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274 - 26.03.05


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Libertà d’espressione
tra norme e divieti
Elisabetta Ambrosi

Vincenzo Zeno-Zencovich,
Libertà d’espressione. Media, mercato,
potere nella società dell’informazione,
Il Mulino, 2005, pp. 167, euro 11,50

 

Libertà di espressione: è sempre lecita in tutte le sue forme e manifestazioni? A questo interrogativo, che attraversa il recente volume di Vincenzo Zeno-Zencovich, Libertà d’espressione. Media, mercato, potere nella società dell’informazione, l’autore risponde affermativamente: “La manifestazione del pensiero è – o dovrebbe essere – libera quale che sia il mezzo utilizzato, e i mezzi sono infiniti”. Questa tesi non ha alcuna natura provocatoria: al contrario, è il risultato di un sofisticato ragionamento filosofico-giuridico sulla natura dei divieti imposti alla libertà di manifestare, sempre e comunque, la propria opinione. Infatti “se si accetta l’idea che la libertà di manifestazione del pensiero – come ogni libertà – conosca dei limiti, appare necessario fornire una organica e coerente loro giustificazione” (pag. 21). Ma proprio questo tipo di giustificazione è, secondo Zeno-Zencovich, assente in numerosi casi che l’autore analizza singolarmente.

Tv e stampa, pari sono

È inaccettabile, sostiene Zencovich, che si introducano discriminazioni tra i diversi generi, libro sceneggiato, rotocalco, fumetto, etc, così come tra modalità di diffusione di uno stesso genere (tv tradizionale, satellite, via cavo, a pagamento). In altre parole, né il genere né il tipo di tecnologia possono incidere sulla giustificazione normativa di un divieto. Per questo l’autore contesta i limiti ai contenuti della programmazione televisiva, come il divieto di mandare in onda taluni programmi in alcune fasce orarie, sostenendo che a nessuno verrebbe in mente di impedire la pubblicazione di Lady Chatterley perché portatrice di conseguenze nefaste sulla moralità dei singoli. Queste considerazioni si basano inoltre sulla constatazione che la «fruizione si atteggia sempre più come accesso ad una banca dati di immagini e suoni, il cui contenuto, la cui durata, il momento, il luogo sono decisi di volta in volta con dagli utenti, in maniera non dissimile di quando si sceglie un libro o una rivista, si noleggia una videocassetta, si compra o si scarica un brano musicale» (p. 55). In questo senso, l’autore auspica che la disciplina televisiva si avvicini all’editoria, estendendo alla prima le libertà della seconda e affidandosi unicamente a forme di autoregolamentazione individuale.

Nel libro si contestano anche le denunce relative all’«abuso» di televisione e al (presunto) cattivo influsso su bambini e adulti. Perché mai, infatti, la televisione dovrebbe far male in sé? Quali gli indicatori attendibili? A chi spetta decidere qual è la parte buona e quella cattiva della televisione? E nella quantità non dovrebbero essere forse i singoli individui a decidere, come per cibo e alcolici?
Un discorso analogo viene fatto per l’utilizzo politico della tv. La tv influenza l’opinione dei cittadini, si dice. Ma anche qui l’autore si chiede perché solo per tale mezzo valga la regolamentazione, e non per tanti altri fattori che comunque incidono vistosamente sulle opinioni dei singoli. Inoltre, Zeno-Zencovich individua la vera fonte del conflitto di interessi non tanto nell’insufficienza delle norme antitrust, quanto piuttosto nel fatto che a dettare le regole sull’uso o il non uso politico della tv è la stessa politica, e che pertanto tali regole non saranno in nessun caso veramente imparziali. Inoltre, sempre a proposito di regole antitrust, si chiede quale sia la motivazione specifica per la quale la stampa dovrebbe essere protetta più che la televisione. Meglio anche qui, quindi, affidarsi a una regolamentazione e a un uso responsabile del mezzo.

Ancora, nel libro si contestano le rigide norme di accesso alla professione giornalistica, non giustificate da nessuna ragione di interesse pubblico. Contestata è anche la logica stessa del servizio pubblico, che avrebbe la sua ragion d’essere solo se quel servizio non fosse presente nel mercato, cosa che di fatto non è, visto che i servizi radiotelevisivi non hanno costi eccessivi e sono facilmente duplicabili. A riguardo della pubblicità, infine, l’autore si interroga su chi e in base a quali criteri decida perché un prodotto sia nocivo e quindi non vada pubblicizzato: molte cose possono essere strumenti distruttivi, e in questo senso le auto non sono certo diverse dalle sigarette.

Un’ultima stoccata è poi rivolta ad alcuni divieti legati eminentemente a ragioni storiche, come ad esempio il reato di apologia di fascismo: infatti, esso si motiva unicamente in base ad un giudizio storico, e non giuridico. Eppure, aggiunge l’autore, «chi negasse la rotazione della terra attorno al sole sarebbe giudicato solo dall’opinione pubblica e non da un tribunale» (p. 120).

Un ottimismo eccessivo?

Due sono le tesi che fanno da sfondo al volume. La prima è che «l’importanza della libera manifestazione dovrebbe portare a ridurre al minimo gli interventi esterni, che dovrebbero essere giustificati dal conseguimento di risultati altrimenti non raggiungibili. (p. 109). La seconda risiede nel rifiutare l’idea che «il consumatore di idee sia diverso dal consumatore di prodotti materiali, e cioè che in questo secondo caso sappia orientarsi da solo diversificando le sue scelte, mentre nel primo subisca un’irresistibile attrazione verso un’unica idea, che solo la mano visibile dell’intervento statale può – per il solo benessere intellettuale – impedire» (p. 45): in questo senso l’autore rifiuta nettamente l’«invadente paternalismo» dello stato nel “mercato” delle idee, che appare ai suoi occhi del tutto ingiustificato.

Il volume vuole fornire un’analisi attenta del sistema complessivo delle libertà, che mostri come la libertà di manifestazione del pensiero sia parte di un fascio di libertà strettamente connesse tra di loro. Infatti, «è l’insieme che va visto nei suoi nessi, non solo per stabilire qual è lo stato della libertà di espressione, ma anche per comprendere in che direzione essa si stia muovendo» (p. 162). Una visione complessiva e comparata permette di rendere manifeste le ragioni della frastagliata regolamentazione nel campo della radiotelevisione e della pubblicità, «per consentirne il controllo e ridurne l’arbitrarietà». Il che, aggiunge l’autore, «non significa condividerle tutte, ma solo comprenderle meglio» (p. 163).

Certamente è possibile condividere questo tipo di approccio, che rivendica la necessità di una giustificazione normativa alle limitazioni della libertà di espressione: queste ultime infatti, proprio in quanto hanno effetti sempre pesanti sulle vite dei singoli, devono essere animate da medesimi criteri, per evitare ingiustizie e anacronismi. In questa prospettiva, è certamente vero che è meglio non avere nessun divieto piuttosto che cattivi divieti.
Tuttavia, la tesi, tutta liberale, dell’autoregolamentazione dei singoli pecca forse di eccessivo ottimismo, e nasconde una immagine dell’uomo come individuo adulto anzitutto, razionale, pienamente consapevole e refrattario a ogni forma di condizionamento nascosto: si tratta di una immagine poco realistica, che rischia di lasciare senza protezione le persone più indifese, come i minori o chi non possieda le capacità culturali o psichiche per attuare quella forma di autoregolamentazione che l’autore così frequentemente invoca.

Più in generale, un rilievo critico che si può muovere al libro è quello di operare un ragionamento su un piano neutro, avulso da riferimento alle concrete situazioni storiche: così, ad esempio, il rifiuto dell’autore di alcuni divieti in quanto motivati da drammatici eventi storici come lo sterminio degli ebrei può in parte essere contestato, e non perché non tutti i divieti debbano essere motivati, quanto piuttosto in virtù del fatto che spesso sono proprio le ragioni storiche a fornire quella legittimazione normativa di cui le regole hanno sempre bisogno. La fonte della normatività, come molti filosofi contemporanei hanno mostrato, può risiedere anche nella stessa esperienza storica: questo è il caso ad esempio della tradizione di common law anglosassone, ma anche delle Costituzioni, che sono riflettono sempre e profondamente la società e il momento storico nel quale esse sono nate.

 

 

 

 

 

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