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264 - 30.10.04


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I muri della discordia
Wendy Pullan


Viaggiando lungo la vecchia strada che collega Gerusalemme a Gerico, ci si ferma improvvisamente nel mezzo di Abu Dis, un villaggio semi-periferico al limite della Gerusalemme palestinese. Un muro massiccio si innalza per otto metri nel mezzo della strada, tagliandola senza nessun avvertimento: la strada è finita. Quello che un tempo era il centro di Abu Dis, adesso è una frontiera: i negozi, una volta convenientissimi per chi era di passaggio, oggi faticano a restare sul mercato; la pompa di benzina è abbandonata. Poco più avanti, si alza il muro. I graffiti in ebraico e in inglese ne fanno un manifesto per le prese di posizione degli israeliani, siano essi progressisti o conservatori, rendendolo oggetto di quel turismo interno legato al conflitto. Un collega mi dice che aveva portato qui un (raro) gruppo misto di studenti universitari palestinesi e israeliani: gli israeliani si erano guardati attorno cautamente mentre i palestinesi si erano messi subito in posa per le fotografie, con un’aria di sfida e le dita a formare la “V” di vittoria. Il muro è già diventato un monumento perverso. Sopra, a caratteri cubitali, il suo passato storico, agghiacciante: “Dal ghetto di Varsavia al ghetto di Abu Dis”.

Questa fila di mattoni di cemento armato fa parte della “barriera di sicurezza” israelo-palestinese, del “recinto di separazione”, o del “muro di apartheid”: la definizione che si sceglie dipende dalla prospettiva che si adotta. E’ una sezione del lungo muro che Israele ritiene servirà a prevenire gli attacchi suicidi contro la propria gente. Quanto risulterà efficace è questione assai discutibile, nell’immediato, è servito a consolidare gli insediamenti israeliani e a spaccare e dividere la terra dei Palestinesi, confinando le loro comunità, separando i loro agricoltori dai campi e dalle piantagioni, impedendo loro di raggiungere i propri posti di lavoro, le famiglie e gli amici. Il muro non è un confine internazionale, ma una divisione fra due popoli imposta da uno, quello israeliano, sulla terra dell’altro, quello palestinese. Esso va a unirsi ad altre costruzioni simili – vengono alla mente Berlino, Cipro, Belfast – che in epoca moderna hanno funzionato da separazione fisica radicale nel tentativo di risolvere problemi apparentemente irrisolvibili con altri mezzi.

Non tutte queste costruzioni sono ancora in piedi e i contesti sono diversi: dalla generale condanna della politica del contenimento della Germania dell’est, a una sonora approvazione sia da parte protestante che cattolica dei “muri della pace” di Belfast. La sezione principale della barriera israeliana si estenderà per una lunghezza compresa tra i 300 e i 600 chilometri e alla fine circonderà la West Bank, mentre i “muri della pace” irlandesi chiudono singole strade: il più esteso – sulla Springfield Road - è lungo 2 miglia. Sarebbe comunque corretto dire che tutte queste costruzioni rappresentano delle anomalie nella storia dell’umanità essendo state costruite espressamente per separare e dividere. Nei casi più estremi, esse hanno a volte confinato intere aree abitate per essere poi abbattute. In generale rappresentano solo uno dei molti orrori della guerra e dell’occupazione, eppure nella loro peculiare tangibilità, possono facilmente richiamare l’attenzione su tutto ciò che non ha funzionato.

C’è da dire pure che non tutti i muri impongono condizioni draconiane, e non tutti sono intrinsecamente negativi. In qualche misura, la nostra attuale comprensione è condizionata dallo studio moderno sulla natura dei confini. Alla fine del diciannovesimo secolo la nuova disciplina della geografia politica ha iniziato a distinguere tra una regione o un’area di confine relativamente ampia dalla linea di confine vera e propria, essenzialmente una linea astratta disegnata su una mappa. Un’osservazione del genere ha suscitato un notevole interesse e ha dato un notevole impulso alla ricerca sulle culture di confine; ancora più significativo, può risultare riflettere sull’idea che alcune linee di divisione non dovrebbero mai essere tracciate completamente. In certo qual modo, essa si richiama a pratiche in vigore molti secoli fa: i romani, ad esempio, tracciavano un solco, in genere circolare, noto come poemerium, che segnalava di rito l’estensione di una nuova città. In circostanze normali, il poemerium veniva solo blandamente ripreso dalla cinta muraria che deviava a seconda della necessità e veniva modificata nel tempo in base alle esigenze della vita quotidiana; il risultato era un ricordo importante ma lontano del poemerium originario.

La questione, in realtà, è che costruire un muro significa agire sia a livello simbolico sia sul piano della strutturazione della vita civile, e se le due cose possono confondersi, non necessariamente coincidono. Se molte mura antiche e medievali erano necessarie alla difesa e le città assomigliavano a delle fortezze, la cinta muraria svolgeva anche un ruolo costituzionale. Il diritto di risiedere all’interno della cinta offriva la libertà e la responsabilità di partecipare alla cittadinanza. Allo stesso tempo, molto spesso, le città si estendevano ben oltre le proprie mura arrivando a includere campi agricoli, coste, villaggi dipendenti, reti di scambio e località sacre.

Inoltre, nessuna città era isolata: il commercio, le politiche, le amicizie, gli scambi culturali e, sì, anche la guerra, dipendevano da ciò che si trovava oltre il muro. Le porte d’accesso erano dei punti di riferimento imprescindibili, luoghi di passaggio e di collegamento tra il dentro e il fuori. Si svilupparono le cosiddette culture della “porta della città”, e con esse i protocolli di comportamento e interazione, alcuni impliciti altri espliciti. In un modo o nell’altro, per quanto le mura demarcassero e separassero, erano anche strumenti per mediare e collegare.

Con tutto il suo contenuto simbolico, la cultura delle mura “spesse” che strutturano differenze e passaggi, incorporando e promuovendo in tal modo una certa ricchezza di significato, è sostanzialmente scomparsa; eppure, possiamo liberarci dalle cinte murarie? Probabilmente no, perché persino in un mondo globalizzato ed elettronicamente «linkato», la rimozione di tutti i confini è difficilmente possibile e, nei fatti, assai poco desiderabile. Oggi alcuni berlinesi rimpiangono il totale abbattimento del muro e vorrebbero restaurare una qualche forma di demarcazione che ricordi come la loro città sia il risultato dell’unione tra Est e Ovest. E’ chiaro che il bisogno di ricordare sia una forza sferzante, ma aldilà di questo, nessuno vuole vivere in un mondo omogeneo e senza forma.

L’identità in genere richiede alcune forme di riconoscimento o di appartenenza che dipendono alternativamente dalla struttura e dalla differenziazione locale. Beirut, che ha conosciuto terribili divisioni e una greenline di morte e distruzione che è stata soprannominata “il muro senza pietre” ha dovuto affrontare questi problemi durante la propria ricostruzione. In riconoscimento dei vari gruppi locali che reclamano la città, il sociologo libanese Samir Khalaf suggerisce che vi è bisogno sia di rapporti di vicinanza che di distanza, di flessibilità piuttosto che di reclusione ed esclusione. La permeabilità è cruciale dove i confini e il movimento coesistono. Le mura statiche e l’abilità di superarle e trascenderle sono una combinazione chiave frequentemente ignorata, e, troppo spesso, l’imposizione di strutture che separano è specificamente intesa per limitare irragionevolmente il passaggio o impedirlo completamente. Al muro viene assegnato un ruolo uni-dimensionale e il controllo del movimento diventa un’arma insidiosa, la principale, abbondantemente utilizzata nei conflitti civili. Ciò produce un nuovo tipo di topografia, disegnata da barriere e check-points che riordinano il paesaggio esistente e dominano ogni aspetto della vita quotidiana, fisica, psicologica e simbolica.

Viene spesso sottolineato come il muro israeliano sia una soluzione sorprendentemente medievale per un problema moderno; un rifiuto sconsiderato della tesi di Montesquieu secondo cui “con l’invenzione della polvere da sparo, non esistono più località inespugnabili”. Ma aldilà di qualche atavica speranza di protezione, il paragone medievale cade presto, perché questo muro non sostiene alcuno scambio mediato che orienti la società, e non offre strumenti per articolare la differenza.
Si tratta, in fondo, di una barriera piuttosto sottile: una lacerazione che rinforza niente più che i confini. Ha generato solo distruzione, con l’esercito israeliano che ha distrutto tutta la vegetazione, gli edifici, e le altre forme di presenza umana lungo il suo tracciato nel nome della sicurezza. E’ ovvio che qualsiasi regione di confine ci potesse essere sta andando distrutta, qualsiasi speranza di permeabilità che possa permettere e promuovere il riconoscimento e l’esperienza dell’altro sarà presto bloccata. Piuttosto che andare a ripescare qualche ricordo del passato pre-illuminista, premetterei che si tratta di una risposta specificamente moderna. Essa è ricca di suggestioni derivate dall’offuscamento della guerra fredda che considerava la divisione del mondo, operata dalla cortina di ferro, reale dal momento che essa era essenzialmente unilaterale e perciò ciascun settore poteva solo immaginare ma mai conoscere l’altro.

Questo non vuol dire che i lati del muro siano sempre uguali. Il caso dei palestinesi risulta particolarmente odioso perché essi hanno subito le politiche israeliane di contenimento e ghettizzazione. Per loro, il lato visibile del muro è visto da un interno distrutto e sottoposto a restrizioni. Ma per entrambe i popoli, sia esso voluto o imposto, il muro sta lì per sopprimere qualsiasi forma di impegno, violento o pacifico che sia, così che molti allontanano e rimuovono il conflitto dalla consapevolezza immediata dirottandolo verso alcune più oscure profondità da dove è destinato però a riemergere sempre più atrocemente. Mura del genere favoriscono un singolare disimpegno dalla realtà, descritto in uno studio su Belfast secondo il quale esse “permettono alla gente di vedere dall’altra parte ciò che vuole: l’immagine del proprio nemico”.. In effetti, il conflitto diventa una rappresentazione di sé che vorticosamente decade in trasformazioni irriconoscibili e incontrollabili propriamente e unicamente uni-laterali.

La curiosità umana può spingere a volte a guardare oltre il muro, ma troppo spesso, come accade per la piattaforma di osservazione installata a Ledra Street nella parte greca di Cipro per spiare nel settore turco, il risultato è letteralmente un’immagine costruita e pianificata; l’esperienza autentica dell’altro lato diventa sempre più distante. Non è una sorpresa che dopo la piattaforma, sul fronte opposto, sia stato aperto un museo nazionalista. Stranamente più provocatorio è il lato turco, che resta calmo come l’acqua di uno stagno senza sapere o senza preoccuparsi di essere osservato. Un piccolo caffè si incunea contro il muro e, su questo sfondo, è stata dipinta una finestra nera. E’ un dispetto, un’immagine di un’apertura che punta all’altro lato ma non va da nessuna parte e non comunica nulla.

In Israele, dipingere sul muro sta diventando una cosa comune, forse una nuova e triste forma d’arte. Lungo le nuove strade costruite per dare un percorso sicuro agli israeliani che devono raggiungere gli stanziamenti della West Bank, il muro è stato costruito in punti di possibile frizione, di solito dove la strada attraversa un villaggio o una città palestinesi. Una costruzione di solido cemento su entrambe i lati della strada Modi’in a Gerusalemme è ricoperta da un murale di un viadotto; nella scena vengono raffigurati attraverso gli archi prati verdi e un cielo azzurro. Fiancheggiati su ambedue i lati da questo paesaggio rurale immaginario, si accelera lungo la strada stretta e costretta, chiedendosi chi viene imprigionato in questi luoghi. Un esempio ancora più penoso si trova sulle mura a sud di Gerusalemme che separano l’israeliana Gilo dalla Palestinese Beit Jala. Lì, gli abitanti di Gilo fissano un panorama dipinto che riproduce un piccolo villaggio inserito in un paesaggio chiaramente arabo nella sua topografia e architettura ma che ricorda anche qualcosa di più antico, in un certo senso biblico. Il sole splende e il paesaggio dipinto è tranquillo. Ma in questo villaggio non c’è traccia di persone, è stato epurato. Il muro unilaterale è diventato un’immagine ingannevole che invita coloro che vi si avvicinano a entrare nella sua falsa stretta. Noi possiamo solo cercare di immaginare che cosa può esserci lì dietro.
(traduzione dall’inglese di Martina Toti)

 

Wendy Pullan fa parte della Facoltà Architettura dell’Università di Cambridge, in Gran Bretagna, e dirige il progetto di ricerca “Conflict in Cities” di Gerusalemme.

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