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277 - 16.05.05


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Vite di scarto: quando gli
uomini diventano rifiuti
Massimiliano Panarari

Zigmunt Bauman,
Vite di scarto,
Laterza, pp. 174, euro 15

Ci sono personaggi – e pensatori – che non hanno bisogno di molte presentazioni. È il caso, per esempio, del polacco naturalizzato inglese Zigmunt Bauman, professore emerito di Sociologia a Leeds e Varsavia, uno dei più celebri e significativi intellettuali viventi, la cui elaborazione teorica (di grande suggestione, come la lingua in cui scrive) orienta da anni il dibattito internazionale – meglio, globale… - delle idee. Si tratta del pensatore radicale, che con la maggiore forza e preparazione teorica e con la più brillante vis polemica ha analizzato i guasti della globalizzazione angloamericana, e ne ha denunciato lo snaturamento operato ai danni delle nostre esistenze. Coniando, assai di frequente, categorie ed espressioni (da “amore liquido” o “comunità guardaroba” alla nozione di “irrilevanza dell’interazione”) entrate nel lessico corrente dell’opinione pubblica cosmopolita e dei tanti movimenti no e new global e altermondialisti.

Ora, nel nuovo libro uscito da Laterza, Vite di scarto, è la volta di uno dei principali prodotti del mondo globale: gli scarti e i rifiuti. Di ogni genere, materiali, ma anche e soprattutto – ed è il fondamentale punto di osservazione di uno studioso attento più di ogni altro alle “conseguenze sulle persone” della globalizzazione – umani.
«Un fantasma si aggira fra gli abitanti del mondo liquido-moderno e fra tutte le loro fatiche e creazioni: il fantasma dell’esubero. La modernità liquida è una civiltà dell’eccesso, dell’esubero, dello scarto e dello smaltimento dei rifiuti» (p. 120). Infatti, la cultura liquido-moderna rifiuta la memoria (e la fatica connessa al suo recupero e alla sua custodia), optando per il disimpegno e la molto più facile dimenticanza; come logico, avendo bisogno di inanellare rapidamente novità e discontinuità. Perché il fondamento della modernità, ricorda Bauman citando Paul Ricoeur, risiede nel desiderio di superarsi e oltrepassare la propria identità, rimettendola continuamente in discussione. Essere moderni significa stare perennemente in movimento; e scartare, giustappunto, i progetti non andati in porto e gli oggetti falliti, abortiti o superati. Nel pianeta “saturato” dal progresso economico, i rifiuti (il dark side della produzione, per parafrasare i Pink Floyd) rappresentano l’elemento distintivo della globalizzazione.

E poco importa se nel rapidissimo consumo di ogni cosa, vengono gettati altri esseri umani: tutto ciò che ostacola la corsa incessante della crescita economica costituisce un ostacolo da rimuovere obbligatoriamente. Così è per i popoli del Terzo mondo, la riserva di manodopera a basso costo, oltre che la discarica dei rifiuti, delle Fortezze America ed Europa; e così è per i losers, i perdenti “interni” al Primo mondo, poveri o affetti dalle malattie depressive liquide-moderne, come le chiama lo studioso, che dilagano sempre più. Così è per i migranti, i sans papiers, i richiedenti asilo, i rifugiati e i profughi di guerre, catastrofi ecologiche e tragedie umanitarie. Così è per le vittime degli innumerevoli traffici di una criminalità organizzata che mai si è arricchita tanto come nello “spazio dei flussi” (per dirla alla Manuel Castells), al punto da condizionare in maniera decisiva l’economia globale, una quota considerevole della quale risulta, per l’appunto, di matrice illecita ed illegale. Così è per i lavoratori in esubero rispetto alla logica selvaggia del mercato neoliberista, che delocalizza, espelle, cancella attività produttive con una facilità estrema, in omaggio al dogma della liberissima circolazione dei capitali (e della loro accumulazione nelle mani di un sempre minor numero di padroni). Così è per i prigionieri e i reclusi, espulsi dal ciclo produttivo e oggetto delle attenzioni dello “Stato penale” che, secondo le riflessioni di uno degli allievi prediletti di Bourdieu, Loïc Wacquant, ha sostituito lo Stato sociale, e procede sulla strada di una forzata privatizzazione degli istituti di correzione e delle carceri – perché la diffusa e generale condizione di insicurezza nella quale viviamo, come nota Bauman, è diventata l’ennesima, lauta fonte di business per le corporation che dominano le nostre esistenze. E così è, infine, per i sentimenti e i rapporti privati – dominati dalla paura incontenibile che ciascuno di noi ha della solitudine e del rischio di venire “rottamato” da partners e amici – al punto da trasformare in un travolgente successo commerciale lo speed date, il gioco dell’appuntamento amoroso a raffica che, nei 3 minuti del suo svolgimento, consente di evitare qualunque ipotesi di sofferenza o di reale messa in gioco di se stessi, come prescrive un’epoca nella quale nessuno appare più disposto a patire o a provare passioni forti e autentiche.

Il vecchio Grande fratello della normalizzazione e dell’inclusione violenta di ogni individuo all’interno del suo ordine si è unito, in una inedita “santa alleanza”, con il nuovo Grande fratello dei reality show e dell’esclusione dal “paradiso artificiale” dell’Occidente dei diversi. Antichi e rinnovati strumenti al servizio del dominio di sempre, che oggi assume le forme dello strapotere delle multinazionali. C’è proprio di che stare allegri, dunque…

È un affresco devastante quello che esce dai libri del “grande vecchio” Zigmunt Bauman. Un quadro lucido e spietato, dal quale diventa sempre più urgente – e sempre più difficile – trovare una via d’uscita. Individuarla non è il compito che si è prefissato lo studioso, e quindi attendiamo con trepidazione qualcuno che sappia darci una ricetta almeno in parte vicina al livello della diagnosi baumaniana. AAA. Via d’uscita, prima di diventare tutti quanti “vite di scarto”, cercasi…


 

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