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267 - 11.12.04


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Che cosa tiene insieme adesso l'Europa?
Krzysztof Michalski con Giancarlo Bosetti

Questa intervista è apparsa sul quotidiano la Repubblica l'8 dicembre 2004

 

"La nuova Europa, più larga ed eterogenea, è alla ricerca di quel che la tiene insieme. L'economia non basta a fare coesione. La religione può aiutare, se riusciamo a trasformare le differenze in un punto di forza." Parole di Krzysztof Michalski, uno dei quattro intellettuali (gli altri: Geremek, Rocard, Biedenkopf) che hanno cercato una risposta comune alla domanda "che cosa tiene insieme l'Europa?". Lui sta al crocevia di relazioni chiave dell'Unione a 25. La sua base è Vienna dove c'è l'Istituto delle scienze dell'uomo, che dirige e che ha fondato nel 1982. E' polacco e insegna filosofia all'università di Varsavia e in America alla Boston University, ha scritto saggi su Heidegger e Husserl. Vicino a grandi della filosofia contemporanea come Hans G. Gadamer e Charles Taylor, Michalski è un protagonista, con la sua importante rivista, "Transit", della discussione sulla cultura europea e sul rapporto tra religione e politica. Un altro dato della sua biografia è il legame di amicizia e di collaborazione con il Pontefice, dal quale sono nati negli anni i seminari estivi di Castelgandolfo, da lui organizzati, nonché il libro prossimo venturo di Karol Wojtyla, Memoria e identità (che uscirà in primavera, in Italia da Rizzoli). Il volume scaturisce dai colloqui che lui e Jozef Tischner - un altro filosofo polacco, scomparso pochi anni fa - ebbero nel 1993 con il Papa proprio nella sua residenza estiva.
La rilevanza di questo rapporto personale con Giovanni Paolo II, reso adesso più visibile in tutto il mondo dall'imminenza del libro che ha già fatto discutere prima ancora dell'uscita (per i giudizi su nazismo e comunismo, mali del secolo scorso), è un tema cui Michalski è comprensibilmente molto sensibile e di fronte al quale precisa, con estrema chiarezza, di non voler in nessun modo coinvolgere, in quel che dice, nient'altro che la sua personale responsabilità.

La domanda di Prodi cui risponde il vostro documento: che cosa tiene insieme l'Europa allargata? Cominciamo da qui.

Non è un semplice problema accademico perché l'allargamento porta un inevitabile aumento delle diversità interne all'Unione: i nuovi paesi membri sono per lo più poveri e, dal punto di vista culturale, sono più eterogenei rispetto ai quindici stati che li hanno preceduti, o - ovviamente - ai sei stati fondatori. Attraverso il processo costituzionale, d'altro canto, si tenta di ridefinire l'appartenenza all'Unione in termini più ambiziosi. Tuttavia le forze coesive tradizionali, che finora hanno tenuto unita l'Europa, pur non essendo completamente scomparse, hanno perso gran parte della propria efficacia e si dimostrano ora insufficienti. Dopo la Seconda guerra mondiale, infatti, ad assicurare la coesione europea sono state la necessità di mantenere la pace all'interno dell'Europa - pensiamo agli allora difficili rapporti tra Francia e Germania -, e quella di proteggere la propria libertà - pensiamo all'Unione Sovietica. Oggi queste necessità - che rappresentavano delle forze unificanti - sono ormai soddisfatte.

Ma i fattori economici non possono nel tempo agire in senso coesivo?

Siamo giunti alla convinzione che ulteriori forze coesive non possano essere ricercate né nell'unione economica, né in qualche pericolo politico ormai scomparso. In particolare, la coesione economica può funzionare nel senso dell'integrazione solo fino a un certo punto: il mercato in sé non è coesivo, non produce solidarietà, piuttosto esso la presuppone e presuppone anche delle istituzioni politiche fondate su una solida cultura. Il mercato tende a frazionare più che a unire. E' per questo motivo che ci siamo concentrati sulla cultura comune europea. Si tratta ora di definire cosa sia questa cultura

Lei sostiene che la cultura può tenere unita l'Europa, eppure si potrebbe affermare anche il contrario, ovvero che è la cultura, a causa delle differenze che mette in luce, a dividere le persone.

Certamente, e ciò rende la cosa ancora più interessante. Tuttavia la cultura europea è forte grazie alle sue differenze. L'Unione Europea dovrà trovare il modo di gestire queste diversità senza annullarle in un denominatore comune. La cultura europea non è un dato di fatto, non è qualcosa che può essere semplicemente descritto, è un processo o un obiettivo, la cui definizione implica la politica e non può essere data a tavolino perché deve essere applicabile dal popolo a ciò che è ora e a ciò che sarà in futuro

Può fare un esempio?

Credo che la questione dell'immigrazione sia un ottimo esempio. È un'illusione ritenere che le politiche sull'immigrazione possano basarsi su qualche concetto culturale europeo pronto per l'uso che arrivi a definire i nostri confini: dove possiamo andare, dove gli altri possono arrivare, a quanti possiamo permettere l'accesso, e cosa essi debbano apprendere per poter diventare, come noi, dei bravi cittadini europei. No. Chi siamo è una domanda aperta.

Il testo della Costituzione europea ormai è stato redatto e firmato dai capi di governo, la discussione sul preambolo è terminata. Perché rispondere ora alle domande sollevate da quel dibattito?

Non era necessario che il nostro documento influenzasse il testo della Costituzione o che, ora, influenzi qualche altro testo europeo. L'importante è la discussione pubblica che, di sicuro, inizierà con il processo di ratificazione. A questo proposito, vorrei che il nostro documento stimolasse il dibattito e chiarisse che né l'economia, né la cultura, né la geografia possono essere considerate condizioni esterne al processo politico: nessuna di esse lo è. La sola economia non condurrà all'integrazione della nuova Unione Europea, essa richiede, infatti, volontà politica e un processo politico che deve considerare le realtà culturali, e anche quelle religiose, senza, con questo, riferirsi ad esse come a delle realtà precostituite. Il dibattito pubblico è importante proprio perché, attraverso questo processo politico, verrà fondata la nuova Europa.

Di quel preambolo costituzionale si è molto discusso. La Polonia aveva chiesto di inserire nel testo il nome di Dio. Poi si è parlato delle radici cristiane. Qual è la sua posizione?

È ovvio che la religione non è una questione privata e che svolge un ruolo nello spazio pubblico. La questione è quale sia questo ruolo. Sicuramente la cristianità è almeno una delle radici dell'Europa. Non è possibile immaginare l'Europa senza la tradizione cristiana. Alla religione va non solo concessa ma fornita la possibilità di agire nello spazio pubblico, tuttavia, l'unità politica deve fornire questa possibilità alle istituzioni della società civile in generale. La politica deve, infatti, assicurare questo spazio a tutti, senza privilegiare nessuna particolare istituzione. Ciò che ci interessa è la coesione e non la divisione: come trovare il fondamento di un'Unione che includa tutti e non escluda nessuno. E' pericoloso utilizzare termini generici come Cristianità, o Islam, in una discussione di questo tipo, riferendosi ad essi come rappresentassero delle tradizioni da accettare o rifiutare in blocco.

Ma che cosa significa questo concretamente?

L'obiettivo politico deve essere quello di cercare nelle religioni quelle forze coesive, non esclusive, che facciano da collante anche tra membri di diverse comunità religiose. Personalmente, ritengo che la Cristianità abbia un grande potenziale coesivo. Questo è vero anche se la storia, a partire dal diciassettesimo secolo, ci ha abituati a un ruolo frazionante della religione all'interno dello spazio pubblico, motivo per cui molti stati europei hanno generalmente cercato di escludere o, almeno, di allontanare la religione dallo spazio politico. Va poi ricordato che la presenza della religione nello spazio pubblico è complessa: per quanto l'Europa sia il continente più secolarizzato, esiste, infatti, un carattere religioso nascosto, un arcipelago sotto la superficie dell'acqua, in molte istituzioni laiche della società civile.

La formulazione del testo costituzionale può dare il giusto spazio alla religione pur senza farne menzione?

Credo che nessuno ritenga l'attuale formulazione la più felice possibile, e ci sono numerose proposte su come menzionare la religione senza escludere nessuno. Credo comunque che la Costituzione Europea e l'unione politica che essa rappresenta debbano essere aperte non solo a tutti coloro che già vivono in Europa ma anche ai membri futuri e ai futuri cittadini; per questo motivo, non si può privilegiare nessuna cultura né alcuna particolare forma religiosa.

Ultimamente si discute molto della presenza di tematiche religiose nella vita politica, negli Stati Uniti come in Europa. Pensa che le due situazioni siano comparabili?

Comparabili ma non simili. Negli Stati Uniti questa presenza della religione nell'ambito politico non è affatto una novità e, da questo punto di vista, l'ultima campagna presidenziale non è un'eccezione perché da moltissimo tempo la religione esercita una forte influenza sulla politica. Il caso dell'Europa è diverso. Rispetto all'Europa, dove dal diciannovesimo secolo la secolarizzazione è avanzata di pari passo con la modernizzazione, gli Stati Uniti sono una nazione molto più religiosa. Anche se è interessante studiare il ruolo che religioni svolgono all'interno dello spazio pubblico, ritengo che sia molto più rilevante ribadire che i gruppi religiosi devono essere trattati come tali e che lo stato non deve prendere le parti di nessun particolare gruppo civile, compresi quelli religiosi. In altre parole, deve esserci una netta divisione tra chiesa e stato.

In Europa ci sono molte differenze tra i vari stati membri. Si va dalla Spagna di Zapatero, alla Polonia cattolica.

Avendo vissuto in diversi paesi, dalla Polonia agli Stati e all'Austria, ho potuto constatare direttamente alcune di queste differenze. Tuttavia non sono così sicuro che esse siano poi così fondamentali. Nel caso della Polonia, ad esempio, la tradizione si mescola alla situazione politica. La tradizione ormai centenaria rende, infatti, la Polonia un paese cattolico, ma ciò non esclude che essa sia anche anti-clericale: la chiesa è un'istituzione molto forte, ma anche in Polonia esiste una divisione tra stato e chiesa. Un buon esempio può venire dal famoso sciopero del 1980, all'epoca il primate polacco, considerato un eroe popolare nazionale, fece trasmettere un appello in televisione in cui chiese ai lavoratori di tornare a casa: era spaventato dalla possibilità di un intervento sovietico. Nessuno, però, seguì il suo consiglio, eppure lui rimase un eroe nazionale: la gente, semplicemente, non lo aveva ascoltato.

 

 

 

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