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263 - 16.10.04


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Fabbriche di idee alla battaglia dei voti
Massimiliano Panarari


 

Come in ogni battaglia che si combatte, anche quella delle idee ha i propri fortilizi e casematte e le proprie trincee. Dove si guerreggia aspramente e senza esclusioni di colpi per prevalere sul mercato culturale e dell’opinione pubblica di quella che è la sola superpotenza planetaria (o “iperpotenza”, come dicono gli assai poco amati, quando non direttamente odiati, francesi).
A prima vista, ci si potrebbe domandare, con un po’ di stupefazione, che senso abbia “sprecare” energie e risorse per vincere sul terreno ideologico, quando a contare, soprattutto in una nazione come gli Stati Uniti, sono ben altri fattori e ambiti. In realtà, giustappunto, è opinione dominante e vulgata corrente da tempo, presso gli studiosi e gli osservatori di “cose a stelle e strisce”, che gli ormai famosi think-tanks (i cosiddetti “pensatoi”) esercitino un’influenza tutt’altro che trascurabile (per alcuni addirittura decisiva) sulla politica Usa e sui cambiamenti del clima di umore che la muove. Ciò che accade Oltreoceano, nel paese del pragmatismo e del “time is money” – vicenda quasi inusitata a occhi italiani – è una autentica competizione per conseguire una sorta di “neogramsciana” egemonia culturale (che passa dalla “lotta di classe” alla “battaglia delle idee”). Del resto, dove comanda il mercato anche i pensieri diventano sostanzialmente assimilabili ai prodotti, e vince chi compete e corre di più e meglio (metodologia, che al di là della prima reazione di riprovazione, ha anche i suoi indiscutibili vantaggi e meriti). (Un argomento, questo dei think-tanks, che trova eco e suscita interesse ormai anche da noi, grazie ai libri e agli articoli di giornalisti come Maurizio Molinari, Roberto Festa, Christian Rocca).

I “Machiavelli” della Casa Bianca.
L’America alla vigilia del voto presidenziale si configura, quindi, come un grande campo di battaglia dove le “armate intellettuali” dei due partiti – anche se, data l’ampiezza del “mercato delle idee” di quello sterminato paese vi è posto pure per istituti e “laboratori” indipendenti e di altro orientamento politico (dagli ambientalisti ai radical) – si fronteggiano più agguerrite che mai. Con una prevalenza netta, ennesima testimonianza di “chi dà le carte” e dei rapporti di forza vigenti nella nazione, a favore dei centri studi e dei pensatoi repubblicani, neocon e della new right, diffusi in maniera capillare e in grado di sfornare progetti e soluzioni a favore degli uomini dell’Amministrazione di Bush junior con una prontezza tuttora sconosciuta ai rivali democratici.

Basti pensare che, come sottolineano nel loro libro The Right Nation, John Micklethwait (direttore dell’edizione Usa dell’Economist) e Adrian Wolldridge (suo corrispondente da Washington), i conservatori (soprattutto nella loro ultima versione “rinnovata”) hanno sbancato in termini di egemonia culturale, riversando e facendo arrivare ai think-tanks qualcosa come un miliardo di dollari nell’ultimo decennio, sintomo evidente della posta in gioco. E segnale di lungimiranza, perché la battaglia è stata vinta, e se l’opinione pubblica maggioritaria negli Stati Uniti si è spostata tanto a destra lo si deve anche all’opera – infaticabile, ma tutt’altro che oscura – di istituzioni private quali l’Heritage Foundation, l’American Enterprise Institute (di Michael Novak, tra gli altri) o l’American Institute for tax reform e di periodici e riviste come The Weekly Standard, The National Interest e Commentary. E al lavoro di individui come Karl Rove, lo stratega per eccellenza della politica presidenziale, il “Machiavelli” di Bush, il regista della comunicazione complessiva della Casa Bianca, ma anche uno dei consiglieri politici più ascoltati e smart (oltre che cinici) dell’uomo che guida la nazione più potente del pianeta. Proprio entrando e uscendo dalle riunioni e dai meeting di tali pensatoi – e ispirandosi, talora, al pensiero del “nume tutelare” Leo Strauss – personaggi quali Paul Wolfowitz, Irving e William Kristol, Richard Perle, Norman Podhoretz, Robert Kagan e Andrew Sullivan si sono posti l’ambiziosa missione di riplasmare la visione dominante degli americani, e ci sono riusciti – con risultati che sono sotto gli occhi di tutti…

E così, mentre anche alcuni “falchi liberal” (Kenneth Pollack, Paul Berman, Thomas Friedman), in un forum su Slate di non molto tempo fa, cominciano a porsi qualche dubbio sulla bontà della loro posizione interventista in Irak, anche la sinistra, non premunitasi per tempo, provvede finalmente ad attrezzarsi per risultare competitiva nello scontro delle idee con i pensatoi che sostengono il potere. Dovendo dire, ancora una volta, grazie a Bill Clinton, dalle cui schiere di collaboratori provengono molte delle “teste d’uovo” messe a disposizione del Partito dell’asinello nel suo inseguimento dell’apparentemente invincibile “Dubya” Bush. Nei momenti difficili, l’ex presidente che venne dall’Arkansas rimane sempre il miglior trasfusore di sangue e “soccorso rosso” (anzi, molto rosa…) per il Partito democratico.

La schiera di Capitan Clinton.
A produrre idee per lo sfidante John Kerry si impegna ultimamente una galassia di uomini e donne che include i neoliberal (un gruppo di politologi e analisti – dall’ascoltatissimo Roland D. Asmus ai già citati Pollack e Berman, quest’ultimo rinomato saggista e giornalista di Dissent), teorizzatori del multilateralismo ma tutt’altro che docili “colombe” e convinti della necessità di “esportare la democrazia” al di fuori dell’Occidente (favorevoli all’”imperialismo” light e democratico in poche parole), oltre, naturalmente, al gruppo ristretto di consiglieri del candidato (destinati, in caso di vittoria, a seguirlo alla Casa Bianca): Gregory Craig (esperto di diplomazia, nonché avvocato di casa Kennedy e difensore di Clinton nell’occasione dell’impeachment), Rand Beers (già responsabile antiterrorismo del presidente in carica, avverso all’intervento in Irak e, conseguentemente, dimessosi – un esempio di alto funzionario bipartisan), Richard Holbrooke (che fu ambasciatore alle Nazioni Unite) e Anthony Blinken (Minority staff director della commissione Relazioni internazionali del Senato).

E i think-tanks, il già superclintoniano e New Democrat Progressive Policy Institute diretto da Will Marshall e il nuovo Center for American Progress che ha iniziato a operare grazie ai dieci milioni di dollari donati da George Soros, il celeberrimo speculatore e filantropo “popperiano” di origini ungheresi, accanito avversario di Bush. A dirigerlo è John Podesta (già capo di gabinetto di Clinton), con una straordinaria vocazione organizzativa e capacità comunicativa, al punto di volerne fare un “centro studi con gli steroidi”, in grado di rivaleggiare in aggressività e presenza mediatica con i pensatoi repubblicani. Segnali di questa volontà di competere per l’egemonia politico-culturale degli Usa dei prossimi anni: un parterre de roi di collaboratori (da Morton Halperin, una vita al servizio dei presidenti democratici, all’esperto di media Eric Alterman, da Larry Korb a Gayle Smith e Nicole Mlade), una squadra di analisti in servizio permanente effettivo e pronta ad andare in televisione a qualsiasi ora del giorno e della notte e una certa, formidabile, dose di spregiudicatezza pubblicitaria, come testimoniato dall’enorme display elettronico che aggiorna i passanti, secondo dopo secondo, su quanto costa al contribuente americano la scellerata campagna irakena di Bush e che campeggia (oltre che sul sito dell’organizzazione) su di un grattacielo di Times Square, vicino al Nasdaq, collocato, nel più spirito mercantile Usa (e soprattutto newyorkese) tra uno schermo della Sony e un gigantesco poster che reclamizza la nuova linea di biancheria intima di Jennifer Lopez.

Proprio Center for American Progress ha organizzato nel giugno scorso un incontro a Roma sulla politica internazionale, insieme al britannico Policy Network (presieduto dal neocommissario europeo Peter Mandelson, uno degli spin doctor per antonomasia di Tony Blair) e alla Fondazione Italianieuropei; insomma, sentiremo sempre più spesso parlare di loro…

Ecco alcuni links relativi ai think-tanks di cui si parla nell’articolo:

 

Heritage Foundation American Enterprise InstituteProgressive Policy Institute
Center for American Progress
Policy Network
Fondazione Italianieuropei

 

 

 

 

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