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274 - 26.03.05


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Effetto Zapatero
Giancarlo Salemi

Nessuno se lo sarebbe immaginato. Neanche lo stesso premier José Maria Aznar che, dopo otto anni di “buon governo”, aveva deciso di passare il testimone politico al delfino, Mariano Rajoy, per portare a casa “la continuità, altri 4 anni di sicurezza nel lavoro, nella politica, nel mondo, grazie al centro destra”. Le elezioni politiche del 14 marzo del 2004 dovevano essere una passeggiata per il Partido Popular. A suo favore parlavano i numeri: economia in forte ascesa con un prodotto interno lordo cresciuto mediamente del 3% l’anno, quasi 4 milioni e mezzo di posti di lavoro creati, il tasso di disoccupazione sceso dal 20% all’11%, il reddito pro capite spagnolo passato dal 78,2% del 1995 all’87% del 2003 e, infine, tre riforme fiscali in grado di abbassare sensibilmente il prelievo dell’irpef sui redditi medio bassi. Un successo.

D’altra parte che Aznar avesse fatto bene alla vigilia delle elezioni era opinione diffusa. Come ricorda Juan Pablo Fusi, storico dell’Università Complutense e osservatore dell’evoluzione politica iberica: “La verità è che Aznar fu molto sottostimato all’inizio. Il grigiore, l’apparenza mediocre, la provenienza dall’alta dirigenza delle Finanze, sbattevano contro il carisma di Felipe Gonzalez, uno dei più esperti premier d’Europa, orgoglio per una nazione che cercava riscatto. Si è rivelato invece un uomo con forte senso di autorità, un buon tattico, bravissimo nell’uso dei tempi della politica. Un carattere efficiente, duro, molto tecnico che lascia dietro di sé un’esperienza positiva”.

Un giudizio quest’ultimo condiviso da diversi editorialisti e, in Italia, perfino la Repubblica, quotidiano che ha spesso criticato l’operato del leader spagnolo è costretta ad ammettere che il premier lascia “dopo due mandati un paese più ricco e forte e per questo gli avversari lo rispettano”. Nel reportage scritto da Sandro Viola si legge: “La prova che il grigiastro, ex ispettore delle Finanze, il signor nessuno abbia ben governato, la ho in questi giorni a Madrid quando leggo sui giornali che i sondaggi sul voto del 14 marzo danno la vittoria al centro destra. Perché un anno fa il centro destra sembrava spacciato. Gli spagnoli che nel febbraio del 2003 si dichiaravano contrari alla guerra in Iraq e, quindi, avversi alla politica del governo Aznar (una politica di pieno appoggio agli Stati Uniti e alla guerra) era infatti il 92%. Non il 60, il 70, il 75: erano il 92. Eppure quell’avversione sembra adesso essersi sciolta come neve al sole. Le imponenti manifestazioni pacifiste che la sinistra portò in strada un anno fa non hanno provocato spostamenti decisivi nelle intenzioni dell’elettorato. I sondaggi indicano che dovendo scegliere tra pacifismo e qualità del governo, gli spagnoli sono orientati a scegliere la seconda”.(la Repubblica, 26 febbraio 2004).

Tutta la stampa è d’accordo:
Aznar è stato punito


Eppure non è stato così. Gli spagnoli tra la qualità del governo e il pacifismo, alla fine hanno scelto quest’ultimo. Ma per un evento eccezionale, che nessuno, neanche Aznar, aveva messo in conto. Il terrorismo internazionale. Un colpo al cuore, l’11 marzo, a tre giorni dal voto, dieci bombe alla stazione ferroviaria di Atocha costano la vita a 201 persone. Le immagini di quell’attentato fanno il giro del mondo e portano in strada a Madrid oltre 2 milioni di persone. Il governo sbaglia completamente la strategia di comunicazione e, per bocca del ministro dell’Interno, Angel Acebes, si accusa subito l’Eta, l’organizzazione terroristica basca. Ma bastano poche ore per capire che quel gesto folle, inspiegabile, era opera di una banda di criminali legati ad Al-Qaeda. La Spagna pagava, in pratica, l’alleanza e la fedeltà agli Stati Uniti per la guerra in Iraq. E le elezioni del 14 marzo diventano un successo inaspettato per il leader del partito socialista, José Luis Rodriguez Zapatero.

Un capovolgimento inatteso perfino dalla stampa spagnola. Prima del voto, dal Mundo, all’Abc, al Periodico, perfino La Vanguardia di solito assai scettica con il premier, davano per sicura la vittoria dei popolari. L’attentato terroristico e, soprattutto, la pessima comunicazione, hanno fatto cambiare opinione non solo ai quotidiani comunque ostili al premier, basti pensare al filo-socialista El Paìs che per otto anni è stato all’opposizione del governo Aznar, ma addirittura ai giornali amici e governativi come El Mundo che in una vignetta in prima pagina il giorno dopo la sconfitta sentenziava: “Un calcio ad Aznar nel sedere di Rajoy”. Un epitaffio quello scelto dal quotidiano diretto da Pedro J. Ramirez che ha messo tutti d’accordo: lo sconfitto infatti non è stato Rajoy il delfino di Anzar ma l’ex premier in persona. In un editoriale, sempre sullo stesso giornale, il messaggio è ancora più evidente: “La menzogna, ovvero il fastidioso spettacolo di un’impacciata informazione sugli autori dell’attentato con l’insistente proposizione dell’Eta anche dinanzi a elementi chiari che suggerivano Al-Qaeda ha offeso il sentimento di dolore del popolo”. El Paìs è sulla stessa lunghezza d’onda: “Con quella menzogna Aznar ha riproposto l’immagine meno piacevole della sua ultima legislatura, quella in cui il Governo, forte di una maggioranza assoluta, era apparso troppo arrogante, anche per aver ignorato, con protervia, la volontà popolare contraria al conflitto in Iraq”.

Senza pregiudizi e senza entusiasmi,
El Mundo si avvicina a Zapatero


Una condanna unanime da parte dei quotidiani madrileni. Così, stranamente, diventa quasi un coro universale l’appoggio al neo presidente che, come primo atto ufficiale, come promesso durante la campagna elettorale, ritira il contingente spagnolo dall’Iraq. E lo stesso Zapatero sceglie come primo giornale a cui concedere un’intervista ufficiale il quotidiano un tempo nemico, oggi non più, El Mundo. Il 24 aprile del 2004 incorniciato in una foto gigante in prima pagina annuncia che è pronto “a fare del suo mandato un esempio di democrazia nelle regole e nei comportamenti”, questo perché “il giorno in cui lascerò l’incarico mi piacerebbe che di me si dicesse che non sono cambiato come persona e per evitare gli errori dell’ultimo governo socialista sceglierò personalmente uomini dall’indubbia capacità etica e morale”. Non deve meravigliare comunque che il giornale più filo-Aznar alla fine sia diventato quasi la spalla del nuovo presidente. El Mundo infatti in questi anni ha visto crescere tra i suoi soci, fino ad averne la quasi totalità nella gestione, Rcs Media Group che controlla l’89% di Unidad Editorial, la società editrice del giornale spagnolo. D’altra parte è lo stesso direttore, Ramirez ad ammettere “che bisogna giudicare il nuovo presidente dal suo operato, senza pregiudizi e senza facili entusiasmi”.

Alla ricerca della
memoria collettiva


Un premier che sta già disegnando una nuova Spagna, più laica e più liberale rispetto alle grandi problematiche etiche e sociali. Come sul divorzio, dove un progetto approvato dal Consiglio dei ministri, ne sveltirà i tempi in appena due mesi, eliminando la separazione. O ancora l’aborto: dove è prevista una completa liberalizzazione già nelle prime settimane, e l’eutanasia con la proposta di non penalizzare chi vuole scegliere di non continuare a vivere in condizioni disumane. Tutto questo, insieme alla “madre di tutte le riforme”: il riconoscimento dei matrimoni tra omosessuali. Temi che scuotono le coscienze, che fanno infuriare i vertici della Chiesa e della cattolicissima Spagna ma che hanno trovato l’appoggio della quasi totalità dei media, primo fra tutti El Paìs e di una buona parte della popolazione. Come spiega Jesus Ceberio, direttore del giornale madrileno: “Zapatero è il primo politico spagnolo che arriva al governo senza avere vissuto l’esperienza della transizione post franchista e dunque senza la paura dei politici che lo hanno preceduto e che hanno vissuto questa transizione: la paura cioè dei militari da un lato e dalla Chiesa dall’altro, che sono sempre stati elementi particolarmente condizionanti nella società spagnola. Zapatero era un adolescente all’epoca della transizione, è un prodotto della democrazia spagnola e credo che sia un uomo molto sensibile a tutte le questioni che riguardano l’eguaglianza dei sessi, i diritti delle donne, le libertà civili, le libertà degli omosessuali”.

Un premier che gode dell’appoggio della carta stampata anche quando decide di aprire forse la pagina più dura e triste del popolo spagnolo: quella della guerra civile che dal 1936 al ’39 è costata oltre un milione di vittime. Quattro anni durissimi che saranno analizzati da una Commissione d’inchiesta parlamentare che dovrà stabilire i risarcimenti per i familiari delle vittime. “Una vicenda delicata” ha scritto il sociologo Victor Perez Diaz in un articolo per il Corriere della Sera: “Durante la guerra civile i morti assassinati dietro le linee del fronte furono numerosi da entrambi le parti. I loro resti si accumularono, in alcuni casi, in fosse comuni e anonime. Si tratta di estrarli dalla terra di nessuno (…). Per il momento siamo di fronte a un fenomeno complesso con un nucleo morale ed emotivo ammirevole, quale è quello di rendere onore ai morti per ricostruire una comunità politica morale che è sempre stata, e continuerà a essere, ossessionata dal ricordo della guerra. Riconosciuta la validità di questo nucleo, bisogna domandarsi quali sono le condizioni affinché questi onori funebri compiano la propria funzione rituale, civica, di giustizia e di riconciliazione, e non siano soggetti a usi incivili, ideologici e partitici. La polarizzazione ideologica che minaccia oggi tutti i Paesi occidentali si presenta in ognuno di essi con caratteristiche diverse, che riflettono la loro esperienza storica. Ci troviamo, però, in un momento in cui abbiamo bisogno di consolidare il nostro sentimento di identità collettiva. Gli onori ai nostri morti dovrebbero aiutarci a rafforzare la nostra comunità, non a romperla”. Ed è ciò a cui è chiamato a rispondere il governo Zapatero nei prossimi anni e, con lui, il giornalismo spagnolo, che per molti, forse troppi anni, ha dimenticato di costruire una memoria collettiva intorno alle vittime della guerra civile.


Questo articolo è tratto dalla postfazione del libro L’Europa di carta. Guida alla stampa estera, di Giancarlo Salemi, recentemente apparso in libreria in una nuova edizione riveduta e ampliata, edito da Franco Angeli nella collana “Studi e ricerche di storia dell’editoria” diretta da Franco Della Peruta e Anna Gigli Marchetti.

 

 

 

 

 

 

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