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271 - 12.02.05


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La chiave dello sviluppo
nelle nuove generazioni
Daniel Gros

Questo articolo è l'intervento tenuto da Daniel Gros al convegno internazionale Turkey and the European Union:reason for a historic choice, organizzato a Bruxelles presso la sede del Parlamento europeo dal Partito Radicale Transnazionale, Alde e No Peace without Justice.

Tra le problematiche che mette in campo l’ingresso della Turchia dell’Unione ce ne sono molte di natura di economica; e quando parliamo di economia è meglio mettere da parte ogni idealismo ed essere realisti il più possibile.
Andiamo subito a guardare quali sono le questioni economiche concrete della discussione sull’adesione della Turchia all’Ue.
Uno dei temi più grandi e importanti riguarda i timori legati al fatto che la Turchia è un paese molto popoloso e allo stesso tempo, per certi aspetti, è un paese povero, che rischia di pesare sull’economia dell’Unione e di stravolgerne tutti i piani legati all’immigrazione. Altri critici sostengono poi che Ankara non riuscirà mai a tenere il passo di sviluppo degli altri grandi mercati del Vecchio Continente.
La mia risposta a tali opposizioni è che esse sembrano ispirarsi al passato piuttosto che fondarsi sul nostro presente per guardare al futuro.

È molto poco risaputo – si tratta anzi di un’idea comunemente non accettata – che la Turchia già da tempo ha acquisito una notevole dimestichezza con i meccanismi moderni di transazione economica. Esistono già da anni partnership tra aziende europee e turche. La vitalità economica della Turchia è superiore a quella di paesi come la Romania e la Bulgaria, che pure sono in procinto di fare il loro ingresso nell’Unione. La Turchia resta comunque una nazione molto povera, che nelle classifiche stilate utilizzando i principali indicatori economici occupa sempre una posizione molto vicina a Bulgaria e Romania, verso le quali si può notare un atteggiamento di maggiore apertura quando si parla di ingresso nell’Ue.

L’immigrazione come risorsa

Eppure, anche se l’interesse della Turchia a far parte dell’Unione europea sembra molto più forte di quello di altri Paesi, l’adesione suscita sempre molte discussioni e mostra, fra gli altri, almeno due punti essenziali, uno negativo e uno positivo.
Il primo riguarda il fatto che livello di partecipazione alla vita politica da parte dei cittadini turchi è ancora molto basso, e peraltro irregolare, soprattutto per quanto riguarda le donne o alcune aree geografiche; irregolarità, questa, che riguarda anche la distribuzione della produttività nei vari settori, per cui ci troviamo di fronte a un panorama ion cui le aree di produttività dominanti godono di un adeguato capitale, mentre altre si ritrovano a costituire sacche ideali di malcontento. Ma ancora una volta ci troviamo di fronte a un discorso che possiamo riferire prevalentemente al passato, perché negli ultimi anni la situazione è cambiata parecchio e la lacuna tra aree geografiche e ambiti di produzione si è notevolmente ridotta.

Uno dei motori chiave dell’economia turca è sempre stata l’immigrazione verso i paesi dell’Unione. Se riuscissimo a guardare a questi flussi migratori come a delle risorse, questi si potrebbero regolare in modo da dirigerli da aree a bassa produttività verso occupazioni ad alta produttività con esiti estremamente positivi ai fini dello sviluppo. Si tratta di un modello analogo a quello dell’economia cinese, ma che non può essere attuato senza pagare un prezzo. E il prezzo sarà l’apertura alla mobilità, nonché il contributo da parte degli altri Stati membri.
Si vede quindi come un elemento di debolezza della realtà turca possa trasformarsi, se guardato con una certa ottica, in un potenziale positivo per il futuro.

L’infanzia demografica

Il secondo punto intorno al quale ruota la discussione intorno all’opportunità dell’adesione di Ankara all’Ue
è che la Turchia è caratterizzata da dinamiche demografiche radicalmente diverse da quelle del resto d’Europa. Non si tratta certo di un aspetto nuovo che solleviamo qui per la prima volta, è anzi argomento conosciuto e risaputo, ma c’è qualcosa di tale questione che non viene adeguatamente considerato. In Turchia il tasso di natalità è sceso allo stesso modo e nella stessa percentuale che nel complesso dell’Europa meridionale, con la differenza che tutto ciò è accaduto con venti o trent’anni di ritardo rispetto agli altri paesi. Questo vuol dire che la Turchia sta per entrare adesso nella sua “prima infanzia” demografica. Le nascite sono diminuite, i giovani tendono a laurearsi in altri sistemi scolastici (specialmente nel comparto tecnico-ingegneristico), ma la forza lavoro disponibile è in costante aumento e in generale ciò potrebbe determinare un miglioramento delle condizioni di vita e di reddito per la popolazione nel suo complesso.

Forse alla Turchia non basterà una sola generazione per raggiungere, in termini demografici, i criteri che l’Unione esige, ma sicuramente ad Istanbul e dintorni si parte dallo stesso livello di sviluppo a cui si trovavano altri Stati membri all’epoca del loro ingresso.

Esiste poi una parte della discussione che si sviluppa a un problema che riguarda sì la Turchia, ma anche altri paesi che vorrebbero fare parte dell’Unione: la paura di ricadute economiche per gli Stati membri più sviluppati.
Molti, in Europa - specialmente analisti di formazione anglosassone - sono convinti che la membership turca finirebbe per far compiere all’economi dell’Unione un passo indietro. In effetti, esaminando le cifre, le analisi di tutti gli esperti si discostano di poco, parlano tutti di percentuali bassissime di partecipazione della Turchia al Prodotto Lordo europeo. Ma non è detto che, una volta arrivati alla piena integrazione di Ankara in Europa, tale situazione non possa essere portata a un punto di equilibrio. In termini economici, a mio avviso l’Europa non potrà che trarre vantaggio dalla sinergia con la Turchia, il cui contributo, ovviamente, non potrà essere particolarmente significativo per una ragione molto semplice, e cioè che si tratta di un paese con un’economia molto limitata a confronto degli altri Stati membri, e quindi il suo futuro sviluppo economico, nell’ottica dell’Unione, potrà costituire un “di più”, ma senza fare differenze rilevanti.

In altre parole, guardando alla realtà turca, ci si rende subito conto che ha bisogno, più di ogni altra cosa, di mettersi nelle condizioni di qualificare il capitale umano della sua popolazione. Ed è in questo senso che la sinergia con l’Unione europea può dare un grande contributo, a patto, però, che gli aiuti e i contributi dell’Unione non siano destinati alla costruzione di nuovi ponti, strade, ferrovie, quanto piuttosto alla realizzazione di nuove scuole e alla formazione dei docenti, per far sì che la prossima generazione turca possa entrare direttamente a far parte integrante dell’economia europea. E questo sarebbe un mutuo vantaggio, in prospettiva futura, sia per l’Europa che per la Turchia.

Daniel Gros è docente all’Università di Chicago, direttore del Centre of European Policy Studies (Ceps) a Bruxelles e consigliere presso il Parlamento europeo e il Ministero delle Finanze francese. Tra le sue ultime pubblicazioni una ricerca, promossa dal Ceps, dal titolo “The European Transformation of Modern Turkey”.

 


 

 

 

 

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