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274 - 26.03.05


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Una pagina tutta per l’Europa?
Daniele Castellani Perelli

Quanto spazio riservano i media all’Europa? Le si dovrebbe dedicare una pagina apposita sui quotidiani, così come esiste quella della politica interna? E inoltre: è vero che l’Europa è difficile da comunicare, e che raramente “fa notizia”? A Modena, al seminario “Comunicare la Nuova Europa”, le Rappresentanze in Italia della Commissione e del Parlamento europeo hanno invitato giornalisti ed esperti a discuterne, e ne è nato un dibattito per nulla scontato.

La tavola rotonda è stata aperta dall’europarlamentare Vittorio Prodi, del gruppo dei Liberaldemocratici (Alde), che ha constatato soddisfatto come il peso del Parlamento europeo sia aumentato sempre più, come dimostrano prima lo scontro tra l’eurodeputato tedesco Martin Schulz e l’allora presidente di turno dell’Unione Silvio Berlusconi e poi il caso Buttiglione, il commissario italiano bocciato dall’emiciclo di Strasburgo. D’altronde, il nuovo trattato costituzionale è destinato ad accrescere il ruolo dell’istituzione più democratica dell’Ue, e tutto ciò, ha detto Vittorio Prodi, dovrebbe spingere i media del continente ad occuparsi di più dell’Europa e del suo parlamento in particolare: “Va crescendo l’autocoscienza di questa istituzione, la cui identità è stata affermata dallo stesso Presidente americano George W.Bush, che nel suo recente viaggio in Europa ha incontrato il presidente del Parlamento Josep Borrell. Gli Usa si stanno convincendo che l’Europa ha quel numero di telefono di cui lamentava l’assenza Henry Kissinger – ha rivendicato Prodi – ed è anche per questo che occorre ora costruire un ceto culturale e politico comune, nonché un ceto di comunicatori comune”.

Della stessa opinione si è mostrato Enrico Singer, corrispondente da Bruxelles de La Stampa, tanto da auspicare che sui quotidiani nazionali possa nascere, come avviene ad esempio sul francese Le Monde o sul pur antieuropeista Financial Times, una pagina dal titolo “Europa”, distinta da quella di “Esteri”: “D’altronde – ha spiegato Singer – dobbiamo renderci conto che ormai l’Europa non è più ‘esteri’”. “Diamo un’informazione episodica dell’Europa, c’è una fiammata sulla Turchia, poi una sulla Costituzione. Manca un filo continuo d’informazione – ha argomentato Singer – Così il lettore non ha gli strumenti, e ogni volta servono tre pagine per spiegare gli antefatti”. Invece, secondo Singer, una pagina sull’Europa potrebbe ricreare quel filo conduttore: “Ci sono già i temi. Cosa c’è di più affascinante del raccontare quest’avventura, del creare una narrazione e dei personaggi per questo nuovo risorgimento europeo? La materia da raccontare c’è. Bisogna solo trovare gli spazi”.

Giuseppe Sarcina e Giovanni Salimbeni non si sono però detti d’accordo. Il secondo, direttore dell’Ufficio per l’Italia del Parlamento europeo, ha ricordato che le “pagine sull’Europa c’erano già 30 anni fa, e sono state chiuse perché nessuno le leggeva”. Per il primo, corrispondente da Bruxelles del Corriere della Sera, è “controproducente fare pagine sull’Europa se poi sono noiose”: “Magari ogni settimana avessimo un caso Buttiglione, o un dibattito sulla lingua italiana esclusa dalle lingue ufficiali delle conferenze stampa – ha spiegato Sarcina – Il caso Buttiglione è stato una delle poche cose divertenti che sono successe a Bruxelles l’anno scorso”. Il senso dell’intervento del giornalista del Corriere è che, con tutta la simpatia che si può provare verso l’Europa, tuttavia i giornali si fondano sulle notizie, e se un documento della Commissione non dà notizia, non se ne può scrivere: “Se non ci sono facce, personaggi, se non c’è un titolo, è impossibile da comunicare. Non possiamo titolare ‘La Commissione ha approvato tale documento’, perché è contro qualsiasi regola della comunicazione”. Pertanto, l’unico modo con cui tuttora i media possono occuparsi d’Europa è, secondo Sarcina, quello di partire da temi europei e leggerli attraverso lenti nazionali, come fanno già oggi tutti, “dal Financial Times a El Paìs ai quotidiani polacchi, che per esempio sono ora concentrati sull’Ucraina per gli evidenti riflessi interni”. Il giornalista del Corriere ha lamentato anche che gli stessi politici italiani a Bruxelles, come è successo nel caso Buttiglione, fanno pressioni sui giornalisti con l’intenzione di sfruttare i fatti europei per mero interesse politico interno, nazionale, e così i politici spesso “trasformano l’Europa nel retrobottega dei partiti italiani”.

L’ultimo rilevamento di Eurobarometro (ottobre 2004) dice intanto che aumenta il desiderio da parte dei cittadini dell’Unione di vedere accelerato il processo di costruzione europea. Il 56% è favorevole all’allargamento ad est (+ 8% rispetto al semestre precedente), il 68% è favorevole al nuovo Trattato costituzionale (+ 5%), e un cittadino su due ha un’immagine positiva dell’Unione (+ 6% rispetto alla primavera 2004). L’Europa, almeno in Italia, nonostante il caro-euro e il mancato coordinamento sulla vicenda in Iraq, ottiene sempre maggiori consensi. Per portarla più vicina ai cittadini, la Commissione europea ha attivato fin dagli anni ’60 una politica di prossimità, che si è concretizzata nella realizzazione di un servizio generale di informazione sull’Ue.

Nel 2001, all’interno del Libro bianco della Commissione, il tema dell’informazione e della comunicazione verso i cittadini è stato posto tra le priorità: rendere più trasparente il funzionamento dell’Unione, era scritto, significa “favorire l’accesso dei cittadini a una buona informazione sulle questioni europee, offrire loro la possibilità di partecipare al dibattito europeo e di seguirne il processo politico nelle sue varie fasi”, e “informare e comunicare di più e meglio è la condizione per sviluppare il sentimento di appartenenza all’Europa”.

Il Presidente della Convenzione, Valery Giscard d’Estaing, ha chiesto fortemente alle istituzioni degli Stati membri di “spiegare e semplificare” l’Europa ai cittadini, e lo stesso Presidente della Commissione José Manuel Barroso, ha dichiarato: “Ritengo particolarmente importante che l’Europa sappia comunicare. L’apatia riscontrata in occasione delle ultime elezioni europee è preoccupante. Occorre comunicare più chiaramente alla gente cosa fa l’Europa e perché lo fa”. Barroso, con questo obiettivo, ha istituito anche uno specifico portafoglio sulla Comunicazione, affidandolo alla vicepresidente Margot Wallström.

Jürgen Habermas e Jacques Derrida hanno scritto che il 15 febbraio, con le manifestazioni contro la guerra in Iraq svoltesi nelle maggiori capitali del continente, è nata l’opinione pubblica europea. Resta però il fatto che, con l’eccezione di realtà come la Bbc, The Economist o il canale franco-tedesco Arte, sono in pochi gli operatori mediali a possedere una prospettiva autenticamente europea. E se i media non si fanno europei, nella proprietà e soprattutto nei contenuti, la bella speranza di Habermas e Derrida rischia di rimanere a lungo solo una bella illusione.

 

 

 

 

 

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