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256 - 26.06.04


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Tutti dicono: abbasso il mio governo.
E l'Italia punisce il suo premier
Giancarlo Bosetti

Il voto europeo si conferma un voto poco europeo. Se ci si chiede seriamente quanto il risultato elettorale rifletta una discussione sulla scena pubblica continentale circa il futuro Parlamento europeo, il suo ruolo, quello della Commissione che ora si dovr¨ eleggere, i tempi della nuova Costituzione, persino un bilancio della introduzione dell'euro, bisogna onestamente rispondere: poco, pochissimo, quasi niente. Il voto europeo, che pure andr¨ a comporre il nuovo Parlamento, ť la somma - una somma di ingredienti eterogenei, non sempre rapportabili e sommabili gli uni agli altri - ť l'agglomerato di tanti segmenti nazionali, "un caleidoscopio di immagini riflesse di singoli stati d'animo nazionali" come lo definisce JÖrgen Habermas in una intervista a Paolo Valentino sul Corriere. Se c'ť qualche cosa di europeo ť l'astensionismo: ha votato solo il 47% dei paesi della vecchia Unione e il 28% di quelli arrivati con l'allargamento. E a questo record preoccupante si potrebbe aggiungere il fenomeno dell'onda euroscettica che si segnala con le affermazioni degli "indipendentisti" dell'UKip in Gran Bretagna, di vari movimenti anti-Bruxelles in Belgio, Svezia, e di gruppi nazionalisti a Est.

L¨ dove il voto invece parla chiaro, e con numeri piŽ consistenti, parla del giudizio degli elettori sul loro proprio governo, che viene generalmente punito, ad eccezione di quei governi che sono appena cambiati e che godono ancora della iniziale apertura di credito degli elettori (ť il caso di Spagna e Grecia), e ad eccezione della socialdemocratica Svezia. Europa democratica "en panne", titola "Le Monde", che vede gli elettori punire i loro governanti cosľ ampiamente. Resta da stabilire se questa insoddisfazione sia un segno di debolezza dei regimi democratici europei o non segnali semplicemente la fisiologia democratica, il cui momento essenziale rimane fondamentalmente quello in cui un governo viene criticato e, poi, congedato dagli elettori. Secondo un tipico andamento a zig-zag, che deve preoccupare piŽ quando non c'ť.

Rimane perů il fatto che questo "caleidoscopio" di fattori locali indica che una politica transnazionale ancora non ť entrata nelle abitudini, nelle conoscenze, nelle preferenze della opinione pubblica europea. Lo stesso concetto di "opinione pubblica europea" ť da usare con moderazione ed ť forse da considerare realisticamente piŽ un progetto ambizioso che un fatto compiuto. Gli indizi di una politica transnazionale sono assai scarsi, se ne deve cercare traccia tra i Verdi, e nella piccola formazione radicale, mentre i soggetti piŽ forti e collaudati che furono protagonisti, e come, di un'azione che andava oltre i confini di ciascun paese nel dopoguerra (i socialisti e i popolar-democristiani) sono oggi alle prese con contraddizioni paralizzanti e con una ristrutturazione complessa che ne altera la fisionomia.

Da italiani dobbiamo incamerare anche il nostro risultato che fotografa una evidente insoddisfazione nei confronti del primo ministro e di Forza Italia scesa dal 25 delle precedenti europee (1999) e dal 29,5 delle politiche del 2001 al 21%. La insoddisfazione riguarda piŽ il primo ministro che l'intera coalizione, dove hanno un buon risultato gli alleati contro i quali Berlusconi si ť scagliato persino dalle urne nelle ultime ore. Come ha scritto Paolo Franchi, da oggi Berlusconi conta un po' meno e Fini e Casini un po' di piŽ. Il che avr¨ qualche conseguenza sul resto della legislatura. Quanto al centrosinistra, la lista unitaria ha iniziato il suo cammino. Rispetto a tanti esperimenti passati di fusione politica che davano sempre una somma inferiore al valore degli addendi, questa volta si capisce bene che non c'ť questo arretramento da matrimonio indesiderato; sicuramente molti elettori preferiscono la somma ai suoi singoli componenti, e quegli oltre dieci milioni di voti su poco piŽ di 30 di voti effettivi sono la base di un soggetto che puů ristrutturare il sistema politico italiano, dandogli maggiore stabilit¨, ma la coperta si rivela ancora troppo corta per allestire una sicura alternativa vincente al centrodestra. Fuori della lista ci sono ancora molti voti indispensabili per una coalizione che voglia vincere e tutte quelle formazioni (da Di Pietro-Occhetto a Rifondazione, passando per Verdi, Comunisti italiani e Udeur) fanno pensare che sia necessario un leader-domatore di tante diversit¨ o un leader-seduttore, se si preferisce. Qualcuno deve cucire un tessuto a prova di strappi con quegli ingredienti e in piŽ deve farne una bandiera dai colori credibili per tanti elettori, che solo di fronte a una struttura piŽ solida e larga potrebbero superare le loro incertezze. Prodi, cui la lista ť intitolata, puů rappresentare quella figura, ma dovr¨ impegnarsi a tempo pieno e senza piŽ le riserve dell'impegno istituzionale di Bruxelles. Gi¨ dalla prime reazioni degli altri leader si capir¨ se la "coperta corta" diventer¨ l'occasione per nuove divisioni nel centrosinistra, o l'inizio di una fase aggregativi.

Il voto italiano d¨ un risultato ambivalente per chi si aspettava un referendum contro la guerra in Irak. Il risultato di Bertinotti, oltre il 6% ť l'indizio di una pressione del movimento pacifista, ma non ť certo paragonabile all'effetto Zapatero. Il fatto che buona parte dei voti persi da Berlusconi siano recuperati dagli alleati significa che sono finiti a forze che si distinguono dal premier per molte e diverse ragioni ma non sulla politica estera. Quanto alle valutazioni sull'incidenza della crisi irachena sul voto del centrosinistra, ci sar¨ una inevitabile tendenza a contrapporre argomenti opposti. Ma chi avrebbe voluto una posizione piŽ netta "senza se e senza ma" contro Bush e per il ritiro della missione italiana, dovr¨ pur considerare che nelle ultime settimane l'opinione pubblica ť stata colpita anche dal profilarsi di una piena copertura delle Nazioni Unite al cambiamento di fase a Baghdad. Nelle parole di una recente intervista di Giuliano Amato al Corriere c'ť una innegabile evidenza: il centrosinistra ha "per lungo tempo chiesto il protagonismo dell' Onu e poi quando stava per diventare possibile siamo finiti a dire che non c' erano piŽ le condizioni per tenere le truppe in Iraq". Gli intransigenti del pacifismo immaginano una opinione pubblica dominata dai loro sentimenti. E dimenticano che certi "sbandamenti" hanno di fatto un costo in termini di voti anche quando denunciano la fatica, da parte dei leaders, di assumersi responsabilit¨ in momenti difficili.

 





 

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