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274 - 26.03.05


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Donne e giornali,
come è dura far carriera
Elisabetta Ambrosi

Milly Buonanno
Visibilità senza potere.
Le sorti progressive ma non
magnifiche delle donne giornaliste italiane,
Liguori Editore, pp.123, euro 12,5

 

Se chiedessimo quali sono i volti di giornalisti che la gente comune (e non solo) associa alla guerra irachena, avremmo certamente l’impressione che il giornalismo sia ormai saldamente in mano alle donne, e a donne sicure di sé, della propria femminilità ma soprattutto delle proprie idee e competenze.
La realtà è molto diversa, secondo Milly Buonanno, docente di Sociologia della comunicazione a Firenze, che da venticinque anni segue con passione e finezza il mondo del giornalismo femminile. La visibilità femminile è reale, ma è una visibilità priva di potere: questa la tesi di fondo, che fa anche da titolo, al volume Visibilità senza potere. Le sorti progressive ma non magnifiche delle donne giornaliste italiane (Liguori Editore).

Così se, come scrive Miriam Mafai nella prefazione al libro, è vero che “la femminilizzazione del giornalismo italiano è un fatto”, per cui le donne sono finalmente presenti non solo nei tradizionali settori del costume e dello spettacolo, in cui erano state relegate,ma anche nei più decisivi campi della politica, dell’economia e della cultura, tuttavia i dati a disposizione parlano chiaro. E la realtà che raccontano è fatta di disparità evidenti, direttamente proporzionali al livello di carriera: se è pur vero che la percentuale complessiva delle donne giornaliste è passata dal dieci per cento degli anni Settanta al quasi trenta di oggi, dati del 2001 relativi ai quotidiani, vera cartina di tornasole dei rapporti di potere (per i periodici i dati sono diversi, vista l’alta percentuali di riviste femminili: che, se pure sono molto diffusi, non incidono sull’opinione delle élite detentrici del potere politico ed economico), mostrano come nel ruolo di direttore e di vicedirettore la percentuale femminile sia del 2 per cento, quella di caporedattore e vicecaporedattore rispettivamente dell’8 e 9 per cento, quella di caposervizio e vicecaposervizio del 12 e 20 per cento. In altre parole, le statistiche infrangono quello che la studiosa Marjorie Ferguson ha a suo tempo definito come il “mito ottimistico”, secondo cui l’ingresso di un gran numero di donne nella professione giornalistica avrebbe prodotto rapidi mutamente anche nella distribuzione del potere.

In ogni caso, si tratta di dati che non stupiscono chi è abituato a vedere tutte le cariche pubbliche, dai politici ai professori universitari, ricoperte da uomini in percentuali ancora più schiacciante di quelle di paesi considerati poveri e sottosviluppati, e che ci pongono ultimi in Europa quanto a presenza femminile sul lavoro e in particolare nei ruoli di potere. Eppure, come nota l’autrice con un filo di rammarico, è difficile trovare, tra le giornaliste, voci invocanti una qualche prospettiva di genere. “C’è in parte il comprensibile timore di risvegliare una ormai insopportabile cultura del lamento, o di non riuscire a sollevarsi dal piano di una pur legittima rivendicazione di pari opportunità, ma in molte c’è la percezione fastidiosa di una questione arretrata, o superata, o che semplicemente non esiste. Senza alcun rimpianto per la stagione movimentista o per le mitologie palingenetiche dell’informazione salvata o almeno trasformata dalle donne, provo a ricordare con questo libro che sulla presenza femminile nel giornalismo c’è ancora, sotto molti aspetti, da dire e soprattutto da comprendere” (p. XV).

La parte più interessante del volume risiede invece nella ricerca delle cause che producono la disparità. Cause che l’autrice, dotata di una scrittura suggestiva, non ricerca saggiamente solo in ragioni di tipo oggettivo, strutturale, ma anche e soprattutto di tipo culturale. Ancora più interessante è notare come la Buonanno indaghi soprattutto le ragioni più profondamente soggettive tra le giornaliste, quelle di tipo psichico, così determinanti nell’autoaffermazione e nel successo.

Tra le ragioni oggettive, l’autrice individua la natura del nostro tipo di giornalismo, caratterizzato dall’orientamento elitista e dal primato della politica, laddove il giornalismo popolare non ha mai preso piede. Un secondo motivo risiede nei meccanismi che permettono l’accesso alla professione, di tipo cooptativo: se pure è vero infatti che i canali familiari e politici hanno talvolta funzionato da meccanismi di egualizzazione sociale e sessuale delle opportunità, tuttavia, in generale, un giornalismo indifferente alla selezioni meritocratica ha finito per penalizzare le donne (ed è per questo che le donne affollano le scuole di giornalismo, nella speranza di trovare una forma di accesso svincolata da logiche di potere).

Un ulteriore e significativo fattore che provoca rinunce di carriera e abbandoni della professione da parte delle donne risiede nella “difficile conciliabilità di un mestiere ‘saturante’ e relativamente sregolato nelle scansioni temporali, con compiti femminili di gestione della vita domestica, di accadimento e cura dei membri della famiglia” (p. 10). La doppia presenza è avvertita come faticosissima, e spesso lavorare è possibile solo a prezzo di una drammatica rinuncia al privato.

Ma veniamo alle ragioni di tipo culturale e psicologico. Le componenti delle corti post-anni Settanta vivono certamente il giornalismo in maniera nuova e innovativa, senza avvertirlo come “necessariamente sacrificale e dimidiante”. E questo produce, secondo l’autrice, “una minore affannosità e insicurezza o, per volgere le cose in positivo, una disposizione più calma, risoluta e autoconfidente delle donne giornaliste nello svolgimento del proprio lavoro, e una qualche drammatizzazione del conflitto tra vita professionale e vita familiare” (p. 21).

L’autrice divide originalmente le giornaliste in quattro categorie: le grandi emancipate, o pioniere, che hanno esordito negli anni Cinquanta e Sessanta, vivendo avventure solitarie e durissime in termini di sacrifici personali; le politiche, o innovatrici, una leva di giornaliste entrate nella seconda metà degli anni Settanta, provenienti da esperienze di militanza e di stampa politica e di movimento; le neo-emancipate, leve giornalistiche degli anni Ottanta, motivate, competenti e competitive; infine, le ultime arrivate, che sfuggono ad ogni identificazione precisa e ancora invisibili sebbene costituiscano la metà delle giornaliste complessive.

Tuttavia, sostiene l’autrice, per accedere ai posti di comando bisogna volerlo, ed essere disposti ad entrare nell’arena della competizione. Ma la gran parte delle giornaliste oggi cinquantenni, le cosiddette politiche, si è astenuta dalla competizione, non certo per mancanza di capacità di competere, ma perché avversa alle regole del gioco elaborate dai maschi e quindi contrarie, a volte con venature ideologiche, alla competizione per la carriera. Diverse le motivazioni: “il rifiuto degli aspetti sporchi e duri del comando, il dis-gusto della gestione dei conflitti, l’insofferenza del carico delle responsabilità e delle decisioni”, ma anche, oltre alla scelta di preservare spazi e equilibri di vita impossibili a livelli alti, una “imputazione valorial ‘difforme’ e anticonformista, secondo la quale conta di più acquisire autorevolezza e prestigio che potere, ed è assai più gratificante e autorealizzativo scrivere che dettare e distribuire i temi di cui altri scriveranno” (p. 35). In questo senso, secondo l’autrice, le donne non utilizzano quella categoria dell’auto-esclusione su cui l’identità femminile è stata socialmente costruita: la scelta di restare fuori è piuttosto il frutto di una valutazione strategica sui costi e i benefici della carriera, «i quali, ove eventualmente – ma non troppo probabilmente – fossero stati coronati da successo, avrebbero comportato la vera rinuncia delle prerogative predilette dalle donne, e di certo da una generazione colta e intellettualizzata: l’esercizio della scrittura, le sollecitazioni cognitive e creative del contatto con la realtà, la marca distintiva della firma o della presenza riconoscibili» (p. 36).

Insomma, una scelta di visibilità, ma a prezzo della rinuncia a scendere nell’arena della competizione. Arena in cui in cui sono invece più numerose le esponenti delle generazioni successive, cosa che tuttavia non costituisce garanzia, secondo l’autrice, di un riequilibrio di poteri tra i generi.
Proprio sul filo del rapporto tra autoesclusione consapevole da un lato e accettazione consapevole e serena della competizione dall’altro, può forse emergere un percorso originale, che faccia della diversità un punto di forza. Le donne, si tratta di una constatazione, si trovano a disporre di due risorse ad elevato potenziale etico: la distanza dal potere, e la diversificazione interna. “Lavorare sulla diversità e sulla distanza dal potere, e usarle come risorse per costruire una nuova visione del giornalismo e delle sue pratiche” può quindi costituire una alternativa al giornalismo ‘maschile’. Certo, aggiunge l’autrice, “se le donne giornaliste, e quante, abbiano voglia di farlo è difficile dire. Negli anni passati è andata dispersa le messe delle illusioni, ma è ciò che sempre accade, appunto, alle illusioni: oggi c’è maggiore consapevolezza ed esperienza, maggiore forza, e una urgenza più pressante a decelerare, quanto meno, la corsa dell’informazione verso punto di non ritorno. Se non si tentasse nulla, andrebbe disperso molto più che le illusioni” (p. 106).

 

 

 

 

 

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