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Primo: ammettere la delusione europea
Giancarlo Bosetti

Meno male che i commenti al voto presidenziale americano li possiamo fare dopo invece che durante, in clima di proiezioni sbagliate e dopo tre giorni di sondaggi preelettorali che si sono rivelati, anche loro, sbagliati. I commenti migliori sono quelli che prima di decretare svolte d'epoca nella battaglia culturale tra i valori di una parte contro l'altra si fermano - lo fa qui Siegmund Ginzberg - sulla risicatezza dei numeri. È vero che Bush ha avuto la maggioranza dei voti popolari, come ce l'aveva avuta Gore quattro anni fa (e nessuno ne aveva tratto l'indicazione di una egemonia democratica), ma è ancor più vero che a decidere l'assegnazione della Casa Bianca sono poche migliaia di voti in un singolo stato. La prima conferma è dunque quella che riguarda due tendenze forti sulla scena dell'opinione americana: la prima è quella di una divisione radicata, forte e tendente ad approfondirsi tra le "due Americhe"; la seconda è quella che questa polarità tende a precludere una forte egemonia sia degli uni che degli altri e a dare dei risultati vicini al pareggio.

Altrettanto certa è la delusione che il risultato produce nel mondo. La destra italiana, che si contenta di incassare subito gli spiccioli, vede solo il cazzotto in faccia alla sinistra. Ma se solo si alza lo sguardo in Europa si vede che la delusione è generale, a destra e a sinistra, in Francia e soprattutto in Germania. E che il risultato allontana le due sponde dell'Atlantico. Gli sforzi di dialogo potranno correggere la tendenza negativa ma, come scrive la Frankfurter Allgemeine Zeitung, la vittoria di Bush sommata a una rafforzata maggioranza repubblicana al Congresso consentono di dire subito che "una nuova primavera del multilateralismo non ci sarà". Lo stabilizzarsi di un rapporto distante tra Stati Uniti ed Europa (Blair fa eccezione e ne sta pagando un prezzo pesante in termini di consenso, Berlusconi non sembra destinato a pesare in Europa, come si è visto, e forse neppure a durare, come sostiene sul Corriere della Sera, Alain Minc) è l'altro dato certo che le elezioni presidenziali ci consegnano. Se ci sarà una correzione di rotta in senso multilaterale, sarà meglio per tutti, ma gli auspici in tal senso, come scrivono i commentatori tedeschi e francesi, sono oggi non più forti ma più flebili.

Quelli che: "avevo ragione io…"

I commenti della sinistra italiana sono di quel genere per cui ciascuno trova la conferma dei propri temi preferiti e di quel che già sapeva. I più convincenti sono quelli che insistono (Amato, Rutelli, D'Alema) sul tema della sicurezza come preoccupazione centrale delle opinioni pubbliche in ogni parte del mondo che sia esposta ai rischi del terrorismo (e dunque anche la nostra). Lasciare questo tema alla destra è un puro suicidio. Per il resto i tentativi di proiettare lo schema nazionale delle nostre battaglie politiche sulla scena americana può anche dare un risultato comico. Dire che il voto americano punisce le posizioni più radicali e premia quelle moderate non si addice granchè alla vittoria di Bush, era forse commento più appropriato alla vittoria di Kerry. Altrettanto insensato sarebbe trarne il segno di futuri certi trionfi delle ideologie in Europa. E assolutamente irrealistico sembra il tentativo (cui allude più o meno apertamente l'area berlusconiana) di ricalcare la ricetta di una politica fiscale alla Bush sommata agli slanci di fede contro cellule staminali e gli omosessuali, vale a dire tagli fiscali in patria e Buttiglione in Europa - due "promesse" mancate peraltro entrambe.

La notte degli errori recidivi

Mi aggiungo al numero di coloro che hanno pensato almeno una volta nella vita: se potessi tornare indietro non darei più retta agli exit-polls, italiani o americani fa lo stesso. Ed eviterei la figuraccia che ho fatto l'altra sera prendendo per buoni non solo due numeri maledetti, 311 e 213 (i grandi elettori di Kerry contro quelli di Bush) ma soprattutto la sicurezza che li circondava. Il che non mi ha spinto a sbagliare il titolo notturno di un giornale - come è accaduto al Manifesto, "Good morning America" accanto al sorridente John - prima di tutto per la ragione che non ho un giornale da titolare. Ha spiegato il Washington Post come è andata: alcune agenzie demoscopiche tra le più accreditate avevano guadagnato quella sicurezza, circa la vittoria di Kerry, già prima che si aprissero i seggi, perché la tendenza negli stati contesi appariva nettamente favorevole a lui. I primi exit-polls erano in linea con questa previsione. Non solo la agenzia Zogby, anche le altre. Poi c'è stato un black-out di due ore e mezza di alcuni data-base che ha impedito di aggiornare le previsioni tra le 20 americane e le 22.30. Il caso ha voluto che gli aggiornamenti mancati in quell'intervallo fossero quelli che avrebbero mostrato il passaggio in testa, anche negli exit-polls, di Bush. Niente di così drammatico per l'audience americana: prima di mezzanotte a New York le previsioni si erano normalizzate nel senso che l'elezione rimaneva sì sospesa perché mancavano i grandi elettori necessari alla proclamazione (e fino al giorno dopo sarebbe mancata), ma la tendenza favorevole al presidente era piuttosto chiara per la maggioranza delle agenzie. I tempi del chiarimento della tendenza erano dunque quasi normali per i giornali e le tv americane, ma erano letali per gli europei che andavano a dormire, anche quelli che hanno pazientato, da noi, fino alle 3 e oltre con la convinzione che stesse vincendo Kerry. "Quasi", dico, e non "del tutto" normali, perché Zogby ha continuato, sbagliando, a dare in testa Kerry fino al mattino, trascinando nell'errore chi gli ha creduto. Ma fin lì erano rimasti in pochi.

Le recriminazioni

Prima di scatenarsi in recriminazioni contro gli errori della propria squadra, suggerisce saggiamente l'ex consigliere di Clinton alla Casa Bianca Sidney Blumenthal, in un articolo su Guardian, meglio considerare attentamente che non sempre i risultati elettorali si spiegano con gli errori di una parte. "Mentre Kerry si batteva per le solide tradizioni della cooperazione internazionale e gli investimenti all'interno, per la trasparenza e la razionalità come essenziali per un governo democratico, Bush giocava direttamente proprio contro queste idee". Bush e Cheney si sono scatenati per il "Dio giusto" ridicolizzando l'internazionalismo di Kerry come effeminato, antipatriottico, elitario. Non sempre dunque si trattava di argomenti che era possibile sottrarre alla destra repubblicana. Bisognava magari impostare prima un "gioco pesante" di eguale efficacia ma di direzione contraria. E Kerry di strada ha saputo farne un bel po', radunando più voti di quanto sia mai riuscito ai suoi predecessori. Il risultato è che ora più di un senatore sostiene la pena capitale per l'aborto; ce n'è un altro che premerà perché tutti gli insegnanti gay siano licenziati. Ad essere sconfitto è il vecchio partito repubblicano moderato. E - commenta Blumenthal - questa sconfitta potrebbe risultare più influente della stessa sconfitta dei Democratici. Quali conseguenze trarne? I Democratici non potranno mai gareggiare con gli integralisti neocon sul terreno del "Dio giusto" contro quello sbagliato. E contro una deriva di questo genere, che tira colpi sotto la cintola, potranno forse sollecitare gli istinti liberali che ancora allignano anche tra i conservatori.

Come suggerisce anche su "Reset" un liberale conservatore, alla Aron, come Mark Lilla, prima di nascondere il peso di questo risultato sotto i consueti riti esorcisti che si presentano come realistiche e sofisticate analisi della tattica, conviene guardarlo bene anche per quello che ha di brutto. Specialmente se l'esamo nudo e crudo della bruttura servirà a risvegliare le convinzioni liberali che in America non sono mai state, per fortuna, una esclusiva dei progressisti.

 

 

 

 

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