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274 - 26.03.05


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Quotidiani, lo specchio di un paese
Giancarlo Bosetti

Questo articolo è la prefazione del libro L’Europa di carta. Guida alla stampa estera, di Giancarlo Salemi, recentemente apparso in libreria in una nuova edizione riveduta e ampliata, edito da Franco Angeli nella collana “Studi e ricerche di storia dell’editoria” diretta da Franco Della Peruta e Anna Gigli Marchetti.


Dovunque ci si aggiri per l’Europa della carta stampata capita fatalmente di ascoltare e leggere parole cupe, o per lo meno di ansia, sulla sorte della stampa. Forse questo dipende dal fatto che di solito sono i giornalisti a occuparsi di giornali, e sono per questo più sensibili (dei manager, degli industriali, dei banchieri, dei politici) alle sorti di una testata. Forse sono portati a esagerare perché sanno, sappiamo, meglio di altri, che la fine di un giornale, una ristrutturazione, una riduzione di budget, un cambio di rotta editoriale, hanno dei costi umani elevati, ma anche che la varietà e ricchezza delle iniziative, la vitalità di pubblicazioni capaci di far sentire la loro voce indipendente, o comunque plurale e contrapposta ad altre, è un indizio certo di libertà.

Uno sguardo oltre frontiera

Le loro, le nostre, preoccupazioni sono dunque fondate, perché quando i dati della diffusione dei giornali sono brutti, ristagnano o diminuiscono, stiamo perdendo qualcosa di importante nella qualità di una opinione pubblica. Ed è necessario, per capire quel che accade, che delle condizioni di salute della stampa ci facciamo una visione che vada al di là dei confini nazionali, che comprenda se non tutti i paesi europei almeno quelli che ne hanno costituito finora il cuore dal punto di vista della storia del giornalismo. Sta qui la utilità di questo libro: un tema del quale gli europei sono generalmente esperti, ciascuno per il paese e per la lingua sua, è qui trattato in modo sintetico e chiaro, scavalcando i confini nazionali e confrontando quattro grandi storie diverse, la inglese, la tedesca, la francese e la spagnola. La quinta, quella italiana, non c’è, non ha il suo specifico capitolo, ma attraversa tutto il libro per via dei frequenti rimandi alle vicende di casa nostra viste nel modo in cui si rispecchiano nella stampa estera. E poi la stampa di casa gli italiani (quelli, una minoranza, che i giornali li legge) la conoscono, anche se il libro li aiuterà a vederne le caratteristiche, attraverso confronti e contrasti con quella estera, sotto una luce nuova.

Siamo tentati, in Italia, e con molto fondamento, di guardare alla stampa di altri grandi paesi, paragonabili all’Italia per dimensioni e reddito, con una certa invidia per due ragioni fondamentali, molto elementari: la prima è che i giornali vi si vendono molto di più (in Francia) o enormemente di più (in Germania e in Inghilterra), la seconda che dovunque in Europa (anche in Spagna) i giornali hanno più pubblicità che da noi e sono dunque molto più forti nella competizione con la televisione. Queste differenze sono così marcate che è inevitabile parlare di una anomalia italiana, che non accenna a ridursi, ma tende anzi ad aggravarsi. Tuttavia quando si getta lo sguardo oltre frontiera si trova sì una situazione, comparativamente, molto più florida, ma con evidenti segnali di crisi anche lì. Crisi e trasformazione. La situazione non è per niente ferma, al contrario offre e prepara sorprese.

Il panorama europeo

Le pagine di L’Europa di carta spiegano perché e come. Su una scala economica e aziendale più alta che da noi si accentuano i processi di concentrazione e passaggi di proprietà; si acutizza la competizione con la tv commerciale; i mutamenti sociali e del costume erodono ovunque la forza del discorso pubblico standard di altri tempi, riducono la presa del modello di cittadino istruito su basi “tipografiche” (come le avrebbe definite Neil Postman) e affidano un peso crescente alla comunicazione per brevi battute di pochi secondi, alla politica condotta attraverso gli spot televisivi o le comparizioni nei telegiornali (che è quasi la stessa cosa). E dunque sarebbe inutile cercare facili alternative del genere: facciamo come loro. Inutile, impossibile e anche sbagliato. Perché la storia dei grandi giornali è la storia del carattere di un paese, delle sue élites, del suo popolo, dei loro gusti e tic. Troviamo il Times vittoriano di una classe dirigente che sapeva tutto della crisi in Indocina ma si appassionava di più alla vendita di un cavallo, e troviamo il Sun di Murdoch che il giorno in cui Blair annuncia l’entrata in guerra in Afghanistan sceglie di aprire con la paperella di plastica gialla che la Regina Elisabetta tiene nella sua vasca da bagno. Seguiamo la nascita degli austeri giornali del dopoguerra tedesco, la Frankfurter Allgemeine Zeitung e la Sueddeutsche, ma anche il trash della Bild di Springer, che forte di oltre quattro milioni di copie conquista ora in pochi mesi la Polonia con il gemello Fakty, subito a quota un milione. E poi i desideri di De Gaulle che si incarnano nella nascita del mitico Le Monde di Hubert Beuve-Mery fino alle durissime polemiche che hanno tuttora al centro il quotidiano di Jean Marie Colombani. O la lunga agonia del Caudillo da cui scaturirà la nuova Spagna del Pais, il giornale che passerà i suoi guai accompagnando Felipe Gonzalez nella disavventura del caso Gal, lo stesso scandalo che farà le fortune editoriali del Mundo, il giornale che appoggia Aznar ma non risparmia per questo colpi al Berlusconi di Telecinco.

Compact, tabloid e d’élite.

Per i lettori italiani la nozione forse più importante che risulta dalla conoscenza del giornalismo degli altri grandi paesi europei è il dualismo, un dualismo di classe, di reddito, di cultura e anche di funzioni, che caratterizza i paesi dove si legge molto di più che da noi. Quanto più si legge, tanto più la «evoluzione della specie» (dei quotidiani) ha prodotto una differenziazione delle funzioni: ci sono i giornali di élite da una parte e quelli popolari dall’altra. Da noi, al contrario, i grandi quotidiani hanno seguito una via di mezzo, portando le vendite molto al di sopra delle medie dei quotidiani di qualità inglesi o tedeschi, ma certo lontanissimi dai milioni di copie (più di tre il Sun, più di quattro la Bild) dei tabloids.

Non è detto che qualcosa non cambi, in quel senso, anche da noi in futuro. La lezione di un tabloid che improvvisamente invade un grande paese, come avvenuto con Fakty, potrebbe ispirare nuovi tentativi di creare un popolare italiano, a più di vent’anni dal fallimento dell’Occhio. Ma tutto il mercato europeo è in forte evoluzione. La decisione del Times di passare al formato tabloid, ovvero compact (dovremo chiamarlo così probabilmente anche noi, dal momento che la parola tabloid sta a indicare sempre più una formula, quella del giornale popolare, non un semplice formato) dopo una fase sperimentale in doppia versione, può essere davvero l’inizio di una rivoluzione, che riguarderà necessariamente anche i contenuti, lo stile, la scrittura. E il Times non è solo su questa strada: c’è anche la amburghese Welt, c’è l’Indipendent, altri seguiranno. La scelta poi di portare nelle edicole film, libri e dischi – una via nella quale è stata decisamente l’Italia ad aprire la strada – sembra trovare imitatori in Francia e in Germania: messi economicamente alle strette, come da noi è accaduto prima e più pesantemente, i giornali sono spinti a esplorare tutte le possibilità di sfruttamento del proprio marchio e del proprio circuito di distribuzione. Intanto la free press si sta ovunque configurando come una nuova stabile presenza sul mercato dei quotidiani.

Per tante ragioni dunque conoscere le vicende della stampa estera, tenerle sotto osservazione è utile per tutti coloro che hanno a cuore la vita della opinione pubblica nella nuova e allargata Unione europea. Ma per i giornalisti, gli imprenditori, tutti coloro che in Europa e con gli europei vogliono lavorare è indispensabile.

 

 

 

 

 

 

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