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267 - 11.12.04


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Storie di donne e famiglie
che desiderano un figlio
Elisabetta Ambrosi

Chiara Valentini, Fecondazione proibita,
Feltrinelli, 2004, euro 13,00, pagg. 187

Negli aulici e un po’ polverosi dibattiti filosofici sempre più fa capolino un nuovo tipo di argomentazione, utilizzata per mettere alla prova la “verità”, adeguatezza, ragionevolezza, equità delle teorie in discussione: e cioè la compatibilità di queste ultime con la vita quotidiana, con il suo carico di abitudini e piccole emozioni. Si tratta di un tipo di “test” che certamente rende la riflessione un poco meno aulica, e ne abbassa le pretese mirabolanti, ma contribuisce a renderla sicuramente meno ideologica.

A differenza della filosofia, il diritto è sempre stato più attento all’”applicabilità” delle norme giuridiche nella pratica di vita, correggendo le leggi nella misura in cui esse risultassero di fatto inapplicabili. Purtroppo non si può dire lo stesso della legge 40 sulla fecondazione assistita, che, massiccia fortezza granitica, si abbatte sulle singole esistenze creando scompiglio e sofferenza. È per questo che una brava giornalista come Chiara Valentini ha deciso di scrivere un libro, Fecondazione proibita (Feltrinelli), raccontando decine di storie di vita di singole donne e famiglie, italiani e non, alle prese con il desiderio di un figlio, e tracciando al tempo stesso una storia, quella della nascita e diffusione delle tecniche di fecondazione assistita, con tutti i casi “eclatanti” e curiosi che di volta in volta hanno scosso l’opinione pubblica. Storia emozionante, anche se racchiusa in una manciata di anni: basti pensare che il primo essere umano nato ufficialmente in provetta ha oggi appena 26 anni.

Il racconto del back-stage, per così dire, delle tecniche della fecondazione, ovvero le complesse e contrastanti motivazioni che accompagnano la scelta di avere un figlio in maniera “artificiale”, consente all’autrice di arricchire il quadro della discussione sul tema, spesso limitata all’opinione di teologi, filosofi e intellettuali in parte ciechi di fronte ai reali bisogni dei singoli. A questo proposito, l’autrice ricorda alcune delle voci critiche verso la fecondazione in vitro sono state donne, filosofe, femministe, che in essa vedevano una sorta di riconferma dell’equazione arcaica tra donna e madre, senza fermarsi a considerare la possibilità che la maternità coincidesse con quei desideri profondi che pure esse si erano impegnate a difendere.

Sebbene dunque il dibattito sulle nascenti tecniche di fecondazione abbia dato luogo a schieramenti diversamente popolati, e non riconducibili al secco scontro laici-cattolici, le vicende raccontate dalla Valentini non possono fare a meno di soffermarsi sull’asprezza dell’opposizione cattolica in merito, talmente ferma sulle sue posizioni da arrivare al paradosso. È l’autrice stessa a ricordare che ciò che l’ha condotta ad occuparsi di fecondazione è stato proprio l’interrogativo, riconosciuto in parte come ingenuo, sul perché proprio coloro che dichiaravano di difendere la vita contrastassero le tecniche in grado di dare vita a chi non poteva generarla naturalmente: “Mi meravigliava insomma che quei cattolici integristi e quei conservatori che conducevano campagne martellanti per il diritto alla vita non fossero d’accordo neanche quando le donne la vita la volevano dare” (19).

Ma la storia della battaglia cattolica è puntellata di episodi che virano nel grottesco. Come quello legato al documento pontificio Istruzione sul rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione, che mentre vietava anche l’inseminazione col seme del marito, perché prevedeva la masturbazione per raccogliere il seme, la consentiva nel caso in cui l’inseminazione non sostituisse l’atto coniugale: dando così luogo a curiose interpretazioni su come ciò fosse possibile (secondo un ginecologo cattolico, ad esempio, la soluzione doveva consistere in una copula fatta con un preservativo, dotato tuttavia di un piccolo foro che non impedisse la procreazione naturale).

La narrazione delle pressioni vaticane conduce direttamente l’autrice ad arrivare al racconto dell’approvazione della legge 40, dopo anni di tentativi falliti di fornire una regolamentazione più equilibrata (tra cui l’autrice ricorda quello, definito in parte ingenuo, della diessina Marida Bolognesi, che grazie ad esso acquisì peraltro una certa notorietà), e delle sue conseguenze drasticamente negative proprio sulle vite concreta e quotidiane degli individui. Vite che il libro racconta con passione, senza tuttavia fornire indicazioni definitive sulla giustezza o meno delle singole scelte, ma mettendone in luce piuttosto le ragioni, affettive e morali, dalle quali discendono.

D’altro canto, come spiega suggestivamente Stefano Rodotà nell’introduzione al volume, lo stesso desiderio di proibizione spesso non è figlio altro che della paura. Proprio perché “vi è una diffusa e persistente difficoltà sociale nel metabolizzare le innovazioni scientifiche e tecnologiche quando queste incidono soprattutto sul modo in cui si nasce e si muore, sulla costruzione del corpo nell’era della sua riproducibilità ‘artificiale’, sulla possibilità stessa di progettare la persona”, allora “lo sconcerto è comprensibile, perché appaiono sconvolti i sistemi di parentela e l’ordine delle generazioni, l’unicità stessa delle persone. È l’antropologia profonda del genere umano che di colpo, nel giro di pochi anni, viene messa in discussione. Si manifestano angosce, si materializzano fantasmi: e il diritto appare l’unica cura sociale, con una intensa richiesta di norme, limiti, divieti” (pag. 7, corsivo mio). Per questo, scelte diverse possono sovente essere figlie di sentimenti simili e a volte arcaici, proprio come la volontà di congelare il seme espressa dai soldati in partenza per l’Iraq esprime il tentativo di scongiurare la paura della morte e, in un qualche modo, “sconfiggerla” (“O morte, dov’è la tua vittoria? O morte, dov’è il tuo pungiglione?”: versetti antichi, ricordati dallo stesso Rodotà).

Di fronte al complesso groviglio di paure, bisogni, desideri e all’aumento esponenziale delle possibilità offerteci dalla scienza, tanto maggiore appare, secondo l’autrice, il compito del legislatore: il quale dovrebbe razionalizzare quei desideri, e fornire loro una gratificazione compatibile con il rispetto, attraverso una regolamentazione che, diversamente all’attuale legge 40, non riduca la complessità del dibattito sui temi della vita e della morte.

 

 

 

 

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