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263 - 16.10.04


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Un europeista di Chicago
Daniele Castellani Perelli


Jeremy Rifkin, Il sogno europeo,
Mondadori, pag. 443, euro 18,50

Questo è un libro in cui la dedica dice già tutto: “For the Erasmus generation”. Se per Donald Rumsfeld la nostra Europa è vecchia per definizione, per Jeremy Rifkin di vecchio in giro c’è solo l’american dream, e proprio nelle capitali del nostro continente sta invece nascendo l’unica risposta adeguata e moderna, giovane, a questo complicato mondo globale. Rifkin è un intellettuale non nuovo a tesi geniali e precorritrici, e il suo ultimo Il sogno europeo non fa eccezione. Non che il suo entusiasmo europeista sia sconosciuto a molti intellettuali nostrani, non che i dati che cita suonino assolutamente nuovi (vedi anche “Europe vs America”, del laburista inglese Will Hutton), ma è come se Rifkin dicesse queste cose meglio di tutti, visionario appassionato e pragmatico al tempo stesso.

Qui si parla di sistemi capaci di guidare il mondo, di sogni adeguati a vincere la sfida della globalizzazione. Partiamo dagli Usa. Per Rifkin l’american dream è disperatamente al tramonto, “è troppo concentrato sul progresso materiale degli individui per poter essere rilevante in un mondo di rischi crescenti, diversità e interdipendenza”. E’ schiacciato sul presente, sul consumo immediato. E’ egoistico, irrispettoso della natura. Come esempi di depravazione del sogno americano della mobilità verticale, Rifkin nota che i giovani americani cercano di raggiungere il successo oramai solo tramite i reality shows, e che gli adulti al lavoro preferiscono le lotterie e i casinò.

Al contrario, l’European dream enfatizza le relazioni comunitarie piuttosto che l’individualismo, la diversità culturale sull’assimilazione, la qualità della vita sull’accumulazione delle ricchezze, lo sviluppo sostenibile sulla crescita materiale, diritti umani e diritti della natura piuttosto che il diritto di proprietà, cooperazione internazionale invece dell’unilateralismo. Non è nazionalista, è tollerante, è laico, ha un’autentica coscienza globale, fa sue le battaglie civili del ’68, mentre l’America tende ultimamente a restringere le libertà dei suoi cittadini e di quelli degli altri popoli. La sua struttura decentralizzata e a più livelli è la perfetta risposta ad un mondo che si identifica sempre di più con la “rete”, con il web. I suoi valori equilibrati, il suo “istinto di vita”, rispondono perfettamente alle sfide della globalizzazione (gli Usa sono troppo individualistici, i popoli asiatici troppo comunitaristici). L’Europa si concentra sulla qualità della vita, e pertanto “lavora per vivere, e non vive per lavorare” (il lavoratore medio americano lavora dieci settimane l’anno in più di quello tedesco, e quattro settimane e mezzo più di quello britannico. E’ tutto molto insano, visto che, come dice la moglie di Rifkin, citata nel libro, “nessuno si è mai pentito sul letto di morte di aver speso troppo poco tempo in ufficio”). In termini psicanalitici, quella americana è una società che si basa sull’“istinto di morte”, dice Rifkin, perché non fa che consumare: alimenti, prodotti e soprattutto tanta energia inutile, per l’esattezza un terzo in più dell’energia consumata dall’Ue (non è un caso, nota l’autore, che in Europa, diversamente dagli Usa, le luci dei bagni pubblici e l’elettricità delle scale mobili siano attivate solo quando si faccia effettivo uso di quei servizi).

Il discorso (e qui gli americani dovrebbero preoccuparsi) non è riferito all’America di Bush, che è citato solo una decina di volte in 400 pagine, ma al sistema stesso. E sebbene sia un libro di parole appassionate, Rifkin sostanzia il tutto con una serie impressionante di dati statistici e di sondaggi, molto spesso sorprendenti. Eccoli: la popolazione sotto la soglia di povertà è il 17% (contro il 7,5% della Germania e il 5,1% della Finlandia), l’aspettativa di vita è in media di 76,9 anni (78,2 nell’Europa dei 15), gli obesi sono il doppio dell’Europa, i bambini poveri sono 11 milioni, il numero di omicidi è 4 volte superiore (6,26% contro l’1,7%), i carcerati sono 685 su 100.000 (contro gli 87 europei). Rifkin ammonisce di non fidarsi dei commentatori che basano il confronto tra Ue e Europa solo sul Pil, che è un indicatore inaffidabile, perché include anche attività “negative”. E comunque non è vero che la nostra economia è più improduttiva, visto che “nel 2002 l’Europa ha virtualmente chiuso il gap di produttività con gli Usa, con paesi come la Germania che ne hanno superato il livello di produttività per ore lavorate, e che se aggiungiamo al numero di disoccupati americani quel 2% di popolazione incarcerata, ecco che il tasso di non occupati raggiunge il 9%, un livello da Europa continentale. Le stesse aziende europee sono vere protagoniste del mercato globale, ed è curioso che il movimento “no global” se la prenda solo con gli Usa, dato che la maggior parte delle multinazionali sono europee, e sono tutte ai vertici nei loro settori.

L’European dream nasce al crocevia tra la postmodernità e l’emergente età globale. Maurizio Ferraris, su “Reset” (n.84), ha parlato della terza stagione del postmodernismo, una terza fase in cui i postmoderni, partiti dal relativismo, dalla distruzione, sarebbero ormai passati alla pars costruens, alla progettazione positiva, fino al paradosso di ritrovarsi a proporre una nuova metanarrativa. E questa sarebbe oggi la situazione di molti dei “credenti” nell’Unione. L’Europa degli ultimi 50 anni, rispetto agli Usa, si è sempre caratterizzata per un maggiore scetticismo, una maggiore cautela, ma oggi ha finalmente la possibilità di guidare il mondo. Cosa le manca? Solo un po’ di sano ottimismo americano, di quella forza ingenua e sicura che la salvi dal cinismo e dal pessimismo, visto che già le altre realtà continentali si stanno aggregando proprio sotto l’esempio dell’Ue (Asean in Asia, Oas in Africa, Mercosur in Sud America), che l’European dream ha le qualità perfette per rendere migliore questo mondo, e che, come scrive Rifkin nel finale, “noi americani dicevamo una volta che per l’american dream vale la pena morire. Per il nuovo European dream vale la pena vivere”.

I giovani dell’Europa di oggi studiano in un paese diverso dal proprio grazie al progetto universitario Erasmus. Il mercoledì vedono la propria squadra di calcio giocare all’Amsterdam Arena. Ascoltano musica londinese, e vedono film ambientati a Madrid. Mangiano kebab turchi e leggono romanzi francesi. Nella loro Storia il muro di Berlino è importante quanto la Liberazione. Passano le vacanze a Praga e preferiscono la birra tedesca. Ora la loro vita ha un nome, European dream. Il paradosso è che questo nome gliel’ha dato un professore di Chicago. Un vero europeista.

 

 

 

 

 

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