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271 - 12.02.05


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Con Weber, a
scuola di riformismo
Michele Salvati
con Marco Sciarrini

Questa intervista è tratta dal numero 87 (gennaio-febbraio 2005) di Reset, in edicola e in libreria.

Michele Salvati, non da oggi, è tra i più tenaci ed appassionati sostenitori della necessità che, anche nel nostro paese, nasca e si affermi un forte e organizzato partito riformista. Nel cantiere perennemente aperto del centrosinistra – tra imminenti scadenze elettorali, appuntamenti congressuali e summit organizzativi – Salvati sposta l’attenzione su alcuni temi che investono il profilo sostanziale delle alleanze ed esplicita alcune serie preoccupazioni su questioni solo all’apparenza marginali o irrilevanti. Il tema sollevato ruota attorno alla proposta, da lui formalizzata a più riprese, della necessità di organizzare una vera e propria “scuola di formazione politica riformistica”.

Non è la prima volta che, in presenza di forti spinte alla riorganizzazione del sistema politico, emerge l’esigenza di riprendere l’esperienza della “scuola quadri” che i partiti hanno abbandonato, nella forma organizzata, ormai da tempo. La sua proposta in quale contesto si inquadra?

Vorrei precisare, innanzi tutto, che non si tratta di un’iniziativa accademica, ma di una vera e propria proposta di formazione politica che ha come finalità principale quella di definire, almeno nel medio-lungo periodo, la cultura politica originale del riformismo democratico, del riformismo liberale; muove quindi dal perimetro, ancora in via di definizione, del progetto riformista. C’è un ulteriore obiettivo che vorrei richiamare: la necessità di favorire un’omogeneizzazione dei giovani quadri attraverso la definizione di una cultura politica condivisa. La stessa partecipazione ad un percorso formativo contribuisce alla costruzione di stabili legami umani, si genera una rete di amicizie e di riferimenti personali, che rappresentano un punto di riferimento costante nel lungo percorso di affermazione delle classi dirigenti. Questo è un elemento che è possibile mutuare dalle tradizionali esperienze di formazione, in particolare quelle dei partiti politici, anche se non si tratta, con tutta evidenza, di una proposta formativa finalizzata all’indottrinamento come, invece, nelle vecchie scuole di partito.

Lei ha accennato alla possibilità concreta di favorire la maturazione di uno spirito di corpo dei partecipanti i cui benefici si estenderanno automaticamente all’intero progetto riformista. Quale profilo specifico dovranno avere i giovani quadri da formare?

Una volta indicato il perimetro delle culture riformiste a cui si richiama la Federazione, non ci sono altri confini da proporre, anzi la scuola dovrebbe contribuire ad abbattere gli steccati determinati dalle provenienze ideologiche o dalle appartenenze partitiche dei giovani. Dovrebbe essere rivolta a coloro i quali, affacciandosi alla vita politica senza ancora essere dei politici affermati, hanno come aspirazione futura la “politica come professione” e pertanto cominciano con una bella cura di “scienza come professione”; cito apposta le due conferenze di Max Weber perché il programma di formazione politica dovrebbe partire proprio da queste. Ma, in fin dei conti, la scuola dovrebbe essere aperta a tutti ed avere come riferimento un riformismo basato su valori liberali e solidaristici. Nello specifico io pensavo a cicli formativi ricompresi in alcuni week-end residenziali lunghi (venerdì pomeriggio-domenica mattina) con i docenti che si alternano e la classe che rimane sempre la stessa; dalla mia esperienza ritengo che così possa funzionare adeguatamente e, d’altronde, così funzionavano anche le scuole dei Kibbutzim israeliani nell’esperienza del primo sionismo di stampo laburista, dove la classe dei giovani Sabra era sempre la stessa.

Entriamo nello specifico dell’offerta formativa: quali, a suo giudizio, i livelli di intervento necessari a produrre, anche in questo campo, un significativo aggiornamento degli strumenti didattici?

Dall’idea di scuola che ho tentato di delineare sinora discendono i pilastri formativi che la sorreggono. Immagino, innanzi tutto, una distinzione generale tra aspetti culturali e livelli pratici. Insisto molto sulla centralità dei livelli culturali giacché riproducono la necessità della “scuola quadri” e delineano i caratteri salienti della mia proposta formativa. Inoltre i pilastri culturali sono cruciali nel perseguire l’obiettivo della creazione di una classe dirigente riformista, in grado di leggere criticamente e con riferimenti culturali omogenei sia il passato che i grandi problemi del mondo contemporaneo. Pertanto ho immaginato tre pilastri formativi a carattere culturale: il primo livello di intervento riguarda il profilo filosofico-ideologico; il secondo pilastro formativo dovrebbe essere di natura storica o storico-politica; infine, la piattaforma economico-sociale. In ogni livello c’è necessità di un intervento formativo che vada oltre le tradizionali appartenenze. Poi, in realtà, l’offerta formativa vera e propria si costruirà entro il livello pratico: il pilastro programmatico-tematico.

I pilastri formativi di tipo culturale sembrano intersecare le questioni specifiche riguardanti la natura della futura federazione, i suoi caratteri costitutivi. Soffermiamoci quindi sul profilo filosofico-ideologico.

Per quanto riguarda questo primo aspetto è del tutto evidente che le culture politiche che si incontreranno nella Federazione e nella “scuola quadri” dovranno riconoscere l’insufficienza delle letture ideologico-filosofiche tradizionali e dovranno sforzarsi di costruire: a) una cultura politica – a livello filosofico ed ideologico – in grado di comprendere le trasformazioni intervenute nel mondo nell’ultimo scorcio del secolo scorso; b) un condiviso patrimonio di valori. I giovani che frequenteranno questa scuola proverranno da diverse tradizioni politiche – socialiste, comuniste, cristiano-popolari, liberali, ambientaliste – da diverse esperienze a livello locale e da diverse aree del paese; una lettura critica di quelle identità rappresenta la precondizione per l’effettiva nascita di un soggetto riformatore che non si fondi sul “trascinamento” delle culture di riferimento ma su un patrimonio filosofico-ideologico e su una lettura condivisa della storia d’Italia (almeno dal fascismo ad oggi).

Qui entriamo direttamente nel secondo pilastro formativo, la necessità di una condivisa, o quanto meno non conflittuale, lettura della storia (in particolare la storia politica) del nostro paese.

È indispensabile una pacata e condivisa lettura storica della prima repubblica e comunque dell’esperienza politica che ci siamo lasciati alle spalle almeno dal fascismo in poi, soprattutto alla luce della fine del sistema ideologico che ha permeato la storia del potere politico nel nostro paese. Fare i conti con il passato significa costruire un minimo o massimo comun denominatore che ci consenta di riconoscerci in alcuni principi di fondo e in una visione del passato non divergente e tanto meno confliggente; significa dare il giusto peso, ad esempio, all’esperienza del centrismo post-bellico, rivalutarne la portata sia per le scelte relative alla collocazione internazionale dell’Italia che quelle relative alla modernizzazione del paese; restituire, in questo contesto, il giusto rilievo alla figura di De Gasperi. Oppure fare i conti, fino in fondo, con Craxi ed il craxismo. Su queste ed altre letture antiche e partigiane del nostro passato si alimentano ancora numerosi dissidi tra i riformisti; per i giovani, non certo “scottati” dai criteri ideologici di lettura del passato, occorre produrre uno sforzo che superando questi limiti guardi con spirito critico ai contributi anche più recenti della filosofia e della storiografia.

Il terzo pilastro in cosa consiste nello specifico?

Per una parte si avvicina ai primi due quando analizza le linee di tendenza del capitalismo moderno e della società moderna, e poi diviene premessa alle proposte di riforma del centro-sinistra. Coniuga le “analisi della fase” dei comitati centrali dei vecchi partiti operai con l’analisi delle “compatibilità” dei programmi riformisti del passato.

A proposito del pilastro programmatico-tematico, nel numero di settembre-ottobre di “Reset” abbiamo riproposto, con un’introduzione di Romano Prodi, il programma europeo di Giuliano Amato per la Lista unitaria. Può questo contributo, troppo precocemente dimenticato, rappresentare un punto di partenza anche nel progetto formativo?

Ritengo che in quel documento ci siano già tutti i macro-temi programmatici che corrispondono al programma di governo di una forza politica di centro-sinistra. Quindi un’ottima base di partenza per intenderci su tutta la varietà delle questioni programmatiche che abbiamo ricompreso in un unico pilastro. Dopo la fase d’avvio e le premesse poste dal livello culturale, questo pilastro tematico-programmatico sarà quello su cui si concentrerà buona parte dell’offerta formativa. E comunque dalla scuola usciranno diverse visioni del riformismo e diverse soluzioni sostenibili ai problemi di riforma affrontati, favorendo quindi il lavoro di destrutturazione delle tradizionali famiglie riformistiche e la necessaria contaminazione delle culture politiche. I giovani della “scuola quadri” saranno comunque chiamati a fare i conti con una serie di ambiti disciplinari e materie specialistiche molto eterogenee – economia, sociologia, scienze politiche, diritto, relazioni internazionali, storia – temi non più riconducibili alle “grandi narrazioni” ideologiche. Una scuola che, in sintesi, abbia per oggetto l’agire politico e per metodo la ricerca della verità intesa come libertà di pensiero e educazione alla critica.

In questi giorni, con il rientro a tempo pieno di Romano Prodi alla guida del centro-sinistra italiano, si stanno definendo alcuni passaggi cruciali per il futuro della prospettiva riformista e della alleanza che si candiderà al governo del paese. Quale spazio crede si possa ritagliare, in questo contesto, la sua proposta?

Sono davvero preoccupato; temo che la mia iniziativa, dopo una prima fase di tiepido interesse, venga derubricata nella proposta organizzativa della Federazione affidata alla commissione Scoppola. Si parla di espliciti veti in tal senso. Una scuola come quella che ho proposto deve partire in modo graduale e sperimentale, ma la decisione di farla partire è una decisione politica importante. Ritengo che proprio per il suo carattere e per i risultati attesi nel medio-lungo periodo, la proposta possa, alla fine, raccogliere un diffuso consenso e diventare operativa; l’abbandono della proposta sarebbe invece paradigmatico dello stato reale di salute dell’intero progetto della federazione riformista.

 

 

 

 

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