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273 - 12.03.05


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Liberalismo sì, ma con l’anima
Massimiliano Panarari

Wilhelm Röpke
Democrazia ed economia
L'umanesimo liberale nella civitas humana
Il Mulino, 2004
pp. 256, € 19,50

 

Da lungo tempo ormai, imperversa il dibattito sulla conciliabilità, o meno, di mercato e democrazia, una delle cui diramazioni concerne la possibile convivenza, oppure no, di liberalismo e dimensione sociale. Volendo leggere questa discussione con gli occhiali e le lenti fornite dalla cultura tedesca, si potrebbe parlare della compatibilità di “Spirito” (un termine assai evocativo e polisemantico, dal romanticismo in avanti) e dottrina liberale, a cui il sociologo ed economista Wilhelm Röpke – tipico “pensatore della crisi”, come ha scritto lo studioso Silvio Cotellessa – fornisce il proprio contributo in direzione dell’elaborazione di quanto potremmo ribattezzare un “Liberalismo con l’anima” e umanistico.

Giunge assai opportuna, dunque, la pubblicazione degli scritti più significativi di questo intellettuale tedesco, non particolarmente noto al pubblico italiano, nell’ambito della nuova collana della casa editrice il Mulino dedicata ai “Classici del pensiero politico ed economico europeo nel Novecento” (diretta da Lorenzo Ornaghi e Alberto Quadrio Curzio), di cui Democrazia ed economia. L’umanesimo liberale nella civitas humana costituisce il volume inaugurale.
Docente presso l’Institut universitaire de hautes études internationales di Ginevra (dopo aver insegnato all’università di Istanbul), città dell’esilio dove era approdato abbandonando la Germania del nazionalsocialismo di cui era stato un implacabile oppositore, Röpke tenne come stella polare della propria ricerca e dei propri studi l’inserimento dell’economia all’interno di un quadro antropologico e di un contesto sociologico, senza i quali, notava, si perde la capacità stessa di comprensione della principale attività degli individui che, in quanto tale, non può prescindere, per l’appunto, dalla Civitas humana.

L’umanesimo per trattare il mercato

La lezione di liberalismo che Röpke impartisce appare, per molti versi, unica e dotata, giustappunto, del respiro dei “classici”, quasi senechiana nella sua serenità e temperanza. Una “forza tranquilla” utile a contrastare i numerosi rischi di deviazione rispetto all’eredità e alla natura autentica del liberalismo, da contrapporre all’economia pianificata sovietica.
Come scrive in un brano di grande efficacia e formidabile chiarezza, all’interno del suo testo su Forme vecchie e nuove dell’economia e della società: “L’errore fondamentale del vecchio pensiero liberale ‘capitalistico’ è stato precisamente quello di considerare l’economia di mercato come un processo chiuso in sé, che si svolge automaticamente. Non si era notato che l’economia di mercato rappresenta soltanto un breve settore della vita sociale, incorniciato e contenuto in un campo più largo, un campo esterno nel quale gli uomini non sono concorrenti, produttori, affaristi, consumatori, membri di corporazioni, azionisti, risparmiatori e investitori, ma semplicemente uomini che non vivono di solo pane, membri di famiglia, vicini di casa, membri di comunità religiose, compagni di lavoro, cittadini del loro comune e creature di carne e ossa con pensieri eternamente umani e col senso della giustizia, dell’onore, dell’abnegazione, dell’istinto sociale, della pace, dell’onestà nell’esecuzione del lavoro, della bellezza e della tranquillità nella natura. L’economia di mercato è soltanto un dato ordinamento indispensabile […] entro un ambito ristretto, nel quale deve trovare il suo posto pura e non falsata; abbandonata a se stessa, diventa pericolosa, anzi insostenibile, perché ridurrebbe gli uomini a un’esistenza non naturale che tosto o tardi essi scrollerebbero di dosso insieme con l’economia di mercato diventata odiosa” (pp. 89-90).

Più chiaro di così… Alla faccia dei padroni della finanza alla Michael Douglas in Wall Street e dei filibustieri responsabili delle vicende Enron o WorldCom (e delle tante di cui non ricordiamo i nomi o che non sono ancora venute a galla)!

“Che l’economia si adatti all’uomo.
E non viceversa”


Nelle parole di Röpke c’è Max Weber, la fedeltà ai precetti liberali della lezione di von Hayeck e i principi della scuola economica di Friburgo, ma c’è anche – e soprattutto, vorremmo sottolineare – la costruzione del corpus teorico alla base del “modello sociale europeo” e di quel capitalismo renano che ha fatto da antidoto, nell’Europa continentale, al neoliberismo più virulento.
Nella ricerca di autori capaci di rimotivare e di dare profondità alla dottrina liberale, sottraendola all’equivoco – che numerosi esponenti del mainstream e del “pensiero unico” dominante stanno strumentalmente alimentando, in particolare dagli anni Ottanta del Novecento – della sua coincidenza con il liberismo, la riscoperta di un “classico” quale Röpke e del suo “liberalesimo”, come lo chiamano Ornaghi e Quadrio Curzio nella loro introduzione, appare quanto mai positiva e utile. Lo studioso tedesco, fautore di un “umanesimo dell’economia”, infatti, ritenne sempre che l’adattamento dell’economia all’uomo – e non viceversa, come predicano i corifei del “fondamentalismo di mercato” – fosse non solamente un dovere etico, ma anche, assai concretamente, una manifestazione di “saggezza politica”, come ebbe modo di definirla.

 

 

 

 

 

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