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261 - 18.09.04


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Morte di un free-lance di un paese diviso
Daniele Castellani Perelli


Quando una guerra è così incerta da trasformarsi in guerriglia, ed è sporca più del normale - vedi il paradosso di Abu Graib -, cresce la necessità di una stampa libera e coraggiosa, la necessità di giornalisti che preferiscano le strade tagliate dai proiettili agli hotel-bunker. Ma quei giornalisti che scelgono di lasciare i loro alberghi, in guerre così, si espongono a rischi incalcolabili, a avventure da fine ‘800, a morti come quella di Enzo Baldoni.
Enzo Baldoni era un free-lance milanese di origine umbra, ed era in Iraq per il settimanale Diario di Enrico Deaglio. E’ stato rapito il 20 agosto dai terroristi dell’Esercito islamico in seguito a un’imboscata mentre viaggiava, con un convoglio della Croce rossa, sulla strada che porta da Najaf a Bagdad. Il 24 agosto la televisione Al Jazeera ha mostrato un video di rivendicazione in cui Baldoni spiegava che sarebbe stato ucciso nel caso in cui entro 48 ore le truppe italiane non avessero lasciato il territorio iracheno. Tre giorni dopo l’annuncio della tv del Qatar: “L’Esercito islamico in Iraq ha annunciato di aver compiuto l’esecuzione dell’ostaggio italiano rapito in Iraq su ordine del suo legittimo tribunale”.

In Italia la vicenda, su cui rimangono molti misteri, ha avuto una forte eco, ma non ha scosso l’opinione pubblica quanto la storia dei quattro bodyguard italiani rapiti nella zona di Falluja il 12 aprile. Allora Maurizio Agliana, Salvatore Stefio e Umberto Cupertino erano stati liberati dopo 56 giorni di prigionia, mentre Fabrizio Quattrocchi era stato giustiziato immediatamente. La differenza dell’impatto delle due vicende è sicuramente riconducibile a cause inerenti le vicende stesse e inerenti i media: l’effetto novità - già la storia di Antonio Amato, il cuoco italiano sgozzato in Arabia a fine maggio, aveva suscitato meno emozione - e la possibilità, per i media, di romanzare il primo sequestro: inizio scioccante e conseguente effetto-suspense prolungato, parenti mobilitatissimi, presenza di tematiche coinvolgenti come il nazionalismo delle ultime parole di Quattrocchi, la bandiera italiana ostentata dal padre di Stefio, la legittimità “morale” della presenza delle quattro guardie del corpo in Iraq.

Tuttavia, anche qui c’è stato spazio per un dibattito interessante che Gianni Riotta sul “Corriere della Sera” è stato tra i primi a sollecitare, pur senza gli intenti polemici di cui si sono poi serviti, anche volgarmente, altri. Riotta, il giorno dopo la messa in onda del video, ha scritto di Baldoni: “Adesso il suo mondo milanese, intellettuali, artisti, pubblicitari, condivide l’ansia dei familiari degli uomini di sicurezza rapiti in Iraq... Due culture separate in Italia da tutto, l’invasione americana, Berlusconi e Prodi, i marine e i mujahidin, si scoprono d’improvviso vicine”. “Due galassie sociali e antropologiche”, secondo Riotta, che sono state ridicolizzate dalla rispettiva parte avversa come “i gorilla assetati di sangue” e “il pubblicitario radical chic in cerca di avventure”.
Se la stampa moderata ha trattato con identico rispetto le due vicende, su quotidiani più radicali i toni sono stati diversi e hanno riproposto il tema delle due Italie separate. Da un lato il manifesto ha dedicato ai bodyguard titoli e vignette irriguardose - l’apertura con “Eroi di scorta” e la vignetta di Vauro che, il giorno dopo l’assassinio di Quattrocchi, mostrava un dollaro penzolante da un pennone e, sotto il titolo “morire per denaro”, inseriva la battuta: “Banconote a mezz’asta” - e lo stesso ha fatto “Liberazione” - “Quattro mercenari italiani nelle mani degli iracheni” -. Il quotidiano di Feltri, “Libero”, ha invece preso di mira, con pari insensibilità, il mite Baldoni, dedicandogli, anche dopo la morte, titoli e frasi di questo tipo: “Il vacanziere col brivido”; “Il turista del giornalismo”; “Un simpatico pirlacchione”; “Il giornalista italiano che cercava brividi in Iraq”.

La vicenda di Baldoni è notevole anche per quello che ci dice del giornalismo di oggi. Non a caso, Articolo 21 ha proposto di intitolargli il Forum della stampa di Gubbio. Federico Orlando e Giuseppe Giulietti, presidente e portavoce dell’associazione, hanno lanciato anche la proposta di un incontro tra tutti gli organismi internazionali che si occupano della libertà dei media e del rispetto delle convenzioni internazionali in materia. “Enzo Baldoni – spiegano - era un giornalista ‘non professionista’ che aveva deciso di dedicare parte della sua vita alla ricerca della verità contro ogni forma di censura e di bugia mediatica. Per questa ragione aveva deciso di esplorare i luoghi della guerra, della povertà, della divinità cancellata ed oltraggiata”. A Baldoni verrà intitolato anche un premio da consegnare ogni anno al giornalista “non professionista”, all’emittente, all’autore di blog o al fotografo “che abbiano dimostrato coraggio, rigore professionale, passione per la ricerca della verità”.

L’idea ha incontrato l’entusiasmo del segretario generale della Federazione Nazionale della Stampa Italiana Paolo Serventi Longhi che ha scritto: “Enzo era una giornalista atipico, rigorosamente indipendente e profondamente sensibile alle innovazioni e allo sviluppo dei new media”. Il Presidente della Fnsi Francesco Angelo Siddi ha chiesto in proposito una riflessione “sulla funzione dei media e sull’esigenza vitale di una libera stampa che possa svelare misteri e trame oscure, dare luce e parola alle notizie negate e dimenticate”: “Il desiderio di solidarietà e di pace, di sostenere il riscatto dei deboli – ha concluso Siddi – era strettamente connesso alla ricerca di un’informazione libera e completa, non intossicata dagli interessi dei belligeranti o delle fazioni del terrore nelle frontiere martoriate dalla guerra e dalla violenza”. La Fnsi e la Ifj - Federazione internazionale dei giornalisti - si sono appellati alle forze militari sul campo e alle milizie islamiche perché risulti chiaro che i giornalisti non sono parte del conflitto né espressione delle politiche nazionali dei loro Paesi. “L’assassinio del free lance Baldoni riporta ancora una volta alla luce – ricorda il presidente della Fnsi – la condizione di alta esposizione dei colleghi di frontiera. Anche sulle regole del loro ingaggio di lavoro occorre una riflessione più attenta e disponibile da parte di tutti, a cominciare dagli editori. Va rilanciato l’impegno della comunità internazionale per la sicurezza dei giornalisti, la Convenzione di Ginevra non basta più”.

Quella di Enzo Baldoni è una storia emblematica. Ribadisce la difficoltà del giornalismo tradizionale, ufficiale, di rapportarsi a guerre sempre più complesse. Testimonia l’influenza crescente dei bloggers e dei new media in genere, nella copertura dei conflitti. E segnala anche qualcosa del nostro paese. Parigi marcia compatta per chiedere la liberazione di Georges Malbrunot e Christian Chesnot, i due giornalisti francesi catturati in Iraq il 20 agosto, e in un clima di autentica unità nazionale l’islam moderato si conferma parte di quella civiltà repubblicana. In Italia, nonostante nei casi dei bodyguard e di Baldoni solo le ali estreme abbiano espresso apertamente l’aggressività di cui sopra, rimane il dubbio su come l’opinione pubblica italiana abbia vissuto le due vicende. Il dubbio che si siano mostrate anche qui due Italie. Che sia ancora vero che abbiamo una certa difficoltà a seppellire i nostri morti.

Le immagini che trovate in questo articolo sono tratte dal blog di Enzo Baldoni: http://bloghdad.splinder.it

 

 

 

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