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273 - 12.03.05


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Vizi e virtù dell’individualismo
made in Usa
Sergio Fabbrini

Non vi è dubbio che l’America sia una democrazia disegualitaria, certamente essa è particolarmente ospitale verso i ricchi, tuttavia essa è qualcosa di diverso di una democrazia per i ricchi. L’America è una democrazia di mercato, piuttosto che una democrazia sociale come quella di buona parte dei paesi dell’Europa occidentale. Naturalmente, anche questi ultimi sono delle democrazie di mercato, ma in nessuno di essi la logica della competizione informa di sé il funzionamento dell’intero sistema sociale come in America. Dunque, quella diseguaglianza va riconosciuta, ma per potere essere compresa va collocata nel contesto strutturale e culturale che connota quel paese.

Cittadini liberali e cittadini sociali

Il contesto culturale della diseguaglianza americana è inequivocabile. Storicamente, l’America si è preoccupata del cittadino liberale, ovvero dell’eguaglianza dei punti di partenza, piuttosto che del cittadino sociale, ovvero dell’eguaglianza delle posizioni di arrivo. Dopo tutto, l’America è stata il primo paese al mondo che ha istituzionalizzato la cittadinanza liberale. Intendendo, per liberale, quella cittadinanza che si basa sul riconoscimento dei diritti civili e politici, prima ancora (se non piuttosto) che su quelli sociali o economici. Sappiamo che tale cittadinanza liberale non è stata affatto universale. Anzi, sin dall’inizio della nuova repubblica, essa è stata ipotecata da due vizi, come l’esclusione dei neri dalla cittadinanza e la soggezione delle donne. Se i neri non hanno potuto diventare cittadini perché erano considerati inferiori agli uomini bianchi (la costituzione del 1787 aveva addirittura commisurato, seppure per ragione di calcolo dei collegi elettorali, un individuo nero a 3/5 di un individuo bianco), le donne non hanno potuto (a lungo) diventarlo perché considerate più idonee ad assolvere compiti privati piuttosto che pubblici.

Nondimeno, pur con queste limitazioni, l’America ha inaugurato, alla fine del XVIII secolo, l’epoca delle libertà individuali, intese come presupposto della coesione sociale. Mentre l’Europa dell’ancien règime riteneva che la coesione sociale fosse il risultato della coercizione, dell’autorità proveniente dall’alto, della tradizione, delle gerarchie sociali, l’America della new republic pratica l’idea che la coesione sociale fosse il risultato della scelta dei singoli individui, ovvero dell’accordo o covenant tra di essi. Dopo tutto, il We the People con cui inizia il Preambolo alla costituzione del 1787 e con cui i cittadini stringono il patto fondamentale che ha dato vita alla nuova repubblica è un plurale (We) e non già un singolare (come nella tradizione europea, dove popolo o peuple o volk sono sempre reificati in un soggetto unico e unitario).

La sovranità dell’individuo

In assenza dello stato, è toccato dunque ai singoli individui il compito di promuovere e sostenere, ai vari livelli sociali, il governo inteso come autogoverno. Ecco perché, tra l’altro, l’individualismo americano è stato generalmente un individualismo sociale. Un individualismo cioè su cui il liberalismo di quel paese ha potuto costruire la propria identità progressista. Ciò, invece, non è avvenuto in Europa , dove l’individualismo, quando si è affermato, ha acquisito un connotato sia anti-statale che anti-sociale (e quindi tendenzialmente anti-progressista). Infatti, mentre in Europa l’individuo è riuscito ad affermarsi solamente contrapponendosi allo stato, in America, dove non c’era un potere a cui contrapporsi, l’individuo ha potuto affermarsi costruendo da sé quel potere.

L’America liberale ha trovato (e continua a trovare) la sua massima espressione nei primi dieci emendamenti della costituzione (i cosidetti Bill of Rights). Proposti dal Congresso federale ai legislativi statali nel settembre del 1789, e da questi ultimi quindi approvati, essi sostanziano la vocazione (o mission) liberale del paese. Con i Bill of Rights, le libertà civili hanno acquisito, per la prima volta nella storia, una dignità costituzionale. Costituzionalizzando quei diritti, i singoli individui sono stati messi al riparo dall’arbitrio e dalla costrizione. Ovvero, hanno avuto uno strumento per opporsi a questi ultimi. Attraverso questi dieci emendamenti, l’America è diventata la terra della libertà individuale, il punto di riferimento (e non solo ideale) per tutti coloro che, nel mondo, soffrono per l’assenza di quella libertà. Ovvero l’America è diventata la repubblica della sovranità dell’individuo, una repubblica attentamente presidiata dalla Corte Suprema. Tuttavia, se i diritti individuali sono un baluardo necessario contro ogni limitazione della libertà, nondimeno la loro formalizzazione giuridica si è rivelata un vincolo sulla produzione dei beni pubblici (ad esempio, ostacolando, con il secondo emendamento della costituzione, la proibizione dell’uso privato delle armi da fuoco), ovvero la loro ideologizzazione si è rivelata una barriera contro le esigenze di una maggiore redistribuzione della ricchezza. Insomma, il significato dell’individualismo sociale cambia con il cambiamento storico.

La democrazia della competizione

Anche il contesto strutturale della diseguaglianza americana è inequivocabile.Quello americano non è un mercato sregolato, ma esattamente il contrario. Tuttavia esso è regolato secondo finalità diverse da quelle adottate dai singoli paesi dell’Europa occidentale. Storicamente, l’America ha regolato il mercato per garantire il consumatore e non già il lavoratore. E il consumatore è stato garantito tramite la competizione. Qui, come si vede, tra il mercato e la democrazia si è creata una sorta di simbiosi istituzionale, in quanto entrambi sono stati informati al principio della competizione, o tra istituzioni di governo o tra imprese. Per la democrazia di mercato americana l’obiettivo da raggiungere è stato, sia in politica che in economia, la prevenzioni delle posizioni di monopolio. Prevenzione perseguita ponendo ostacoli alle concentrazioni del potere. È stato inevitabile che tale strategia producesse diseguaglianze, ma esse erano state accettate perché considerate l’esito di una competizione equa. Ora, la rivoluzione neo-conservatrice degli anni Ottanta del secolo scorso è riuscita, con straordinario successo, a focalizzare quell’obiettivo esclusivamente sulla politica (e non già sull’economia come era avvenuto in passato). Ciò ha reso possibile smantellare le politiche assistenziali, integrative e redistributive perseguite dalla politica democratica tra gli anni Trenta e gli anni Settanta, riducendo le risorse fiscali a disposizione dello stato federale ma anche mettendo in discussione la loro legittimità sociale.

Così, una democrazia di mercato, che aveva già il vizio della diseguaglianza, è divenuta ancora più insensibile a quest’ultima con la vittoria del neo-conservatorismo. Al punto da ridurre significativamente le capacità integrative della democrazia di mercato del paese. Come ha scritto Maurizio Ferrera, oggi “nella società americana la mobilità è in declino (meno individui riescono a migliorare nel corso del tempo la propria posizione economica, a prescindere dal ciclo economico); le posizioni dei figli sono sempre più altamente correlate alle posizioni dei padri... [insomma] la mela cade vicino all’albero anche nel paese delle opportunità” (“Il cerpuscolo delle oppurtunità, in “Il Sole24 Ore”, 29/12/02).

Si tratta di un cambiamento non da poco in un paese cha ha da sempre giustificato le proprie diseguaglianze con il suo dinamismo, la sua tendenza a modificare le gerarchie sociali, la sua capacità di integrare generazioni e generazioni di immigrati provenienti da tutto il mondo, fornendo ad essi un’opportunità di riscatto economico come nessun altro paese ha mai fatto. E, dopo tutto, basti pensare che tra il 1991 e il 2000 in America sono entrati più di nove milioni di immigrati legali (ma assai di più se si considerano i clandestini), per un tasso annuale medio di immigrazione di 3,4 per ogni 1.000 abitanti. Tuttavia, gli sviluppi sociali più recenti sembrano sfidare la capacità integrativa della democrazia di mercato americana.

I cittadini tra stato e mercato

Come reagirà l’America a tale sfida? Per ora mi limito a rilevare che l’America, se per ragioni culturali e strutturali non è riuscita a dare vita ad un welfare state universalistico, tuttavia essa non può essere confusa con una società darwiniana in cui sopravvivono solamente i più forti. Perché l’America dell’individualismo sociale è anche l’America della mobilitazione e organizzazione della società civile. La società civile americana è stata e continua ad essere assai più articolata e mobilitata di qualsiasi società civile occidentale. Nonostante sia aumentato il numero di coloro “che vanno a giocare il bowling da soli” (l’espressione è tratta dal libro di R.D. Putnam, “Capitale sociale e individualismo. Crisi e rinascita della cultura civica in America”, NdR), è anche aumentato il numero delle associazioni a finalità civica e sociale. Come ha mostrato Skocpol, “il numero totale di associazioni nazionali [non-profit] è passato da 6.000 nel 1960 a quasi 23.000 nel 1990”, per assestarsi a 22.449 nel 2001. Si tratta di milioni e milioni di persone impegnate in attività di solidarietà e aiuto che nei paesi europei vengono generalmente svolte da funzionari pubblici di agenzie di assistenza. Nessun paese democratico ha l’associazionismo civico dell’America. Tra lo stato e il mercato, in America non c’è il vuoto che spesso c’è (o c’era) nei paesi europei. Molti servizi sociali, educativi, assistenziali, medici sono direttamente promossi e organizzati da gruppi di cittadini, da associazioni etniche, da movimenti religiosi, da cooperative di mutuo soccorso. L’associazionismo diffuso continua a essere uno delle spine dorsali dell’autogoverno democratico americano.

Vale ancora oggi ciò che Bryce scriveva alla fine del XIX secolo, riprendendo le riflessioni di Tocqueville degli anni Trenta di quel secolo, e cioè che in America “le associazioni sono create e si estendono più velocemente e più efficacemente che in qualsiasi altro paese”.
Insomma, se è vero che il liberalismo americano ha (avuto) il vizio della diseguaglianza, esso però ha anche (avuto) la virtù dell’autogoverno.

 


Questo saggio è tratto dal libro
L'America e i suoi critici.
Virtù e vizi dell'iperpotenza democratica
di Sergio Fabbrini, il Mulino, 2005
pp. 272, euro 14,00

 

 

 

 

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