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257 - 10.07.04


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Che significa anti-americano?
Franco Debenedetti


In una Soirée Strawinsky, la Scala ha riproposto quest'anno The Cage, balletto di Jerome Robbins su musica del Concerto in re per archi, rappresentato per la prima volta il 14 giugno 1951. "In Europa", scriveva Tim Sholl nel programma di sala, "l'opera fu accolta in modo più diversificato allorché il balletto divenne parte del tentativo operato dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti (leggasi Cia) di influenzare l'Europa dell'Ovest e dell'Est con una dimostrazione di libertà nell'arte nazionale, proprio negli anni più caldi al culmine della guerra fredda. The Cage ebbe la sua accoglienza più calorosa in Italia (…) la Spagna non volle mettere in scena il lavoro e i Paesi Bassi riuscirono quasi a bandirlo". Era indubbiamente anche quella una manifestazione di anti-americanismo: se pure un anti-americanismo molto diverso da quello a cui va la nostra mente quando ne parliamo oggi. Eppure anche di quello si deve tener conto se si vuole cogliere il concetto in modo da contenerne tutte le implicazioni senza sfumarne i contorni.

Nenni, Al Quaeda, Gino Strada, i mille volti degli anti-Usa.
Noi abbiamo passato la massima parte della nostra vita in presenza del comunismo, anni in cui l'America è stata il baluardo, militare e ideologico, della lotta contro il comunismo stesso. In quegli anni, l'anti-americano era il comunista. Oggi la minaccia è rappresentata dal terrorismo, e la guerra al terrorismo terrà il posto di quella che è stata per mezzo secolo la guerra al comunismo. In che misura l'anti-americanismo durante la guerra fredda è diverso dall'anti-americanismo all'epoca di Al Qaeda? Pietro Nenni che prendeva il Premio Lenin per la Pace in che cosa differisce da Gino Strada e da Luca Casarini? Che differenza c'è tra le marce contro l'installazione degli euromissili e quelle contro la presenza in Irak? Tra la demonizzazione di Reagan e l'odio per Bush?

Gli Usa sono parte dell'Occidente. Ma l'anti-americanismo è parte integrante dell'anti-occidentalismo, oppure è possibile essere anti-americani e non anti-occidentali? E' possibile sentirsi profondamente, radicalmente partecipi della migliore parte della storia e della tradizione dell'Occidente (non dunque delle sue degenerazioni) e sentirsi anti-americani? In Occidentalism Ian Buruma e Avishai Margalit analizzano come l'Occidente è visto da chi gli è estraneo, sia che lo ammiri e voglia imitarlo, sia che lo rifiuti e voglia bandirlo. Dal "Komfortismus" di Sombart, al "Volksgeist" di Herder, dai giapponesi nella seconda guerra mondiale, agli slavofili infatuati di Shelling, molti sono gli anti-occidentalismi precedenti quello di Osama. Pangermanesimo e panarabismo esibiscono impressionanti analogie. Per tutti "il diretto nemico degli occidentali non è sempre tanto l'Occidente stesso quanto coloro che intendono diffonderlo nelle loro società". L'anti-occidentalismo precede di gran lunga sia l'anti-americanismo sia il terrorismo. Qual è lo specifico dell'anti-occidentalismo oggi?

Piccoli dettagli di una fotografia molto grande.
Osama chiama sempre i propri nemici "crociati sionisti" e questo apre un altro interrogativo: quello della relazione che intercorre tra anti-americanismo e anti-semitismo.
L'anti-occidentalismo si identifica totalmente e senza scarti con l'anti-capitalismo? A prima vista si direbbe di sì, ma mi resta qualche dubbio anche perché l'occidentalismo mi sembra un concetto più ampio, più ricco, di quello di capitalismo.

Credo che l'anti-americanismo possa essere compreso solo all'interno di un quadro storico e filosofico, di cui ho cercato di individuare alcune zone di confine. Ma parlando dell'anti-americanismo di questi giorni, quello esploso con la guerra in Irak, quello che si esprime nelle manifestazioni popolari e perfino nel voto alle elezioni europee, bisogna essere consapevoli che stiamo guardando un piccolo dettaglio di una fotografia assai più ampia. L'ipotesi che - come in un frattale - il dettaglio rifletta la struttura di un fenomeno storico e filosofico così complesso, ha molta probabilità di essere sbagliata.

Penso sia utile considerare l'anti-americanismo non isolatamente, ma come vertice di un triangolo i cui altri due vertici sono l'anti-occidentalismo da un lato e "l'anti-bushismo" dall'altro. Nello spazio così definito, mi sembra di poter individuare tre varietà di anti-americanismo.

Gli orfani del comunismo.
La prima varietà è rappresentata da coloro che si ritrovano in tutti e tre i vertici del triangolo: sono infatti sia anti-americani sia anti-occidentali sia anti-bushisti. Sono sostanzialmente gli orfani del comunismo, persuasi che il capitalismo sia destinato alla sconfitta, al fallimento, (a questo proposito A. Glucksmann ricorda come gli orfani del comunismo alimentino il terrorismo mondiale con armi, uomini e ideologie, come la teoria del crollo). Basta leggere gli scritti di Asor Rosa o i proclami dei no global arrabbiati, gli scritti dei vecchi liberal americani alla Chomsky o alla Gore Vidal. Mi sembra abbastanza normale che una grande società aperta produca simili opinioni e simili manifestazioni, e credo che le possa anche gestire senza eccessive preoccupazioni. Ma c'è un aspetto politico che non si può far finta di non vedere. L'eredità di questi "orfani" é esplicitamente rivendicata nel nome e nell'identità di buona parte di quel 13% a sinistra dei Ds. Il loro anti-americanismo é la faccia di un sostanziale anti-capitalismo, appena aggiornato dall'evidenza dei fatti, e che quotidianamente si esprime nell'attacco al Washington consensus, alla liberalizzazione finanziaria, alla globalizzazione. Per i riformisti eredi di Kautsky nella Seconda Internazionale, messi alla berlina da Lenin in quanto veri colpevoli di non aver avuto né l'energia né la fede per capire che il capitalismo "marcisce", per farsi carico della sua successione e instaurare il comunismo a qualunque prezzo, proprio questo anti-americanismo rappresenta quello con cui la guerra ideale e politica sin da allora sarà senza esclusione di colpi.

Macintosh, non Windows.
La seconda varietà è rappresentata da coloro che sono anti-bushisti, ma non sono anti-occidentali e non si ritengono anti-americani. Il punto è che quella a cui pensano è la loro America, e neppure li sfiora il dubbio che questa America sia diversa da quella della realtà, e che il loro americanismo virtuale nasconda un anti-americanismo sostanziale. Ad esempio, negli scritti su Kennedy ripubblicati da Furio Colombo, la deformazione della realtà sta non solo nella prefazione apposta all'edizione 2004, ma era già tutta contenuta negli scritti originali del 1963-64. Il loro anti-bushismo è talmente appassionato e viscerale, che si rivolge contro tutta l'America che non sia quella delle università di Boston, dei salotti liberal di New York o dei movimenti libertari della West Coast. Sognano l'America, ma senza il darwinismo sociale, con sindacati potenti, senza la pena di morte, senza il diritto a possedere armi, senza multinazionali: un'America il cui sistema operativo sia Macintosh e non Windows. Un'America wilsoniana, aggiornata al mito onusiano. Sono i portatori sani dell'anti-americanismo.

Un presidente per trattare.
Accanto agli anti-americani per idealismo, ci sono quelli che lo sono per realismo. Non sono anti-occidentali, non sono anti-Bush: sono gli eredi della Francia gollista che esce dalla Nato, che costruisce la propria difesa nucleare da sola e si dà una strategia tous azimuts, che si contrappone all'America in base a ragioni di Realpolitik, coerentemente con una visione in cui i rapporti internazionali sono rapporti tra grandi potenze, stati sovrani, magari uniti da alleanze purché non comportino cessioni di sovranità. Per gli anti-americani per idealismo i rapporti internazionali sono multilaterali, garantiti da organismi come l'Unione Europea, l'Onu: in attesa di un autentico governo mondiale. Gli anti-americani idealisti si identificano con un modello di America che si sono creati ad hoc; i realisti contrappongono il proprio modello a quello Usa. Per quelli la cacciata di Bush è l'obbiettivo prioritario e irrinunciabile; questi desiderano solo un presidente Usa più debole con cui trattare in condizioni più vantaggiose.

Se l'Europa vuole stare da sola.
A queste tre tipizzazioni di anti-americanismo corrispondono posizioni che si divaricano radicalmente quanto a natura del terrorismo e strategia per batterlo. Per gli anti-americanisti del primo tipo questo non è un problema: per loro il terrorismo è la giusta punizione degli Usa per i delitti commessi, di cui l'11 settembre è stato solo il primo esempio. Gli anti-americanisti per idealismo e quelli per realismo hanno concezioni profondamente diverse della natura del fenomeno terrorismo - e quindi del modo di combatterlo - e del futuro delle nostre società in presenza della minaccia che esso rappresenta. Gli idealisti non parlano di colpe e di punizioni, ma di cause e rimedi: per loro il terrorismo è il prodotto della disuguaglianza tra il nord e il sud del mondo, della povertà e dell'irrisolto problema palestinese. E si spingono a mettere sullo stesso piano la guerra terrorista e quella anti-terrorista (come ha fatto Eugenio Scalfari su "Repubblica" di sabato 12 Giugno).
Per i realisti il terrorismo è un pericolo che può essere scansato, con il quale al limite ci si può accordare, quasi che fosse anch'esso uno Stato capace di stipulare contratti. Se colpisce, come in Spagna, si deve immediatamente chiudere la partita, accettando di considerare l'11 marzo come la "giusta" punizione per avere inviato le truppe in Irak.

Spirito di Monaco? Sì, nel senso di cercare un appeasement. Di evitare di confrontarsi con l'avversario fin dall'inizio. No, nel senso che la visione strategica è completamente diversa. L'Europa di Chirac e di Schroeder non disconosce la minaccia, ma si chiama fuori. L'"ohne mich" di Schroeder svela, della strategia europea, assai più di ciò che Dominique de Villepin vorrebbe nobilitare con la sua retorica.
Questa è un'Europa isolazionista, che si vorrebbe chiusa in una fortezza (senza pagare il prezzo di approntarne le difese), una sorta di Svizzera mondiale, buona tutt'al più per essere la sede di una sorta di Croce Rossa planetaria. Un'Europa assai poco comunitaria, retta da un direttorio, protezionista, che punta sui propri campioni nazionali per avere un ruolo nella competizione internazionale. Invece gli idealisti innamorati dei loro sogni, gli pseudo-americanisti e pseudo liberisti, inseguono una terza varietà di capitalismo oltre a quello anglosassone e quello renano, un capitalismo danubiano che pensa di sopravvivere con l'outsourcing a Timisoara.

Tra liberalismo e totalitarismo…
Bisogna ricuperare l'unità dell'Occidente: questo é il modo per superare lo spirito di Monaco e per vincere il terrorismo. Come la Nato e lo sviluppo capitalistico sono state le armi che hanno sconfitto il comunismo, così sarà una combinazione dell'uso della forza e degli strumenti dello sviluppo a vincere il terrorismo.
Il primo pensiero che mi venne, mentre alla tv giravano ossessivamente le immagini degli aerei che si schiantavano contro le torri gemelle, era stato che, da quel momento, sarebbe diminuita la nostra libertà. Allora pensavo alla nostra libertà di muoverci, di avere commercio col mondo, sentendoci ragionevolmente sicuri. Ma assai peggiore è il pericolo di perdere, nella guerra al terrorismo, i principi delle nostre società liberali. Qui sta la sostanziale differenza tra il tempo della guerra fredda e quello di Al Qaeda. E questa é la differenza che gli anti-americanisti, soprattutto gli anti-americanisti europei, tendono a dimenticare. Vale a dire che il vero conflitto in atto nel mondo contemporaneo non è quello tra Occidente e Oriente, o tra Cristianesimo e Islam, ma quello tra due dinamiche nate all'interno dell'Occidente medesimo: liberalismo e totalitarismo.

… un sistema di differenze.
La guerra non è una crociata del bene, un'operazione al servizio dell'assoluto, come troppo spesso recita certa retorica dell'amministrazione americana: non esistono guerre giuste, ma non per questo tutte le guerre si equivalgono, dal momento che alcune di esse possono rivelarsi esistenzialmente necessarie, in un'ipotetica "scala del peggio". La civilizzazione non può essere pensata come qualcosa di statico, come una conquista duratura, se non al prezzo di legittimare il colonialismo e lo scontro di civiltà. La civilizzazione va pensata piuttosto in un'accezione dinamica, come un'azione costante che si opponga alle forze che rischiano di distruggerla, minandola dall'interno. Parimenti, una civiltà e una cultura non si definiscono sulla base di un'unità monolitica, o ancor peggio mitica, ma richiamano ciò che Ferdinand de Saussure definiva un "sistema di differenze": un insieme di ibridazioni che rifiuta qualsivoglia chiusura di stampo naturalistico o nazionalistico. "Mentre ci raccogliamo attorno alla bandiera della tradizione occidentale", scrive Leo Strauss in Gerusalemme e Atene, "guardiamoci dal pericolo di venire costretti, per fascino o per tirannia, a un conformismo che ne rappresenterebbe la fine ingloriosa".

Questo articolo è l'intervento tenuto da Franco Debenedetti all'incontro "Il nuovo spirito di Monaco in Europa", organizzato dalla Fondazione Magna Charta e Il Riformista a Roma il 18 Giugno 2004.

 

 

 

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