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270 - 28.01.05


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Una soluzione per uscire dal dilemma
Elisabetta Ambrosi

Settimana convulsa per l’Ulivo, quella che ha segnato la metà del mese di gennaio. I risultati a sorpresa delle primarie pugliesi hanno innescato un dibattito acceso, e una serie serrata di incontri per riflettere sul da farsi, che alla fine è coinciso con la decisione di sospendere per il momento la discussione sulle primarie e attendere uniti il congresso Ds e le elezioni regionali.

Ma qual è stata la causa della grande agitazione all’interno nel centrosinistra? In poche parole, un vero e proprio paradosso. Per capire di che si tratta è utile confrontare le interviste rilasciate a una settimana dalle primarie pugliesi rispettivamente da Fausto Bertinotti e Sergio Cofferati: “Dopo mesi abbiamo definito le regole in un documento messo a punto da un gruppo di lavoro collegiale coordinato da Arturo Parisi. Ed ecco che improvvisamente sembrano diventate l’ostacolo principale tra di noi”: affermazione lineare e difficilmente contestabile, quella del segretario di Rifondazione su Repubblica del 22 gennaio. Eppure altrettanto incontestabile appare quella, sul Corriere dello stesso giorno, del sindaco di Bologna: “Chi riconosce la leadership di Prodi non può candidarsi contro di lui. Se lo fa, vuol dire che non riconosce Prodi come leader”.

Insomma, se da un lato appare evidente a molti che le primarie sono una pratica democratica dalla quale l’Ulivo dovrebbe trarre solo benefici, in termini di limpidezza e visibilità, e che in ogni caso, con le parole di Gad Lerner, “è impensabile proporre le primarie e poi, il giorno dopo che in Puglia si è avuto un’affluenza pari al triplo delle aspettative, dire ‘scusate, ci abbiamo ripensato; meglio risolvere la questione all’interno dei nostri organismi dirigenti’”, tuttavia dall’altro lato la situazione non è così semplice, anche per chi non concorda con la visione catastrofica del politologo Sartori, secondo cui quella di domenica 16 gennaio è stata la vittoria della democrazia dei militanti, infima minoranza incapace di eleggere un candidato realmente in grado di vincere. La contraddizione c’è, e dunque se è vero che le primarie pugliesi sono state un benefico colpo di frusta, come le ha definite Enrico Letta, tuttavia lo scenario futuro è delicato e le prossime mosse vanno scelte con grande accuratezza.

E allora, come se ne esce? La soluzione la suggerisce, e forse non è un caso vista la sua nota natura di “mediatore”, Giuliano Amato, che in una lunga intervista rilasciata sabato 21 a Repubblica fa una serie di interessanti considerazioni per evitare l’impasse. Primo, dice Amato, è indispensabile tener presente l’obiettivo complessivo di tutte le forze politiche progressiste, che è uno e chiaro come il sole: a partire dal potenziale di convergenza che di fatto già esiste tra le diverse componenti della coalizione, si tratta di “fare emergere un’identità che convinca gli italiani perché soddisfa in primo luogo il loro stesso bisogno identitario, in una fase storica di grande cambiamento, e quindi di grande incertezza”. Il punto da perseguire con fermezza inossidabile è la trasformazione in forza di governo in grado di rispondere agli urgenti problemi del paese e alle ansie e paure dei cittadini che in esso vivono. Le primarie vanno affrontate all’interno di questa prospettiva, concependole perciò come strumenti utili in questa direzione e in nessun modo con altri significati. Sì dunque allo strumento primarie nella misura in cui esse “forniscono alla leadership di Prodi un fondamento più solido di quello che oggi può fornirgli il consenso delle sole segreterie di partito”. No alle primerie invece, se si trasformano “in una vetrina cui si affacciano leader che hanno già riconosciuto che Prodi sarà il capo indiscusso dell’alleanza, e mirino soltanto ad una banale conta dei voti”.

Concretamente, allora, come si esce dal dilemma evocato all’inizio? Risponde Amato: “Se ne esce ragionando e impostando bene il tema delle regole con le quali le primarie si dovranno svolgere”. In breve, darsi una precisa bussola, perché lo straordinario tasso di democraticità di questa forma di elezioni sia indirizzato ad una legittimazione forte del leader designato, e non contro di lui. Per questo, conclude Amato, occorre far appello al proprio senso di responsabilità. Senza giri di parole: “Non ogni occasione della vita deve servire a mettere in evidenza se stessi. Ce ne sono alcune, ogni tanto, in cui ci si deve occupare della ditta”.

 

 

 

 

 

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