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274 - 26.03.05


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Il salto nel buio del giornalismo europeo
Giancarlo Salemi

Qualcosa si è rotto. La carta stampata europea sembra oramai priva di un vero orientamento, arranca tra crisi editoriali e spregiudicate rincorse ai temi e ai linguaggi televisivi. Il grande salto nel vuoto è cominciato con l’attentato dell’11 settembre alle Torri Gemelli di New York. Si è entrati nella storia in diretta, vivendo in tempo reale gli avvenimenti, dagli Stati Uniti al Medio Oriente fino alla tragedia nella scuola di Beslan, nell’Ossezia. Un grande circuito rumoroso ha scomposto e scompaginato i giornali tradizionali, quelli abituati alle analisi, al ragionamento, “alla lettura dei fatti”. Di fronte al pericolo del terrorismo internazionale, di una possibile terza guerra mondiale come l’ha definita con un punto di domanda qualche commentatore, dello scatenarsi di una violenza assurda secondo i principi etici e di democrazia dell’Occidente, il giornalismo europeo si è scoperto vulnerabile, impaurito, privo di quello slancio vitale, come direbbe Henry Bergson, necessario per reagire e proporre. Giornali che diventano sempre più compact, come la scelta operata nel Regno Unito dal Times e dall’Independent e in Germania da Die Welt, a caccia di nuovi lettori, molti per la verità inesistenti, puntando sempre più all’immagine, alla vetrina, piuttosto che alla valorizzazione testuale. Un’informazione fast food come l’ha definita il cattedratico dell’Università di Navarra, Carlos Barrera che ha finito per assimilare il peggio del giornalismo americano “caratterizzato da anni da un’informazione globale, veloce, ma soprattutto ripetitiva nelle immagini e prevedibile nei temi, sempre più influenzati dalla logica dello spettacolo”. Al punto che proprio dall’altra parte dell’oceano arriva la profezia di un grande studioso, Dan Gillmor, che, nel suo ultimo saggio We the Media: Grassroots Journalism by the People, for the People, dichiara senza mezzi termini che, grazie alle nuove tecnologie e ai nuovi linguaggi “il giornalismo tradizionale, in grado di gerarchizzare l’informazione, non esiste più. Oggi è il lettore che cerca le news di cui ha bisogno e, nel contempo, diventa lui stesso un vero reporter”.

Ma non è solo una questione di linguaggi. Alcuni quotidiani in questi anni hanno infranto dei veri e propri tabù se si pensa che in Francia monumenti dell’informazione come Le Monde e Le Figaro si piegano alle leggi del mercato e arrivano nelle edicole accompagnati da film, cd e dvd. Un evento inatteso perfino per i commentatori d’oltralpe. Altri giornali, poi, non sanno prevedere né spiegare perché dei treni in corsa esplodono in una fredda mattina di marzo nella stazione di Madrid provocando la morte di 201 persone innocenti. Una strage capace di mutare perfino l’esito, quasi scontato, delle elezioni politiche.

Questa stampa non sa stare più dietro gli avvenimenti. In fondo, rispecchia un malessere generale e generazionale che si respira nel Vecchio Continente. L’Europa appare come un gigante immobile che non riesce a crescere nell’economia, che poco ha creduto nella Costituzione e nelle riforme sociali, che con l’euro, una moneta che ancora oggi in pochi sentono propria, ha fortemente indebolito il potere d’acquisto delle famiglie, così come non è riuscita nel campo della difesa a dotarsi di un esercito unico e non ha saputo fronteggiare il tema dei clandestini e di quella grande risorsa di idee, culture e lavoro che è invece l’immigrazione regolare. Se l’Europa è ferma, anche il giornalismo che ne è la riproduzione più fedele, una sorta di “storia quotidiana” non sa più che direzione imboccare. Perché anche quei pochi punti fermi nel nostro immaginario stanno lentamente scomparendo. Come in Francia, terra dell’illuminismo di Voltaire, Diderot e dei diritti dell’uomo e delle libertà, dove si vieta alle donne islamiche di indossare il loro copricapo. In Spagna dove il socialismo da reale diventa realista e autorizza il matrimonio tra coppie omosessuali e perfino l’adozione di minori. O, senza scomodare i grandi temi etici e politici, in Gran Bretagna dove, a Londra, si decide per sempre di mandare in pensione il famoso autobus a due piani, simbolo di un’Inghilterra che non c’è più.
Forse un po’ come questo nostro giornalismo.


Questo articolo è tratto dalla postfazione del libro L’Europa di carta. Guida alla stampa estera, di Giancarlo Salemi, recentemente apparso in libreria in una nuova edizione riveduta e ampliata, edito da Franco Angeli nella collana “Studi e ricerche di storia dell’editoria” diretta da Franco Della Peruta e Anna Gigli Marchetti.

 

 

 

 

 

 

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