrà in futuro.

Nel suo libro La scrittura e il debito (Jaca Book, 2002), lei critica tuttavia anche quegli antropologi che, malgrado i molti meriti, non riescono a liberarsi di un modello di umanità universalmente condiviso. Perché ritiene impossibile un’immagine unica di essere umano?

A mio avviso sono le concrete pratiche di vita e di pensiero degli esseri umani a promuovere unità condivise di comportamenti e di valori. Le universalità promosse dalle pratiche concettuali della filosofia e poi dalle pratiche scientifiche moderne hanno il loro senso entro i loro rispettivi contesti. Essendo figure relative (alle pratiche, appunto), non hanno motivo di pretendersi come assolute. Nondimeno queste pratiche, come sempre accade, influenzano altre pratiche e ne vengono influenzate, dando vita a nuove figure e verità conseguenti.

Può fare qualche esempio di questo “pragmatismo” al quale fa riferimento e nel quale i concetti nascono all’interno di contesti definiti?

La pratica del dono promosse, presso certe società, l’ampliarsi della unità e della collaborazione umana; in forma diversa ciò è accaduto con lo scambio fondato sul denaro ecc. Possiamo vedere in cammino, in queste pratiche, l’universalizzazione della nozione di essere umano. Essa è una finalità etica, non un presupposto dogmatico o un principio retorico astratto. Sono le conseguenze largamente “politiche” delle nostre azioni a promuovere, oppure no, un’umanità universale; sarà la qualità di tali conseguenze a mostrare se l’idea di un’umanità universale è quel bene, quella giustizia per tutti e di tutti che, nel formulare tale nozione, presumibilmente ci auguriamo. Dal dogmatismo superstizioso dei pretesi “principi” è anche qui alle conseguenze che è opportuno guardare, se desideriamo che le nostre parole frequentino in modo concreto ciò che Enzo Paci chiamava “la vita della verità”.

Multiculturalità, interculturalità, dialogo tra culture. Il relativismo culturale pone il problema della diversità tra le culture, senza riuscire a venirne a capo. Ma che cosa significa, realmente, questa diversità? Quand’è che una cultura può dirsi differente dalla nostra?

Le culture non sono cose, ma nozioni e costrutti concettuali. In particolare la nozione di cultura nasce al tempo della sofistica greca ed è in vario modo dipendente dall’introduzione della pratica alfabetica e dalle grandiose conseguenze che ne sono derivate. È un problema tutto occidentale, dunque, il preteso “confronto di culture”. Applicare la nostra superstizione antropologistica, sociologistica, psicologistica ecc. ai modi di vita, di parole e di scrittura di ogni altro essere umano presente ora o in passato sul pianeta è ciò che pone anzitutto una nostra differenza alla quale siamo per primi soggetti. Liberare lo sguardo dai condizionamenti della propria cultura è così il nostro primo problema. Cominciare concretamente a farlo mostra, io credo, l’insensatezza e l’ingenuità paradossale di tante domande che suonano invece oggi attuali, sollecitanti e sollecite del bene e del vero universali.

Diritti umani. Altro capitolo per il quale il relativismo è sotto accusa. C’è un contrasto tra il relativismo culturale e l’universalismo dei diritti umani? E’ vero che un relativista culturale, per essere coerente con se stesso, non può fare appello a principi universali nella tutela dei diritti e delle libertà?

Io credo poco ai principi. Perché non si insiste su situazioni concrete, invece che solo sui principi? Perché non si dice, ad esempio, che poche famiglie al mondo detengono il possesso del petrolio, e che è questa situazione che causa i problemi per risolvere i quali poi si invocano i principi? Non che i principi non debbano esserci: anzi, di fronte ad alcune situazioni, come quelle in cui c’è un assolutismo politico, ribadire i principi è un’azione politicamente efficace. Ma, nel mondo del capitale finanziario, al di là dello stabilire i principi e una volta che sono stati stabiliti, è necessario e serve di più, come già dicevo, il controllo delle conseguenze. I principi sono troppo astratti e universalistici, e spesso distruttivi delle identità culturali. In nome dei principi sono state distrutte intere culture, ad esempio dal fondo monetario internazionale. Io ho paura dei principi stabiliti con criteri universalistici, ma in realtà occidentali. Però so che a volte è tutto quello che si riesce a fare, e certo è meglio di niente. Ma il punto è: come si controllano le conseguenze? Ci sono, è vero, strumenti internazionali di controllo e di giurisdizione, ma che fare se poi non vengono riconosciuti? Gli Stati Uniti non li riconoscono e si sono sempre rifiutati di diventare oggetto di giudizio, mentre invece hanno sempre assoggettato al loro stesso giudizio i propri nemici.

Da ultimo, l’Europa. Uno degli argomenti usati contro il relativismo è quello che, con il riconoscere l’incommensurabilità delle culture, farebbe perdere la nozione di identità. Un esempio di questa polemica è la querelle sulle eredità cristiane nata attorno al Preambolo della Costituzione europea. Giovanni Reale, noto storico della filosofia di provenienza cattolica, come altri ha sostenuto che il cristianesimo costituisce uno dei fondamenti dell’uomo europeo, avendoci fornito il concetto di uomo come persona, creato a immagine e somiglianza di Dio, logos incarnato in un corpo umano. Cosa ne pensa?

La ragione per la quale non condivido il silenzio sul cristianesimo del Preambolo non è quella di Reale. Quale sia la “vera” identità del cittadino europeo concerne il futuro che saprà darsi, interpretando anche il suo passato e “inverandolo”. Ma togliere dalla sua memoria storica ufficiale ogni riferimento all’esperienza, alla civiltà, alla cultura, all’arte cristiane mi pare una forzatura intellettualistica e aggressivamente dogmatica; insomma, in tutti i sensi una sciocchezza.

 

 

 

 

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