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272 - 26.02.05


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Rabbia, determinazione
e un sogno di libertà
Elisabetta Ambrosi

Arriva trafelata, un po’ in ritardo a causa dell’aereo, sorridente e al tempo stesso ansiosa di conoscere il suo uditorio: anche se di discorsi in pubblico ne deve aver fatti Kerry Kennedy, questo avvocato di quarant’anni con il viso di una ragazzina, visto che da anni si dedica ai temi dei diritti dell’infanzia, del lavoro minorile, della scomparsa di persone, del diritto alla terra di popolazioni indigene, della libertà di espressione, l’ambiente, ed è, oltre che membro del consiglio di amministrazione del Robert F. Kennedy Memorial Center for Human Rights (da lei istituito nel lontano 1988), anche Presidente dell’Amnesty International Leadership country.

Impossibile fare un racconto neutro della lecture tenutasi alla Luiss Guido Carli di Roma per il secondo incontro del ciclo «Atlante Luiss 2006». Le riflessioni di Kerry Kennedy sono infatti prima di tutto emozioni, che vengono trasmesse al pubblico in una sorta di benefico elettroshock. La sua calda voce femminile (una musica davvero nuova: chi vive in Italia e va abitualmente a convegni e conferenze è del tutto abituato a trovarsi di fronte panel esclusivamente maschili, e in genere avanti con l’età, e non vi fa più caso) racconta con passione e insieme sicurezza i motivi per i quali ha deciso di dedicarsi a tempo pieno alla difesa dei diritti umani nel mondo. Ed è un motivo semplice e forse ovvio, che appare però a chi ascolta improvvisamente scioccante e inaccettabile: non si tratta della sua personale vicenda biografica – Kerry è la figlia di Bob Kennedy – ma di una constatazione brutale che ha potuto fare non appena entrata, giovanissima, in Amnesty International. Dal suo osservatorio americano, poteva infatti vedere che chi, come lei, al di fuori dell’America, si occupava di diritti umani era imprigionato, torturato, privato della libertà. Un sentimento di orrore e di sdegno che ha generato la decisione di dedicare la sua vita a fianco di chi ha subito violenza, solo perché chiedeva giustizia.

Perché occuparsi di diritti umani oggi?
Rispetto alla sua infanzia, dice Kerry Kennedy, alcune situazioni critiche di oppressione non ci sono più. Allora le dittature militari spadroneggiavano in Sudamerica, oggi resta solo Cuba. Allora il comunismo era ancora al governo, oggi resta solo in Cina. Allora in Sudafrica i diritti delle persone di colore erano calpestati, oggi no; allora nessuno parlava di diritti delle donne, oggi essi sono sanciti in 172 paesi.
Si tratta di cambiamenti i cui meriti non sono ascrivibili alle volontà dei governi, che spesso hanno cercato di soffocare i movimenti per i diritti civili; né tanto meno al militarismo, né all’azione delle grandi aziende multinazionali: sono state invece quelle persone “normali”, in carne e ossa, con poche risorse grande determinazione e sogni di libertà, a spazzare via la repressione e aprire strade di libertà.

Nonostante i loro sforzi, tuttavia, nota Kerry Kennedy, il mondo di oggi presenta oppressioni drammatiche, e la gran parte di esse ruota intorno allo stesso soggetto, la donna: milioni di aborti o uccisioni di neonati femminili in Cina; migliaia di donne picchiate e uccise da figli e mariti ovunque, in Russia, Congo, Bosnia, Rwanda; donne che non vanno a scuola, donne sottoposte a mutilazioni genitali o oggetto di commercio sessuale, donne contagiate dall’hiv a causa della prostituzione forzata. Ma gli abusi non avvengono solo nei paesi cosiddetti poco sviluppati. In America una donna su tre, le statistiche sono agghiaccianti, ha subito una forma di violenza. Provate, dice, usando un artificio retorico per far capire la portata del dramma, a pensare a tutte le donne che conoscete e sappiate che, statisticamente, una su tre ha subito una qualche forma di violenza, a casa e sul lavoro. Non ne siete a conoscenza? Bene, ciò è unicamente il segno che la vergogna e la paura sono così grandi che chi ha subito torti orrendi non ha nemmeno il coraggio di confidarsi con amiche e familiari.

Kerry ricorda, una per una e con un nome di fantasia, tutte le donne a lei vicine che sono state vittime di abusi, e sono ben 14: tutte le hanno confidato ciò che è successo, una sola è andata dalla polizia (in molti paesi tra l’altro, ricorda, esiste ancora il reato di onore, che spesso impedisce la denuncia). E ancora: sempre nei paesi sviluppati, la diversità delle retribuzioni, l’assenza di servizi, il peso della cura di bambini e anziani fa sì che uomini e donne non siano ancora, realmente, uguali.

Come permettere che tutto ciò continui? Come vivere nell’indifferenza rispetto ai milioni di tragiche vicende individuali, segnate dalla violenza e dalla sofferenza psichica e fisica?

Un motivo di speranza, conclude questo formidabile avvocato appassionato, può essere individuato proprio nella rabbia di chi ha patito i soprusi. L’emozione della rabbia infatti, in sé certamente negativa e potenzialmente distruttiva, può, se incanalata nella giusta maniera, fornire un serbatoio di energia e motivazioni per operare un cambiamento, perché la violenza non si ripeta. Basterebbe che le donne acquisissero maggiore consapevolezza e sicurezza perché le loro azioni finalmente possano divenire riconosciute e rispettate.
Una rivoluzione, dalla forza della disperazione.

 

 

 

 

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